Nel solco delle precedenti anche l’ultima Legge di Bilancio sembra privilegiare l’assistenza a discapito delle misure a favore di occupazione e produttività: un’enorme redistribuzione di risorse, che non compromette i conti pubblici, ma che impone comunque serie riflessioni
L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L’Economia del 22/12/2025
È stata definita leggera ma la Legge di Bilancio per il 2026 è frutto delle nuove regole comunitarie che impegnano Paesi UE a un programma quinquennale fissando i livelli massimi di spesa primaria netta i successivi 4-7 anni, impegno vincolante modificabile solo per eventi eccezionali (ad esempio, cambi di governo). Cardini del Piano sono i tetti massimi di aumento della spesa concordati fra Commissione Ue e singoli governi con l’obiettivo di garantire la riduzione del deficit necessaria a rispettare i parametri comunitari e, soprattutto, a riportare il rapporto fra debito pubblico e PIL su un sentiero sostenibile dopo gli sforamenti degli scorsi anni per l’eccesso delle spese per contrastare COVID-19 e fare politica dei redditi.
In questo contesto “angusto” è stata varata una manovra inizialmente da circa 18,7 miliardi (circa lo 0,8% del PIL), che ha il pregio di tenere i conti in regola, aumentata di oltre 3,5 miliardi per finanziare le imprese in coda per Transizione 5.0 (1,8 miliardi), 1,3 miliardi per i crediti d’imposta spettanti per la Zes Unica del Sud e per il fondo per il caro materiali dell’edilizia, oltre a una serie di misure restrittive sui requisiti per andare in pensione e norme innovative per la previdenza complementare.
Nella legge sono previsti 4,9 miliardi per la riduzione fiscale su redditi da lavoro medio-bassi con una riduzione dell’aliquota IRPEF per la fascia 28mila-50mila euro dal 35% al 33%, (risparmio annuo massimo fino a 440 euro per famiglia); 3 miliardi per i sostegni alle imprese; 1,6 miliardi per le famiglie ma risulteranno molti di più in seguito alle agevolazioni ISEE; 3,9 miliardi per gli interventi su sanità (2,4 miliardi), pensioni (1 miliardo per il rinvio parziale dell’aumento dell’aspettativa di vita e l’aumento delle pensioni minime), quindi risorse quasi tutte a favore delle famiglie, mentre i restanti 5,3 miliardi riguardano i settori della difesa e le spese non rinviabili come le missioni estere.
Una legge che prosegue nel solco delle 3 precedenti manovre con una serie di interventi prevalentemente di natura assistenziale basati, come negli ultimi 15 anni, sull’ISEE, il grande motore che genera lavoro sommerso e bassa occupazione in chiaro, soprattutto femminile e giovanile e, a nostro giudizio, con pochi provvedimenti che incentivino la gente ad andare a lavorare.
Insomma, una Legge di Bilancio con una grande redistribuzione di risorse (circa 20 miliardi lo scorso anno per la metà a debito), senza compromettere i conti pubblici.
Le poche misure che incentivano il lavoro sono la conferma della tassazione agevolata al 5% sui premi di produttività, l’aumento del valore deducibile dei buoni pasto a 10 euro e il taglio al cuneo fiscale. Il resto, salvo le 27mila nuove assunzioni in sanità, sono misure assistenziali basate sull’ISEE, come l’aumento dei congedi parentali, la carta per i nuovi nati da 1.000 euro, il potenziamento dei bonus asili nido, il rifinanziamento della carta “Dedicata a te”, l’aumento delle pensioni minime e l’aumento delle prestazioni assistenziali con modifica dell’ISEE attraverso il potenziamento delle detrazioni tramite quoziente familiare, correlando così le agevolazioni al numero di familiari e al reddito.
La rimodulazione dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente aumenterà il numero di famiglie e di italiani beneficiari di assistenza, bonus e sconti fiscali (bonus bebè, asili nido, assegno di Inclusione, Supporto per Formazione e Lavoro-SFL, AUUF, deduzioni, detrazioni e così via). Sarà una lotta per dichiarare il meno possibile perché i benefici valgono molti soldi: per una famiglia con 2 figli piccoli, uno all’asilo nido e l’altro in una primaria, i benefici vanno dai 3.600 euro per il bonus asilo nido agli oltre 4.500 per l’assegno unico; poi ci sono altri 3mila euro per deduzioni, detrazioni coniuge a carico, agevolazioni per mensa scolastica e trasporti, eventuale contributo affitto, maggiorato se si ha in casa un over 65 anni, per un totale sottostimato (i bonus sono talmente tanti!) di oltre 1.000 euro al mese netti. Queste prestazioni sono infatti esenti da imposte.
E chi lavora più in queste condizioni?
Basti pensare che nel 2024 gli italiani che hanno compilato la dichiarazione ISEE ai vari CAF sindacali avevano raggiunto l’astronomica cifra di quasi 32 milioni (il 54% della popolazione). Le nuove misure che ampliano ulteriormente la platea sono:
- l’aumento della franchigia sul valore catastale dell’immobile dagli attuali 52.500 a 91.500 euro, con una maggiorazione pari a 2.500 euro per ogni figlio convivente a partire dal secondo e non più dal terzo;
- per agevolare le famiglie numerose cambia anche la scala di equivalenza, cioè i coefficienti che rapportano il reddito complessivo alle dimensioni del nucleo familiare, con 0,1 per i nuclei di due figli a 0,55 per quelli con cinque;
- bonus asili nido, assegno di inclusione e AUUF (circa 14mila nuclei familiari in più scenderanno sotto la soglia di 10.140 euro, tetto limite per accedere all’ADI, il sostegno introdotto nel gennaio 2024 al posto del reddito di cittadinanza con importi medi mensili di 710 euro;
- aumenteranno anche di 2.300, sempre secondo la relazione tecnica, i beneficiari del Supporto formazione e Lavoro (SFL), tra i 18 e 59 anni non occupati e non disabili, con un sostegno ipotizzato da 500 euro mensili per 12 mesi.
Il ricalcolo ISEE incide pure sull’AAUF, con un aumento medio di circa 10 euro mensili per ogni beneficiario. Ampliati anche i beneficiari del bonus asili nido, il contributo che va da 1.500 a 3.600 euro l’anno destinato alle famiglie con figli fino a 3 anni, per il pagamento delle rette a strutture pubbliche o private oppure per l’assistenza domiciliare nei casi di bambini affetti da gravi patologie croniche, e il bonus nuovi nati, introdotto lo scorso anno che prevede l’erogazione di 1.000 euro una tantum per ogni nascita o adozione all’interno di nuclei con ISEE fino a 40mila euro.
Il risultato?
Come più volte evidenziato, più facciamo assistenza e più aumentano i poveri. Nel 2008, a fronte di 73 miliardi di trasferimenti all’INPS per pagare le assistenze i poveri assoluti erano 2,1 milioni e i relativi 5,6 milioni. Oggi trasferiamo oltre 180 miliardi e i poveri sono passati rispettivamente a 5,6 e 8,8 milioni. Sarebbe il caso che maggioranza e opposizione facessero assieme qualche riflessione.


