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In Italia c’è posto per i bambini? La situazione dell’offerta di servizi per la prima infanzia

Economia e Società
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L’ultima indagine Istat riferita all’anno educativo 2023/24 documenta un aumento nel numero di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, con un grande investimento da parte dei Comuni. Il sistema italiano risulta però ancora inefficiente nella gestione delle richieste di accesso, con forti disomogeneità territoriali

Si parla da tempo del problema di natalità che interessa l’Italia: una crisi demografica cui i media imputano a cascata tutti i problemi economici e sociali di un Paese che da tempo arriva in coda in tutte le classifiche europee. In Italia non nascono bambini, ma vanno avanti nella loro longevità “attiva” gli anziani. Di per sé non sarebbe una grande complicazione, purché si sappia facilitare il superamento degli ostacoli al primo status di cose e promuovere le opportunità che derivano dal secondo.

In primis, la nascita di un figlio si ripercuote sulle prospettive lavorative delle donne, la cui maggior parte pensa che la maternità possa peggiorare le proprie opportunità occupazionali. Ma non si tratta di una “visione penalizzante” che deriva solo dalla diversa percezione di genere: ambo i sessi, infatti, sono preoccupati dalle ripercussioni economiche della genitorialità, auspicando a un maggiore e migliore sostegno economico da parte delle istituzioni, soprattutto per quanto riguarda i servizi per l’infanzia.

L’indagine Istat: incremento dei nidi nel 2023, ma forte il divario con il target europeo

Secondo quanto restituisce l’indagine dell’Istituto Nazionale di Statistica, nell’anno educativo 2023/2024 sono attivi in Italia 14.570 nidi e servizi integrativi per la prima infanzia (da intendersi come la fascia di bambini compresa sotto i tre anni di età), con un aumento del 3,8% rispetto al 2022/2023, per un totale di quasi 378.500 posti autorizzati al funzionamento, incrementati del 3,4% in confronto all’anno precedente. Anche per influsso del fenomeno di denatalità, il divario tra numero di bambini e posti disponibili diminuisce: in media, ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini.

Figura 1 – Posti pubblici e privati disponibili nei servizi educativi per l’infanzia per 100 bambini di 0-2 anni per ripartizione geografica e tipo di Comune (anno  educativo 2023/2024)

Posti pubblici e privati disponibili nei servizi educativi per l’infanzia per 100 bambini di 0-2 anni per ripartizione geografica e tipo di Comune
Fonte: Istat

Il registrato incremento nell’offerta di nidi e altri servizi educativi per la prima infanzia è trainato dal settore privato, che gestisce il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno educativo precedente, lasciando ai servizi a titolarità comunale il restante 21,6%. Nello specifico, l’aumento riguarda i tradizionali asili nido, che comprendono l’80,2% dei posti disponibili, e le sezioni primavera – servizi educativi integrativi alle strutture d’infanzia autorizzate dedicati ai bambini di età compresa tra i 24 e i 36 mesi – la cui quota cresce di poco più di un punto percentuale (dal 12,6% al 13,4%) dell’offerta complessiva.

Nonostante questo, però, il valore italiano non raggiunge il target minimo europeo sul tasso di copertura, ovvero il rapporto posti disponibili e bambini residenti da 0 a 2 anni compiuti. Non solo: è ancora al di sotto della quota definita Livello Essenziale delle Prestazioni (LEP) del 33% che dovrà essere garantita a livello territoriale locale entro il 2027, come stabilito dalla Legge di Bilancio del 2022. Si tratta di un traguardo necessario affinché l’Italia arrivi allo standard europeo minimo in termini di frequenza, fissato al 45% da raggiungere entro il 2030 (occorre sottolineare che l’UE aveva fissato al 2010 un valore minimo di 33 posti ogni 100 bambini, cui il nostro Paese è ancora al di sotto, sebbene siano passati più di quindici anni).

Come si diceva, analizzando la situazione dal punto di vista dell’offerta servita, nel 2023/2024 la quota di bambini 0-2 anni, in cui si comprendono ora anche gli anticipatari e coloro che frequentano le ludoteche o gli spazi gioco, che ha accesso a una struttura educativa è pari al 34,5%. Anche in questo caso, si tratta di un valore molto più basso di quello registrato in alcuni Paesi d’Europa, in primis nei Paesi Bassi (71,5%), in Danimarca (69,9%), nel Lussemburgo (60%), in Francia (57,4%), in Spagna (55,8%) e in Portogallo (55,5%).

Pur considerando l’evidente discrepanza con l’UE, bisogna sottolineare che negli ultimi anni, grazie agli investimenti del PNRR e delle politiche di ampliamento del settore, il tasso di copertura è aumentato in tutte le regioni italiane, anche come conseguenza del calo delle nascite e della riduzione della popolazione di riferimento. Tuttavia, persiste un grande divario territoriale. Le regioni del Sud e delle Isole, eccezion fatta per la Sardegna, sono molto al di sotto del parametro di riferimento del 33%, dal momento che presentano un tasso di copertura medio che oscilla tra il 19% e il 19,5%. Il Centro Italia registra invece la media più alta, pari al 40,4%, con nota di merito all’Umbria con il 48,4%. A seguire, il Nord-Est con il 39,1% e il Nord-Ovest con il 36,6%. Ulteriori divari territoriali si riscontrano anche nelle risorse impiegate a sostegno del sistema per la prima infanzia: a fronte di una media nazionale pari a 1.183 euro, la spesa corrente pro capite varia da 531 euro nel Mezzogiorno a 1.542 euro nel Centro-Nord.

Asili nido e unità territoriali di riferimento

La disponibilità di servizi per la prima infanzia viene impattata anche dalla tipologia di Comune esercente. Nei capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini, mentre nelle unità territoriali non capoluogo la media si abbassa di 11,6 punti percentuali, assestandosi a 28,2 posti.  In generale, i Comuni gestiscono una quota significativa delle risorse necessarie al funzionamento dei nidi e degli altri servizi educativi per la prima infanzia. Oltre a essere titolari delle unità di offerta pubblica, che rappresentano il 33% del totale, hanno attivato delle convenzioni con quasi la metà dei servizi educativi privati, ovvero il 46% del rimanente 67%. Gli investimenti comunali risultano quindi fondamentali non solo per garantire la presenza di strutture pubbliche con tariffe agevolate in base alla situazione economica delle famiglie, ma anche per sostenere l’offerta privata attraverso sovvenzioni, convenzionamenti e contributi economici.

Nel dettaglio, la spesa dei Comuni per questo genere di servizi è passata da 1 miliardo e 37 milioni di euro nel 2003 a 1 miliardo e 751 milioni di euro nel 2023 (+68,9%). La spesa totale considerata comprende la quota rimborsata dalle rette a carico delle famiglie, che è cresciuta dal 17% al 19% in vent’anni, con un aumento del 90,3% in termini di risorse impiegate dalle famiglie. Al netto del contributo familiare, però, nello stesso arco temporale, le risorse comunali sono aumentate del 64,5%, arrivando a una quota pari a 1 miliardo e 416 milioni di euro, a cui si unisce nel 2023 un incremento della spesa rispetto all’anno precedente del 3,9%, con un positivo aumento anche del contributo offerto alle famiglie (+11,2%).

E se un bonus non basta?

Dal 2017, la spesa pubblica gestita a livello locale per sostenere la frequenza del nido è integrata dal cosiddetto “bonus asilo nido”, un contributo erogato dall’INPS alle famiglie a rimborso delle rette pagate per l’utilizzo di strutture sia pubbliche sia private. Nel 2023, la spesa finanziata dall’Ente per il suddetto bonus è stata pari a 662 milioni di euro, da sommare agli altri 1,4 miliardi di euro elargiti da Comuni e ai contributi regionali – pari a 14 milioni di euro – destinati a ridurre o azzerare il costo del nido per le famiglie attraverso finanziamenti ai servizi e integrazioni alle rette.

Purtroppo, nonostante le diverse misure di implementazione del settore, le disuguaglianze territoriali nell’utilizzo dei servizi educativi non si sono ridotte. Da qui se ne deduce che il contributo statale non riesce a compensare tali disomogeneità nella distribuzione delle risorse e nell’effettiva fruizione dei servizi. La necessità di incrementare gli investimenti e la spesa corrente dei Comuni, specialmente al Sud, emerge anche dal numero di iscrizioni anticipate alle scuole d’infanzia, un servizio che risponde ancora meno prontamente rispetto a quelli per la prima infanzia.

Paradosso all’italiana: culle vuote, ma asili pieni

Malgrado il calo delle nascite, la domanda di richiesta di accesso agli asili nido continua a salire: un aumento che riguarda tanto le strutture pubbliche quanto quelle private, sia per il crescente riconoscimento del valore educativo del nido, sia per la maggiore diffusione dei bonus che ne hanno reso più accessibili le rette. Tuttavia, il 59,9% dei nidi e delle sezioni primavera non è riuscito ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti, seguendo un trend in crescita rispetto agli anni precedenti (si tratta del 10% in più rispetto al 2021/22). Un sistema che quindi ha una capacità ricettiva ancora insufficiente rispetto alla domanda delle famiglie. In un Paese che sta affrontando una crisi nelle nascite, come può essere incoraggiante un quadro del genere?

Figura 2 – Nidi e sezioni primavera che hanno bambini in lista d’attesa per ripartizione geografica e titolarità nel servizio (anno educativo 2023/2024, valori percentuali)

Nidi e sezioni primavera che hanno bambini in lista d’attesa per ripartizione geografica e titolarità nel servizio
Fonte: Istat

Da qui l’esigenza di un corso politico costruito su un piano integrato di offerte di welfare, economiche e lavorative orientato a facilitare la scelta di avere figli. Non si tratta solo di incentivare la natalità, ma di rimuovere gli ostacoli concreti che oggi rendono la genitorialità incerta, costosa o incompatibile con percorsi di vita e di lavoro stabili, intervenendo sulle disuguaglianze territoriali e rafforzando le condizioni di sicurezza e autonomia. In questa prospettiva, la sostenibilità demografica nel lungo periodo deve superare gli allarmismi sulle “culle vuote” per costruire un contesto sociale in cui avere figli sia visto come una possibilità e non come un rischio.

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