Mentre si invoca la presenza di più immigrati per la sostenibilità del sistema produttivo e pensionistico italiano, si tende a dimenticare che, con oltre 37 milioni di italiani in età di lavoro, il nostro Paese tocca il proprio record con 24,3 milioni di occupati. I salari sono bassi e non incentivano a lavorare ma l’eccesso di assistenza fa la sua grande parte nell’alimentare un circolo decisamente poco virtuoso
L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L’Economia del 14/9/2026
Se per un caso, in Italia, non avessimo più la presenza di extracomunitari, di colpo scopriremmo che la stragrande maggioranza di bar, ristoranti, pizzerie, hotel si troverebbe con un personale insufficiente e, quindi, dovrebbe ridurre l’attività o anche chiuderla. Peggio andrebbe ai servizi alla persona, assistenti familiari e badanti: l’80% dei nostri “vecchietti” resterebbe probabilmente senza assistenza. Drammatico sarebbe per le consegne a domicilio di merci, e soprattutto di cibo e bevande, e per l’agricoltura; praticamente settori che si azzererebbero (altro che insalata a buon prezzo). Per non parlare delle aziende con particolare riferimento a quelle edili. Avremmo un’Italia che rallenterebbe di colpo, con gravi ripercussioni sul funzionamento sociale e sull’economia.
E si fermerebbe tutto nonostante un’abbondanza di manodopera italiana che però probabilmente non ha bisogno di lavorare perché mantenuta dallo Stato.
Infatti, su oltre 37 milioni di italiani in età da lavoro, pur avendo toccato in questi ultimi due anni il record di occupati, ne lavorano regolarmente solo 24,3 milioni e di questi oltre mezzo milione sono in cassa integrazione o NASpI, quindi di nuovo a nostro carico e con i contributi e sussidi pagati dallo Stato. Siamo ultimi in tutte le classifiche Eurostat e OCSE: secondo i dati Eurostat 2024 (il 2025 non si discosta molto), per l’occupazione complessiva siamo al 62,2% contro una media europea del 70,8% e con i nostri competitors principali, Germania, Paesi del Nord Europa e scandinavi che vanno tra il 75 e l’80%. Insomma, nonostante il record siamo battuti da tutti, Grecia e Cipro compresi. Peggio va per l’occupazione femminile: qui siamo sotto di 13 punti percentuali sulla media e del 19% sui competitor del Nord Europa. Per quanto riguarda le persone tra i 55 e i 64 anni, nonostante tutte le riforme delle pensioni, solo 59 italiani su 100 lavorano: nei citati Paesi quelli che lavorano sono tra il 70 e il 77%. Una bella differenza, altro che riforme lacrime e sangue e i proclami bellicosi dei partiti che vorrebbero congelare l’adeguamento delle età pensionabile all’aspettativa di vita, distruggendo così il sistema pensionistico per le future generazioni. Ancor peggio va ai giovani tra i 15 e i 24 anni con un tasso di occupati pari al 19,7% (ogni 100 giovani ne lavorano meno di 20), contro una media europea del 35% e i citati Paesi del Centro-Nord Europa tra il 43% della Svezia e il 76% dei Paesi Bassi (capite perché i nostri giovani vanno lì!). Sono pochi quelli che lavorano ma, in compenso, i NEET – cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non fanno percorsi formativi – nel 2025 superano i 2 milioni. Sono il 15,2% nella fascia d’età 15-24 anni contro una media UE del 9%; un valore che ci colloca al secondo posto nella UE dopo la Romania mentre nella fascia d’età più ampia tra i 15-29 anni, nonostante una riduzione, il nostro Paese è quart’ultimo in Europa dopo la Romania (19,2%), la Bulgaria (13,8%) e la Grecia (13,6%) con un aumento del fenomeno dai 20 anni in poi. Il sentimento comune italico, sempre pronto a rivendicare diritti e muto quando si tratta di doveri e di senso della Repubblica, giustifica il tutto con il fatto che agli italiani questi lavori nei servizi, in agricoltura e in fabbrica, proprio non piacciono. Sono contrari ai percorsi scuola-lavoro e più si allontana il momento tragico del lavoro e meglio è: piace mangiare la pizza, non farla; piace stare comodi in casa quando piove e ordinare i cibi tanto ci sono gli “schiavi” che per pochi euro ti portano il tutto e magari puoi permetterti anche di protestare: troppo tempo, troppo freddo. Qualcuno potrebbe azzardare che i nostri giovani, o anche meno giovani, sono molto acculturati, hanno un ottimo titolo di studio, sono preparati e quindi come si fa a mandarli in cantiere o a fare il cameriere?
Peccato che anche questo sentire sia sbagliato; siamo penultimi per il possesso di un titolo di studio terziario; ultimi per materie STEM. Per non dire dei risultati delle prove INVALSI in matematica e italiano. Altri potrebbero dire che i salari sono bassi e non incentivano a lavorare; certo, se i contratti si rinnovano male e con anni di ritardo, si tollera il lavoro nero (Istat parla di oltre 3 milioni di irregolari), se si continua a far venire stranieri, perché lavorano molto e costano poco, i salari medi non crescono. Ma anche così fosse, cioè mi pagano poco, se non avessi di che vivere, pur di mangiare e sfamare la famiglia farei qualsiasi lavoro, anche il doppio lavoro come facevano i nostri nonni e padri che hanno fatto grande l’Italia; studierei di sera, come hanno fatto le generazioni nate nel Dopoguerra per poter guadagnare di giorno. E perché non lo fanno?
I motivi sono semplici: perché c’è una eccessiva assistenza.
Tra Stato ed enti locali nel 2025 sono stati “distribuiti” esentasse circa 180 miliardi oltre a 22 di ulteriori sgravi fiscali. Sempre nel 2025 su 58,9 milioni di italiani ben 30 milioni hanno fatto domanda di bonus, sussidi ecc. attraverso l’ISEE. E poi ci sono troppe casse integrazioni che durano anni e la NASpI che ti consente di fare un anno pagato senza lavorare ogni due anni di lavoro, e anche meno considerando l’Assegno di Inclusione e altri sussidi. Ciò nonostante, i partiti politici continuano a chiedere più immigrati, più sgravi fiscali e più prestazioni gratis.
Ma quanti sono gli stranieri in Italia? L’Istat ci dice da anni che sono 5,6 milioni ma si dimentica di dire che oltre 2,2 milioni hanno ottenuto la cittadinanza italiana in questi ultimi 13 anni (ma restano pur sempre stranieri) e che gli irregolari sono oltre 600mila (altre stime arrivano a 800mila). Quindi, in totale, siamo a 8,4 milioni, cioè il 14,2% della popolazione, altro che 9%. Quanto alle promesse fiscali ci si dimentica che il 70% degli italiani paga solo il 20% delle tasse, mentre l’80% è sul “gobbo” del restante 30%, di cui il 18% dei dichiaranti redditi da 35mila euro in su paga oltre il 64%.


