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Investimenti responsabili: una strada obbligata

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Categorie Categorie Sostenibilità, Scenari geopolitici

Il 2024 ha dato il via a un periodo complesso per gli investimenti sostenibili e socialmente responsabili. Non si tratta però della fine di un grande obiettivo: se, anche alla luce degli attuali scenari geopolitici, un ripensamento (peraltro già in corso) delle regole sulla transizione ecologica ed energetica sembra inevitabile, e auspicabile, sarebbe irrealistico ipotizzarne un arretramento. Gli obiettivi ambientali non sono rinviabili, e così pure quelli sociali e di governance

Con quello che sta succedendo nel mondo in questi ultimi anni appare evidente la necessità di applicare non solo negli investimenti, ma anche in tutte le attività politiche e sociali dei criteri che rispettino l’ambiente, la nostra casa comune, le società con le loro regole di governance, e gli individui. Tuttavia, soprattutto nel settore della finanza che è comunque pervasivo dell’intera società, questa necessità non appare così evidente. E così, anche nel 2025 sono proseguite, come nel 2024, le difficoltà per i prodotti finanziari ESG, il cui sviluppo nel 2018 sembrava inarrestabile, hanno raggiunto un patrimonio globale di circa 3.900 miliardi di dollari, e un picco massimo di investimenti nel 2021 con oltre 650 miliardi di dollari, per poi ridursi notevolmente. I deflussi erano già iniziati nel 2023 negli USA e nel 2025 hanno registrato disinvestimenti netti per 84 miliardi di dollari, con un peggioramento nel terzo e quarto trimestre rispettivamente di 55 e 27 miliardi di dollari (stime Morningstar) coinvolgendo anche Europa e il resto del mondo. Va precisato però che gli investimenti ESG sono tipicamente europei, con l’86% circa del patrimonio globale, mentre gli Stati Uniti hanno solo il 9% e il restante 5% riguarda altri Paesi del mondo.

Già gli USA avevano posizioni limitate negli investimenti sostenibili che si sono ulteriormente ridimensionate con l’avvento della presidenza Trump; per l’Europa, il boomerang è stato il Green Deal varato nel 2019 dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen e sostenuto dal commissario Frans Timmermans. Anzitutto l’eccesso di regolamentazione con le varie direttive, tra cui la SFDR emanata nel 2021, e soprattutto l’esclusione dall’investibile sostenibile in tempi eccessivamente ridotti di una serie di prodotti energetici e industriali, con particolare riguardo al riscaldamento, alle case e all’automotive, hanno generato, soprattutto nei Paesi manifatturieri come Germania e Italia, una crisi economica recessiva che è diventata in breve una crisi occupazionale e sociale.

L’instabilità geopolitica ha fatto il resto, prima con l’aggressione russa all’Ucraina nel 2022 e, successivamente, con il 7 ottobre 2023 in Israele (date che, guarda caso, coincidono con la crisi degli ESG) che  ha provocato un’enorme instabilità in tutto il Medio Oriente; le mire della Cina su Taiwan, le frizioni India-Pakistan e la minaccia della Corea del Nord hanno destabilizzato ulteriormente il quadro globale generando un forte bisogno di difesa e quindi di acquisto di armamenti con un aumento del fabbisogno energetico non sostenibile, in tempi medi, dalle rinnovabili. Si è così creato un sentiment collettivo, spesso cavalcato demagogicamente da alcune forze politiche e dai media che ritengono debba prevalere la sostenibilità economica e sociale sulla tutela del Pianeta. E, infatti, la Commissione UE da un lato ha ridimensionato il Green Deal procrastinandone gli obiettivi e dall’altro, nel novembre scorso ha previsto una notevole semplificazione della SFDR che, tuttavia, potrà vedere la luce solo nel 2028.

Fine degli investimenti sostenibili? Come dicevamo lo scorso anno, assolutamente no.

È sicuramente positivo il ripensamento complessivo del Piano Timmermans per le abitazioni, i veicoli e l’energia, così come sono positivi i propositi di revisione e semplificazioni della SFDR e delle altre normative europee collegate, a partire dalla CSRD; tuttavia, vista la situazione del Pianeta sia sotto i profili climatici sia di governance è assolutamente irrealistica e anche pericolosa un’inversione delle tendenze rispetto alle politiche ambientali, sociali e appunto di governance. Infatti, basta considerare alcuni dati per comprendere che le politiche ambientali sono necessarie e fondamentali; si pensi che nel solo 2024 abbiamo immesso in atmosfera ben 40,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, di cui 37,4 miliardi di emissioni di CO₂ di origine fossile e il resto derivante dal cambiamento di destinazione d’uso dei terreni (deforestazione), contro i circa 5 miliardi di tonnellate del 1950.

Negli ultimi 10 anni abbiamo immesso in atmosfera circa 352 miliardi di tonnellate di CO₂ che non vediamo ma che condizionano pesantemente il clima, mentre i “serbatoi di carbonio terrestri”, cioè foreste, torbiere e altri ecosistemi, negli ultimi 10 anni, sono riusciti a catturare e stoccare naturalmente 7,5 miliardi di tonnellate di CO₂ all’anno, un dato in continua riduzione (nel 2023 solo 2,6 GtCO₂); per capirci meglio è come se avessimo sopra le nostre teste, in volo ogni istante, circa un milione di Airbus A380 a vuoto carico (un Airbus A380 pesa, senza passeggeri e merci, 277 tonnellate). L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), nel secondo Global Carbon Budget report, realizzato per la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha comunicato che le emissioni totali dei gas serra, tra cui metano (CH4) e anidride carbonica aumenteranno ancora nei prossimi anni e sono i responsabili sia del riscaldamento terrestre sia degli eventi estremi.

Secondo lo State of the Climate Update dell’OMM, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, avendo raggiunto, seppur temporaneamente, la pericolosa soglia di 1,5°C al di sopra dell’era preindustriale (1,48 nel 2023). Nel 2024, per il terzo anno consecutivo, sono stati registrati nel nostro Paese oltre 351 episodi eventi meteorologici estremi, con un incremento di quasi sei volte rispetto ai 60 del 2015; e se nel 1945 un’alluvione o un uragano interessavano circa due miliardi di terrestri, oggi, dopo soli 80 anni, interesserebbero più di 8,2 miliardi di persone, e i danni diventano enormi. Per vivere continuiamo a incrementare l’uso di carne e così aumenta la deforestazione per creare terreni e pascoli per gli allevamenti, che sono responsabili di oltre il 16% delle emissioni inquinanti. Abbiamo compromesso l’habitat naturale e distrutto molte biodiversità. Il “Global Footprint Network” calcola ogni anno l’Earth Overshoot Day, cioè la data in cui si esauriscono le risorse naturali rinnovabili: da quel momento in poi è come se attingessimo a risorse sottraendole agli anni successivi e, quindi, alle future generazioni. Per l’Italia questa data, calcolata in base ai consumi di beni e servizi e alle risorse disponibili sul territorio, è stata nel 2025 il 6 maggio; dal giorno successivo siamo a debito! Globalmente nel mondo consumiamo 1,7 «Terre» ogni anno tanto che, dal 1973, abbiamo accumulato oltre 13,5 anni a debito.

Potremmo proseguire ma già questi soli dati ci indicano che gli obiettivi ambientali non sono rinviabili e così pure quelli sociali e di governance, con una profonda revisione delle istituzioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite.

Nel cosiddetto Pacchetto Omnibus UE di revisione delle politiche ESG varato dalla Commissione non sono ben chiare le sfide dell’Europa, che in 80 anni di pace ha rafforzato molto il proprio welfare, a scapito però dell’innovazione tecnologica, della ricerca e dei brevetti (tranne Airbus, non abbiamo tecnologie AI, space economy, satelliti, difesa, energie rinnovabili e così via); quando Trump ha chiesto di portare al 2%, e successivamente al 5%, la spesa per armamenti l’Europa si è risvegliata da un sonno infantile scoprendosi disarmata e totalmente insufficiente per sostenere l’Ucraina quando gli USA hanno deciso di ridurne gli aiuti. Siamo vissuti nel Paese delle fiabe e con il Piano Timmermans volevamo rifare tutte le case, cancellare tutti i fabbricanti di auto non elettriche, di caldaie, di armi, di plastiche e tutte le loro filiere?

L’idea di cambiare le categorie SFDR da articoli 6, 8 e 9 e denominarli Transition, ESG Basic e Sustainable, con lievi modifiche alla tassonomia, potrebbe non essere sufficiente per evitare i rischi di “etichettature” fuorvianti e di greenwashing, anche per via delle regole molto teoriche; per quanto riguarda l’ambiente, forse sarebbe meglio puntare su dati tecnici che quantificano le emissioni dirette e indirette attraverso il riconoscimento ufficiale delle regole sulle emissioni “Scope 1, 2, 3” e sulle emissioni “Scope 4” (quante emissioni l’azienda, attraverso la sua attività, i suoi prodotti e i suoi servizi, è riuscita a evitare). Andrebbe inoltre ripensata la politica delle esclusioni a favore dell’engagement.

Insomma, il cammino è ancora lungo e complesso e più che norme teoriche sarebbe meglio introdurre sistemi di rendicontazioni basati sui dati effettivi.

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