Il ritorno dell’inflazione ha palesato tutte le debolezze di un sistema che non tutela più il potere d’acquisto. A complicare la situazione anche il silenzio di governo, sindacati e imprese che, nel silenzio generale sul problema, preferiscono a soluzioni stabili scorciatoie che non recuperano il salario perso
Negli ultimi messi si è finalmente fatto strada nel dibattito pubblico che tra il 2019 e il 2024 i salari reali in Italia sono crollati di circa 8 punti percentuali, un caso pressoché unico in Europa. Non è un normale ciclo negativo, è un evento economico di gravità eccezionale, destinato prima o poi a riflettersi sui consumi, sul PIL e sulla coesione sociale. Eppure, intorno a questo fatto si è costruita una cortina di silenzio.
La ragione del crollo è che il sistema di contrattazione collettiva nazionale, nel momento cruciale, non ha funzionato. Nel biennio 2022-2023, quando l’inflazione correva sopra l’8%, i rinnovi dei contratti hanno accumulato ritardi enormi. Quando poi sono arrivati – nel 2024 e nel 2025 – l’inflazione era già tornata al 2%. Gli aumenti contrattuali si sono dunque fermati lì, al 2%, mentre il terreno perso negli anni precedenti, circa 10 punti di potere d’acquisto, non è stato recuperato. Risultato: oltre al trentennio di stagnazione salariale, l’Italia ha aggiunto un ulteriore crollo nell’ultimo quinquennio, un danno che non verrà più colmato.
Questo fallimento è politicamente imbarazzante per tutti.
Il governo, impegnato a raccontare un Paese modello per conti pubblici, spread, stabilità e occupazione, non può ammettere che il salario reale sia scivolato come mai in Europa. Le parti sociali, dal canto loro, difendono un sistema di relazioni industriali che dal 1992 in poi aveva funzionato, ma che ha mancato l’appuntamento più importante: il ritorno all’inflazione. I sindacati, pur consapevoli del problema, sono divisi. Temono l’ingerenza del governo, difendono il proprio perimetro, anche se questo sistema è oggi difficilmente difendibile: non solo perché ha fallito, ma perché fallirebbe di nuovo se l’inflazione dovesse tornare.
Per salvare lo status quo si è costruita una sequenza di alibi. Il primo sono i cosiddetti contratti pirata. È vero che esistono e che indeboliscono la contrattazione. Ma è altrettanto vero che da decenni si rifiuta qualsiasi legge sulla rappresentanza, l’unico strumento serio per affrontare il problema. Le sigle che firmano contratti sono ormai una decina, la loro rappresentatività non è verificata e gli accordi tra le parti per certificarla non hanno mai funzionato. Fino a ieri si diceva che i contratti pirata coinvolgevano pochi lavoratori e quindi non erano un problema; oggi diventano improvvisamente il capro espiatorio del crollo salariale di questi ultimi 5 anni quando in realtà non c’entrano nulla.
Il secondo alibi è la produttività. È vero che la produttività è scesa del 2,7% nel 2023 e dell’1,6% nel 2024, ma ciò è dovuto all’aumento dell’occupazione in settori dei servizi a minore valore aggiunto: ciò non significa che i lavoratori che erano già occupati siano diventati meno produttivi e quindi non giustifica un taglio del salario reale. La bassa produttività spiega la stagnazione salariale degli ultimi 30 anni, ma non giustifica affatto il crollo dei salari reale negli ultimi cinque. Inoltre, nei contratti collettivi non entra quasi mai il concetto di valore aggiunto per addetto e quando entra nei contratti decentrati riguarda indicatori fisici, organizzativi, sicurezza, qualità, non certo il PIL per addetto.
Infine, per non toccare il sistema che non funziona più, governo, sindacati e imprese si rifugiano nella stessa soluzione: detassare gli aumenti contrattuali al 5% con il fine pretestuoso di incentivare i rinnovi. Ma nella versione uscita nella Legge di Bilancio è una toppa peggiore del buco. La promessa iniziale era di limitare lo sconto ai contratti firmati nel 2025 e nel 2026, e solo fino al limite del primo scaglione IRPEF di 28mila euro di reddito annuo. Dopo gli emendamenti, e al fine di includere il contratto del commercio che copre più di 2 milioni di lavoratori, si è passati dai contratti firmati nel 2024 e fino a redditi sopra i 33mila euro (nel secondo scaglione IRPEF).
Ma l’intento della norma non doveva essere quello di incentivare il rinnovo dei contratti?
Come volevasi dimostrare, si è confermato che invece serviva a pagare gli stipendi con i soldi dello Stato, peraltro premiando un contratto firmato nel 2024 dopo ben quattro anni e mezzo di ritardo proprio per scavalcare gli anni di inflazione 2022-2023. Questo meccanismo non incentiverà i rinnovi e, se replicato, finirà per smontare l’IRPEF, l’unica imposta progressiva rimasta in Italia. E state sicuri che verrà replicato perché altrimenti anche gli aumenti di quest’anno verrebbero tassati l’anno prossimo aumentando il carico fiscale dei lavoratori. Si avvera così il sistema di tassazione piatta sugli incrementi di reddito era parte del programma di governo della Meloni. Tutto questo pur di non ammettere la verità: il sistema di contrattazione, che per trent’anni ha garantito stabilità, oggi non protegge più il salario.


