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Politica, promesse e debito pubblico

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Benché la scadenza dell’attuale legislatura sia prevista per l’ottobre del prossimo anno, l’Italia sembra già in piena campagna elettorale: molte le “promesse” (soprattutto di nuovi bonus, sgravi e sussidi) a favor di voto. Promesse che non sembrano però tenere conto né del nostro enorme debito  pubblico né delle leve su cui sarebbe necessario agire per migliorare l’economia del Paese

L’articolo è stato pubblicato sul Sole 24 Ore del 5/9/2026

Con largo ed eccessivo anticipo, la scadenza della legislatura è nell’ottobre 2027, è partita la campagna elettorale. Ci saremmo aspettati una serie di riflessioni tipo: che Italia vorremmo nel 2032 in termini di debito pubblico, occupazione, produttività, sviluppo, sostenibilità ambientale, energie rinnovabili, cultura? Cambia la struttura per età della popolazione, cambia la composizione delle famiglie sempre più unipersonali, aumenta l’aspettativa di vita: che cosa fare nel pieno della più grande transizione demografica di tutti i tempi? E invece siamo partiti ma con il botto delle promesse: riduzioni del carico fiscale, proposte di detassazioni su tredicesime e straordinari, incrementi salariali, sostegno alla casa, riduzione delle liste di attesa per la sanità, maggiori bonus per chi fa figli (sembra di essere tornati al Ventennio), sostegno alle famiglie, alle imprese e così via.

Messi tutti insieme fanno più di due finanziarie, e pensare che non siamo ancora usciti dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Chissà cosa “spareranno” i partiti pur di raccattare qualche voto quando mancheranno poche settimane alle elezioni. Il tutto incuranti di una situazione caratterizzata da un enorme debito pubblico, il più basso tasso di occupazione della UE e anche OCSE, ultimi per produttività e primi per evasione ed elusione fiscale. C’è molto altro ma ci limitiamo a dare qualche info su queste materie.

Ci scuserà il lettore per il pedante elenco ma serve per mostrare quanto debito facciamo ogni anno. Il debito pubblico è passato dai 1.739 miliardi (102% del PIL) del 2008 a 2.416 miliardi (133,9% del PIL) del 2019, con un aumento in soli 11 anni di 677 miliardi (+39% sul 2008). Le politiche impostate nel 2018/19 dal Governo Conte 1 (reddito di cittadinanza e Quota 100 in primis) sono incappate nel SARS-CoV-2 e, a fine del 2020, il debito ha raggiunto i 2.574,153 miliardi (+162 miliardi in un solo anno e 154,4% del PIL). A fine 2021 il debito ha raggiunto i 2.687 miliardi di euro (+109 miliardi, 145,8% del PIL) e a fine 2022 (Governo Draghi fino al 22 ottobre 2022) ammontava a 2.764 miliardi, cioè +77 miliardi, con un rapporto debito/PIL pari al 138,3%. A fine 2023 il debito è salito a 2.870 miliardi (+106 miliardi); nel 2025 ha raggiunto i 3.095,5mila miliardi (+128,5 miliardi in un anno) e, a giugno 2026, si è attestato a 3.207,2 miliardi (+111,7 miliardi sul 2025), pari al 135,3% del PIL.

1.468,2 miliardi in più del 2008. La spesa per interessi è di 95 miliardi nel 2026 e 100 nel 2027 (DFP 2026).

Andiamo avanti così? Occupazione: su 37 milioni di italiano in età da lavoro abbiamo toccato il record di 24 milioni (oltre mezzo milione dei quali in cassa integrazione o NASpI) ma siamo ultimi in tutte le classifiche. Per l’occupazione complessiva siamo al 62,2% contro una media europea del 70,2% e con i nostri competitor principali che vanno tra il 75% e l’80%; peggio va per l’occupazione femminile dove siamo sotto di 13 punti percentuali sulla media e di 23 sui competitor del Nord Europa. Ancora peggio sui giovani: qui siamo sotto di 16 punti e di oltre 30 sui competitor. Nonostante tutte le riforme delle pensioni, solo 59 italiani su 100 tra i 55 e i 64 anni lavorano. Non primeggiamo neppure per giorni e ore lavorate e, ciò nonostante, vogliamo più immigrati perché gli italiani (tra i meno laureati e diplomati d’Europa) certi lavori non vogliono più farli: meglio i sussidi, la cassa integrazione, la NASpI, l’ADI. Sulla produttività negli ultimi 10 anni abbiamo perso 10 punti sulla media UE, anche perché su 4,9 milioni di imprese il 94% è di micro e piccole che ormai vengono scarsamente finanziate dalle grandi banche, il che genera scarsi investimenti e salari stagnanti.

Poca occupazione e scarsa produttività non possono che generare un PIL modesto. Proseguiamo così?

Sul pagamento delle tasse andiamo ancora peggio: quasi la metà degli italiani non ha redditi mentre il 30% paga l’80% di tutta l’IRPEF, di cui 65% a carico del 18,78% che dichiara da 35mila euro in su. Quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi sono stati 42.837.963 ma quelli che versano almeno un euro di IRPEF sono solo 34,105 milioni; di questi oltre 2,2 milioni pagano in totale 213.097, quindi ben il 46% circa degli italiani non paga tasse e vive a carico della collettività e, tuttavia, beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e degli enti locali (assistenza sociale, istruzione e tutto il resto). Certo, se le liste d’attesa aumentano e i giovani medici emigrano all’estero dove prendono 4 o più volte il misero stipendio italico, non c’è da stupirsi, anzi è già un miracolo che qualcosa funzioni nonostante a pagare siano in pochi. Continua invece a crescere la spesa assistenziale (il metadone italiano che in Unione definiscono come “i disincentivi impliciti al lavoro regolare”): nel 2011 lo Stato trasferiva in Legge di Bilancio (la ex finanziaria) all’INPS per le assistenze sociali 83,9 miliardi; nel 2024 ne ha trasferiti 180 e nel 2025 165, perché le decontribuzioni (la riduzione totale o parziale dei contributi sociali) sono state sostituite da oltre 22 miliardi di sconti fiscali. Dunque, pochi pagano le tasse e circa 30 milioni di italiani che beneficiano dell’ISEE hanno incassato esentasse quasi 180 miliardi considerando anche il welfare degli enti locali. Possiamo davvero proseguire così?

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