Logo il Punto

Dalla sostenibilità all’adeguatezza: il nuovo paradigma della previdenza integrativa

ilPunto di Vista
Categorie Categorie Casse di Previdenza, Sostenibilità, Trend demografici

Perché la vera sfida delle Casse professionali non è più soltanto garantire pensioni sostenibili, ma contribuire a costruire pensioni adeguate

Negli ultimi trent’anni il dibattito previdenziale italiano è stato dominato da una parola: sostenibilità.

L’invecchiamento della popolazione, la riduzione della natalità e l’allungamento della speranza di vita hanno imposto una profonda revisione dei sistemi pensionistici. Oggi, tuttavia, proprio il successo di quelle riforme impone una domanda diversa: non basta più chiedersi se il sistema sarà in grado di pagare le pensioni nel lungo periodo; occorre domandarsi se quelle pensioni saranno adeguate alla vita delle persone.

L’adeguatezza rappresenta il naturale completamento della sostenibilità. La prima senza la seconda produce un sistema finanziariamente solido ma socialmente debole.

Nel sistema contributivo la qualità della pensione si costruisce durante tutta la vita lavorativa. Più elevati sono i redditi professionali, maggiore è la continuità contributiva e più adeguata sarà la prestazione futura. Da qui deriva una diversa concezione del ruolo delle Casse professionali: non soltanto enti che raccolgono contributi ed erogano pensioni, ma istituzioni capaci di investire nel capitale professionale dei propri iscritti.

Formazione continua, welfare, prevenzione, tutela della salute, innovazione digitale, vigilanza contributiva e servizi avanzati non rappresentano soltanto politiche assistenziali. Essi contribuiscono ad aumentare la capacità reddituale degli iscritti, generando maggiore contribuzione e, conseguentemente, pensioni migliori.

La prima società della longevità

L’Italia è diventata la prima grande società della longevità. Oggi gli over 65 sono circa 14,8 milioni di persone, oltre il 25% della popolazione italiana. Chi raggiunge questa età ha mediamente davanti a sé altri vent’anni di vita.

Per la prima volta nella storia una quota così ampia della popolazione vive una lunga stagione dopo il pensionamento. Eppure, continuiamo a interpretarla con categorie nate nel Novecento, quando la pensione coincideva quasi con l’ultima fase della vita.

Manca ancora una vera teoria sociale della longevità. Esistono analisi demografiche e attuariali, ma manca una riflessione sul ruolo che questa generazione può svolgere nella società, nell’economia e nel mondo del lavoro.

La domanda non è soltanto come finanziare vent’anni in più di pensione. La domanda è quale funzione sociale attribuire a vent’anni in più di vita.

Il mercato ha intuito la trasformazione, le istituzioni molto meno

Il mercato ha compreso prima delle istituzioni la portata della rivoluzione della longevità. Si è moltiplicata l’offerta di prodotti e servizi rivolti agli over 65: turismo, salute, tecnologia, formazione, assicurazioni, servizi finanziari e nuove forme dell’abitare. L’economia ha riconosciuto una nuova domanda. Le istituzioni, invece, continuano prevalentemente a considerare questa generazione come destinataria di prestazioni previdenziali e sanitarie.

Abbiamo costruito gli strumenti economici della longevità, ma non ne abbiamo ancora costruito il senso istituzionale e la funzione sociale.

La vera sfida consiste nel valorizzare il patrimonio di esperienza, competenze e relazioni accumulato da milioni di persone, trasformando la longevità da costo da sostenere a risorsa da mettere a valore.

Una nuova stagione della previdenza

Anche la trasformazione digitale assume una funzione diversa. I dati consentono di accompagnare gli iscritti durante tutta la vita professionale, orientando formazione, welfare e scelte previdenziali. Accanto agli indicatori economici dovrebbero trovare spazio indicatori di valore pubblico: crescita del reddito degli iscritti, diffusione della formazione, miglioramento della continuità contributiva, impatto del welfare sulla capacità lavorativa.

La sostenibilità resta il fondamento del sistema previdenziale. Ma non può rappresentarne il punto di arrivo.

Il nuovo obiettivo deve essere l’adeguatezza delle prestazioni, costruita investendo nella persona, nella professione e nella capacità di produrre reddito durante l’intera vita lavorativa.

Il Novecento ha costruito il welfare per proteggere la vecchiaia. Il XXI secolo dovrà costruire istituzioni capaci di valorizzare la longevità. La differenza non è soltanto lessicale: la vecchiaia è una condizione da assistere; la longevità è una risorsa da organizzare. È questo il nuovo orizzonte dello Stato sociale e, al suo interno, della previdenza integrativa.

AB
Antonio Buonfiglio, Direttore Generale Fondazione Enasarco

Menu