Dalle stime del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, la conferma di quanto la longevità, se ben gestita, possa diventare un’importante risorsa per il Paese
Il PIL generato dalla Longevity Economy, intesa come il complesso delle attività economiche specificamente rivolte agli over 50 e finalizzate alla pianificazione di un invecchiamento attivo e in buona salute, è stimabile intorno ai 714,8 miliardi di euro
L’impatto sul PIL generato da beni e servizi rivolti agli over 50 italiani è quantificabile in poco meno di 715 miliardi di euro, pari a circa un terzo del Prodotto Interno Lordo 2024. Numeri consistenti quelli della Longevity Economy, che trovano conferma anche circoscrivendo il perimetro di osservazione ai soli ultra65enni: in questo caso, l’impatto sul PIL del Paese, ottenuto applicando la stessa metodica già utilizzata dalla Commissione Europea per calcolare l’impatto sul PIL UE, avrebbe un valore stimabile intorno ai 363 miliardi di euro, vale a dire circa il 17% del Prodotto Interno Lordo 2024.
È di conseguenza un mutamento di paradigma nei confronti dell’invecchiamento, da voce di costo per l’economia nazionale a potenziale opportunità di investimento e sviluppo, quello auspicato dall’ultimo libro del Professor Alberto Brambilla, “Longevity Economy. Da Silver a Longevity. La grande economia dei prossimi decenni”, presentato oggi nella Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari a investitori istituzionali e rappresentanti di politica, stampa e industria finanziaria. Avvalendosi anche degli esiti della survey “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Silver italiani”, somministrata a un campione di 5.120 over 50 e realizzata da Format Research e Itinerari Previdenziali, la pubblicazione offre un’analisi di dinamiche e conseguenze della transizione demografica in ottica sociale, economica e di sostenibilità, fotografando una platea (di consumatori e non solo) quantitativamente e qualitativamente sempre più significativa, cui l’Italia è chiamata a confrontarsi con una consapevolezza che tuttavia non è ancora sfociata in azioni significative.
Che cos’è la Longevity Economy? Definizione e fasce di età interessate
Nel 2018, la Commissione Europea, nel suo report The Silver Economy, definiva l’economia d’argento come “il complesso di attività economiche rivolte specificatamente alla popolazione con 50 anni o più, che cessano parzialmente o totalmente l’attività lavorativa passando da uno stile di vita attivo a uno differentemente attivo”.
«A distanza di qualche anno dallo studio della Commissione, ora che peraltro la maggior parte dei Paesi dell’intera area OCSE ha fissato intorno ai 65 anni la soglia anagrafica del pensionamento (da qui al 2050 la media sarà verosimilmente di 67 anni per le anticipate e di 70 per la pensione di vecchiaia), tenuto anche conto dell’ingresso sempre più tardivo nel mercato del lavoro, considerare un’età ancora giovane come i 50 anni come “perimetro” della Silver Economy è certamente una scelta non esente da rischi, primo fra tutti quello di uniformare una popolazione che, al suo interno, presenta caratteristiche, necessità, disponibilità economiche e abitudini di consumo molto diverse sia in funzione dell’età anagrafica sia della condizione sociale, soprattutto con riferimento alla distinzione tra lavoratori attivi e pensionati», ha commentato Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.
D’altro canto, come ben spiegato nel libro, non si può trascurare che è proprio intorno ai 50 anni che le persone iniziano a sviluppare più sensibilità nei confronti dell’invecchiamento («i protocolli sanitari prevedono ad esempio alcuni controlli di routine proprio a partire da quella soglia anagrafica») e, in particolare, verso i bisogni da soddisfare per garantirsi una vita anziana il più possibile serena e in buona salute. Di qui, la scelta di parlare più propriamente di un’economia della longevità, la Longevity Economy per l’appunto, che ingloba al suo interno anche la Silver Economy estendendone i confini più che dal punto di vista anagrafico sotto il profilo dell’approccio, riferendosi a tutti quei prodotti, beni e servizi rivolti a persone che vivono sempre più a lungo, «con tutti i pregi e rischi connessi alla longevità». Per Longennial si intendono dunque tutte le persone che abbiano raggiunto i 50 anni di età, accomunate malgrado le segmentazioni anagrafiche – 50/64, 65/74 e over 74 le più significative – da una certa attenzione nei confronti della prevenzione e più in generale di tutti quegli stili di vita, modelli familiari, lavorativi e abitativi che possono aiutare a prepararsi al meglio alla senescenza.
Un ritratto dei Longennial italiani, non solo demografia
Per dare una dimensione numerica e circoscritta al nostro Paese, a fronte di una platea totale costituita da 28,269 milioni di over 50, al 2024 gli ultra65enni sono circa 14,3 milioni (di cui oltre la metà donne) e rappresentano il 24,3% della popolazione: una percentuale destinata a salire, secondo le proiezioni Istat, al 30% nel 2035 e fino al 34,5% nel 2050, quando più di 1 italiano su 3 avrà un’età superiore ai 65 anni. Ormai superato l’impatto di COVID-19, che ha temporaneamente rallentato ma non interrotto il progressivo scivolamento degli italiani verso le età senili, l’Italia si colloca stabilmente tra i Paesi più longevi al mondo, prima nelle classifiche UE per speranza di vita ma non altrettanto per quanto riguarda l’aspettativa di vita in buona salute. Significativa, del resto, la forbice tra i due parametri, con una speranza di vita a 65 anni pari nel 2022 (ultimo anno disponibile) a 19 anni per gli uomini e 21,9 per le donne, che si riduce a 10,4 anni per gli uomini e 9,9 per le donne se si considera l’invecchiamento in buona salute.
Cambia dunque la struttura per età della popolazione e si modifica la composizione delle famiglie che, anche per effetto del calo della natalità, si fanno sempre più spesso mononucleari: gli over 65 italiani che nel 2024 vivono completamente soli sono 4,6 milioni ma saranno ben 6,5 milioni nel 2050, con una netta preponderanza delle donne le quali, grazie a una maggiore aspettativa di vita, passeranno da 3,2 a 4,5 milioni. Una tendenza all’atomizzazione destinata dunque ad acuirsi negli anni a venire: tra meno di vent’anni 1 Silver su 3 vivrà solo, con tutte le conseguenze del caso sia per il nostro sistema di protezione sociale (molte le persone che non potranno contare sulla rete familiare in caso di limitazioni funzionali nel corso della vecchiaia) sia in termini di risparmio e attitudine al consumo. Con queste premesse, facile infatti supporre che una buona parte degli investimenti di questa fetta della popolazione dovrà essere destinata, ancora di più in assenza di progenie, proprio a pianificazione e/o gestione della propria senescenza (LTC, soluzioni abitative, etc).
D’altro canto, fatto altrettanto importante rispetto al passato, i Silver sono tra i maggiori detentori di ricchezza – intesa come patrimonio sia mobiliare che immobiliare – del Paese, disponendo oltretutto di flussi di reddito stabili, come quelli da pensione, anche in fasi di difficoltà globale (come quelle potenzialmente derivanti dalle crescenti tensioni geopolitiche), in quanto non dipendenti dai cicli economici, tanto che spiccano anche tra le fasce di popolazione meno indebitate in assoluto, oltre che per una capacità di spesa superiore a quella delle altre classi anagrafiche.
Nel dettaglio, a partire dai dati forniti dalla Banca d’Italia, la pubblicazione evidenzia come la fascia 51-65 anni dispone del reddito medio equivalente per caratteristiche del capofamiglia più alto e pari a 23.110 euro (+11,2% rispetto ai 20.779 euro del 2020), superati proprio dagli over 65 con 24.090 euro (+18,9% rispetto ai 20.260 del 2020). Solo vent’anni fa, nel 2006, questa stessa fascia di età aveva invece un reddito medio equivalente di 17.100 euro e faceva peggio degli under 40, che registravano un valore medio di 17.829 euro: oggi, la forbice tra le due classi anagrafiche è di quasi 3.000 euro. Evidenze che trovano ulteriore conferma nei dati relativi alla ricchezza per caratteristiche del capofamiglia, ancora una volta sopra alla media per gli over 50: al 2023 i nuclei con capofamiglia tra i 51 e i 65 anni disponevano di una ricchezza mobiliare (attività finanziarie al netto delle passività) pari a 203.268 euro, mentre quelle con capofamiglia over 65 a 197.394.
«Un valore più basso – ha commentato il Professor Brambilla – verosimilmente perché parliamo di persone dalla posizione familiare ed economica consolidata, nella maggior parte dei casi ormai in una fase di decumulo, che li porta a “destinare” buona parte delle proprie risorse economiche in consumi o sostegno a figli o nipoti, quando presenti».
Ampliando ulteriormente lo sguardo, a partire dai dati MEF e Banca di Italia, Itinerari Previdenziali quantifica anche il patrimonio immobiliare medio delle famiglie italiane che, nel caso di capofamiglia over 65, vale circa 281mila euro: valore che,moltiplicato per i 9,1 milioni di famiglie interessate, porta la ricchezza immobiliare di questa fascia anagrafica a 2.599 miliardi di euro, cioè circa il 38,64% del totale (6.629 miliardi). Stimabile invece in circa 289mila euro il patrimonio medio immobiliare delle famiglie con capofamiglia tra i 50 e i 64 anni, per un totale complessivo di 2.467 miliardi, ovvero il 37,26% del totale. Detto altrimenti, i Longennial italiani detengono il 75,9% dell’intera ricchezza immobiliare del Paese e, analogamente, il 75,91% della ricchezza mobiliare. Del resto, se si guarda ai dati su distribuzione delle abitazioni per classi di reddito, si può osservare come il 90,7% degli over 65 vive in case di proprietà, percentuale più elevata di tutti gli altri raggruppamenti anagrafici, tra cui spicca comunque anche la fascia 55-64. In questo caso, l’85,2% possiede almeno un’abitazione di proprietà.
Lo spendibile dei Silver e le ricadute sui consumi
Nella precedente edizione dello studio dedicato alla Silver Economy, sulla base di questi parametri, il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ipotizzava per il 2022 un valore di 288,7 miliardi per lo spendibile netto annuo degli over 65 italiani, valore (al netto di contributi e imposte) comprendente anche i proventi da patrimonio mobiliare e immobiliare o partecipazioni, e allora ritenuto comunque prudenziale non tenendo conto dei redditi diversi da quelli da pensione. «A partire da questo valore – tenendo conto sia dell’inflazione, ipotizzata al 2%, sia del consistente aumento della platea degli over 65, che nel giro di un quinquennio arriveranno a 15,9 milioni – è quindi possibile stimare per il 2030 uno spendibile netto di 391 miliardi di euro, destinato a crescere ulteriormente fino al “picco” del 2050», precisa Brambilla.
«Stiamo insomma parlando di una patrimonializzazione importante che, nei prossimi 20/25 anni, verrà in parte destinata ad ampliare ulteriormente i volumi dei consumi dei longevi e in parte trasferita a figli o parenti, gli over 40 di oggi, incrementando ulteriormente il valore complessivo dell’economia della longevità italiana – ha spiegato il Professore, nel ricordare che – solo dal 2026 al 2030 passeranno di mano circa 873 miliardi, per un flusso di 174 miliardi l’anno, cui tra il 2031 e il 2035 dovrebbero aggiungersene altri 940 (cioè ben 186 ogni anno)».
E la valutazione sullo spendibile sarebbe ancora più elevata se non trascurasse volutamente la generazione tra i 50 e 64 anni, la quale si può considerare ancora in una fase di accumulo, benché già orientata a una serie di consumi “preparatori” alla terza e alla quarta età. In particolare, come confermato sia dalle rilevazioni Istat sia dai risultati della survey Itinerari Previdenziali-Format Research, a spiccare tra i consumi dei Longennial e, soprattutto degli over 65, sono sì beni e servizi riguardanti la salute della persona (assistenza, farmaci e altre spese sanitarie), cui si affiancano però anche prodotti più in generale orientati alla cura e al mantenimento del benessere psico-fisico, ricreativo compreso (palestre, intrattenimento, viaggi, turismo, tempo libero).
I molti volti della Longevity Economy italiana
Domotica, nutraceutica, mobilità sostenibile, alimentazione sempre più specifica e servizi alla persona sono i settori individuati dalla ricerca tra quelli che, in prospettiva, avranno una maggiore espansione nel prossimo futuro, a una fondamentale condizione: quella di saper intercettare peculiarità ed esigenze specifiche di questo segmento di consumatori, trasformandole in un’offerta su misura e finalizzata a favorirne l’invecchiamento attivo e massima partecipazione sociale.
«Un contesto nel quale – precisa Brambilla – non va trascurato, innanzitutto, il ruolo del welfare complementare, chiamato a soddisfare il più rilevante dei bisogni, quello di una vita in buona salute finché possibile, sia attraverso strumenti già noti, come le protezioni collettive Long Term Care, sia tramite servizi ancora da ampliare o esplorare, come la telemedicina o la “presa in carico a 360 gradi” delle persone più sole o bisognose di assistenza. Altrettanto fondamentale, poi, il contributo del mondo del risparmio gestito (Compagnie di Assicurazione, SGR, banche e altri intermediari), con servizi e prodotti di investimento ad hoc per la gestione del cosiddetto longevity risk, vale a dire il rischio che una persona viva più a lungo delle risorse economiche pianificate, esaurendo anzitempo (magari proprio per spese legate a salute o assistenza) il proprio patrimonio o reddito».
Del resto, proprio la multidimensionalità rappresenta per il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali la principale prerogativa dell’economia della longevità. Oltre che sulla varietà dei settori potenzialmente coinvolti nell’offerta di prodotti e servizi taylorizzati per gli over 50, lo studio pone infatti l’accento sulle diverse forze che operano nella Longevity Economy. Quella pubblica, che ne rappresenta la “dorsale” con una spesa per il welfare pari nel 2024 a 627,933 miliardi di euro, di cui 286,14 per la previdenza e 138,33 per la sanità (voce di spesa destinata verosimilmente ad aumentare sotto la spinta della demografia), e quella del mercato destinato a raccogliere le istanze che il welfare pubblico non riesce a soddisfare (37 miliardi la spesa privata lorda per la sola non autosufficienza e oltre 45 miliardi l’ammontare di quella out of pocket, sostenuta per pagare di tasca propria visite o altre prestazioni sanitarie), passando poi per la “sfera sociale”, intesa come l’insieme delle attività che i singoli o associati tra loro possono mettere in campo per migliorare la qualità della vita delle loro comunità.
L’impatto sull’occupazione della Longevity Economy
Non solo per la numerosità della platea ma anche per la quantità e varietà degli ambiti interessati nel settore pubblico e in quello privato, l’economia della longevità ha già oggi importanti ricadute sull’occupazione, destinate ad accrescersi in futuro: secondo le stime Itinerari Previdenziali che ha applicato all’Italia la stessa metodica usata da Oxford Economics per l’UE, la Longevity Economy genera un’occupazione pari a circa 5,6 milioni di lavoratori, ricomprendendo badanti regolari e irregolari, personale delle RSA, personale medico e fornitori di beni e servizi acquistati dagli over 65. E questo dato aumenta a 9,07 milioni di occupati ricomprendendo anche i circa 3,478 milioni di posti di lavoro aggiunti tra nuove attività, servizi e start-up riguardanti i consumi degli over 50.
Superando un’immagine fin troppo stereotipata degli “anziani” come un costo per il welfare, la pubblicazione riflette invece sul grande contributo offerto dai Longennial, e soprattutto degli over 65, alla vita del Paese, dove rappresentano sia per necessità che per volontà un autentico pilastro del welfare informale: «perché come – puntualizza Brambilla – quelli che ai tempi della riforma Brodolini del 1969 erano ritenuti “vecchi”, oggi sono “giovani anziani” che non vogliono essere messi in panchina ad esempio da leggi discutibili come quella Madia sulla Pubblica Amministrazione, ma sono desiderosi di essere utili alla collettività, di avere un ruolo sociale riconosciuto». Già oggi, del resto, i dati descrivono una fascia anagrafica molto attiva nella cura familiare e nel welfare territoriale, attraverso associazionismo o volontariato, con ritorni che vanno oltre la sfera sociale impattando direttamente sull’economia del Paese.
«Volendo, con un pizzico di fantasia, stimare il valore aggiunto sul PIL di questo blocco silenzioso e operoso di persone, spesso sostitutive del welfare state, si potrebbero stimare – spiega il Professore – con riferimento ai soli over 65, almeno 30 miliardi di euro per quel che riguarda le attività di cura in ambito familiare e circa 20 per quella di volontariato prestata alla comunità».
Allo stesso modo, la pubblicazione pone l’accento sul contributo tuttora fornito dai più longevi all’occupazione e al sistema produttivo: il 36% dei titolari di PMI del Paese supera i 60 anni; il 20% i 65 anni, con punte del 25% e del 27% in Lombardia e Veneto. «Su 4,9 milioni di PMI quasi un milione sono gestite da over 65: supponendo un fatturato di 3 milioni e un valore aggiunto del 10% in gioco ci sarebbero circa 300 miliardi di PIL», puntualizza Brambilla. Come ricorda poi il Professore, oggi 782mila over 65 proseguono l’attività professionale dopo il pensionamento, mentre quelli che aiutano nell’attività di famiglia sono quasi 300mila, per un valore aggiunto sul PIL del Paese che supera (al netto della pensione) i 33 miliardi di euro. Tenendo poi conto del progressivo allungamento della vita media e del conseguente innalzamento graduale dell’età pensionabile, diventa interessante guardare anche al tasso di attività: se quello della fascia 55-64 anni è destinato a crescere tra il 2024 e il 2050 dal 61% al 70%, quello della classe 65-74 anni potrebbe aumentare da qui al 2050 fino al 16%.
«In uno scenario che vede gli ultra65enni in forte aumento, ci si sta finalmente rendendo conto del potenziale di questa platea, finora dipinta esclusivamente come fragile e onerosa per lo Stato ma che, per dirla con le parole del Professor Bernabei, il quale ha peraltro contribuito alla redazione della ricerca, rappresenta invece per il nostro Paese una vera riserva di petrolio», ha concluso Alberto Brambilla, ricordando come la maggiore longevità della nostra popolazione potrà tradursi in un’opportunità solo a condizione che tutti i soggetti coinvolti facciano la loro parte.
Secondo il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, la nuova fase economica cui tutte le società occidentali stanno andando incontro non deve infatti distrarre i legislatori, tra cui quello italiano, anche dagli altri effetti “collaterali” della transizione demografica, a cominciare dalla necessità (e qui l’Italia è già in forte ritardo) di agire sul mercato del lavoro con misure e interventi, dalla riorganizzazione di postazioni e orari alla strutturazione di programmi di formazione continua, che favoriscano la permanenza dei lavoratori senior sfruttando positivamente anche le leve in arrivo da automazione e intelligenza artificiale.
«Così come quando piove occorre aprire l’ombrello, anche in materia di demografia – secondo il Professore – è il momento di lasciare da parte i facili allarmismi e di progettare soluzioni di buona vita anche in una società “più vecchia”, che sul lungo periodo produrrà meno PIL per effetto della contrazione della popolazione e, si spera, di quel almeno 30% di consumi inutili, ma che probabilmente avrà un PIL pro capite e uno spendibile maggiore, sarà meno stressata, meno consumistica appunto e più umana. Un rallentamento che potrebbe insomma tradursi in una decrescita eticamente felice, capace di rendere la transizione demografica un’enorme opportunità anche dal punto di vista sociale. Il futuro potrebbe essere più semplice e migliore di quello che le paure demografiche fanno immaginare».
Per approfondimenti sul volume “Longevity Economy. Da Silver a Longevity, la grande economia dei prossimi decenni”, è possibile visitare la sezione Ricerche del sito Itinerari Previdenziali
Il libro, edito da Guerini e Associati, è stato realizzato dal Professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, con le prefazioni di S.E. Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente emerito Pontificia Accademia per la Vita, e Maria Teresa Bellucci, Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
Si ringraziano per il loro sostegno alla realizzazione della ricerca: AIPB – Associazione Italiana Private Banking, Arca Fondi SGR, BPER Banca, CIDA – Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità, Confartigianato Imprese, Confcommercio-Imprese per l’Italia, Confcooperative, EBAN – Ente Bilaterale Agricolo Nazionale, Invimit SGR, Quadrivio Group, Unipol/UniSalute
