Di fronte alla più grande transizione demografica di tutti i tempi, quali strategie di investimento dovranno adottare gli enti previdenziali per generare quell’extra-rendimento necessario a gestire il rischio longevità legato all’aumento dell’aspettativa di vita degli iscritti?
Se il 2026 è iniziato sulla falsariga dell’anno precedente, confermando una tenuta dei mercati finanziari nonostante uno scenario dominato da numerosi fattori di rischio ancora tutti da valutare tra cui gli effetti della recente guerra in Iran, nelle decisioni di asset allocation gli investitori previdenziali si trovano non solo a fronteggiare le incertezze di breve periodo, ma anche a dover fare i conti con profondi cambiamenti strutturali a livello economico-sociale, a cominciare dalle conseguenze della longevità.
Il mondo sta, infatti, affrontando la più grande transizione demografica di tutti i tempi, anche se con intensità diversa nei vari Paesi. Per tante realtà industrializzate come l’Italia, la maggiore fase di invecchiamento della popolazione è iniziata da tempo: già oggi nel nostro Paese si conta oltre il 24% di over 65 sul totale della popolazione, destinati a sfiorare il 35% nel 2050. La combinazione dei fattori demografici e, in particolare, l’incremento dell’aspettativa di vita e la riduzione dei tassi di fertilità che si traduce in minor numero di nascite, producono un cambiamento della struttura per età della popolazione e quindi della società stessa.
Figura 1 – L’evoluzione della struttura per età della popolazione negli ultimi 65 anni

La percentuale dei giovani d’età compresa tra 0 e 14 anni, che nel 1960 era pari al 24,7% (quasi un quarto della popolazione), si riduce progressivamente per il duplice effetto dell’invecchiamento della popolazione e, in parte, e della riduzione dei tassi di fertilità anche se mitigati dal quasi azzeramento della mortalità infantile, passando al 14,3% del 2000 all’11,9% del 2024. Proprio a causa dell’allungamento della vita, la percentuale di popolazione tra i 65 e gli 84 anni passa dall’8,7% del 1960 al 16% del 2000 per giungere nel 2024 al 20,6%; stesso percorso per gli over 85, pari allo 0,5% della popolazione nel 1960, che passano al 2,1% del 2020 per arrivare al 4,1% nel 2024 con un incremento di circa 8 volte. A fronte di questo andamento delle fasce d’età estreme della popolazione, la quota di residenti in età lavorativa compresa dai 15 ai 64 anni cala dal 66% al 63,4%. Anche l’età media della popolazione si è notevolmente innalzata: da circa 24 anni nel 1861 a poco meno di 30 anni nel 1950 e la stima Istat all’1 gennaio 2025 è di 46,9.
Come noto, le prospettive future indicano un ulteriore forte invecchiamento della popolazione. A partire dal 2025, e in misura ancora più significativa dal 2030, inizieranno a entrare nella fascia degli over 65 le coorti dei cosiddetti Baby Boomer. Ciò comporterà un incremento significativo della quota degli ultra65enni rispetto al totale della popolazione, che passerà dal 24,3% (14,3 milioni) del 2024 al 30% nel 2035, per poi attestarsi al 34,6% nel 2050. In altre parole, nel 2050, oltre un italiano su tre avrà un’età superiore ai 65 anni (l’intervallo di confidenza, cioè la possibilità di esattezza di questa previsione, è pari al 90% e presenta un minimo del 33,1% e un massimo del 35,8%). Come per gli over 65, anche gli ultra80enni cresceranno fino a raggiungere nel 2030 il 10% della popolazione e il 13,6% nel 2050.
Non cambia solo la struttura per età della popolazione ma anche la composizione delle famiglie: le coppie con figli si riducono al 28,2% (erano il 40,2% vent’anni fa e il 34,6% dieci anni fa), mentre aumentano all’11% le famiglie di genitori soli con figli. Tra le tre macroaree italiane la situazione è leggermente differente, con il Sud che evidenzia una quota più ampia di coppie con figli e più bassa di persone sole rispetto al Centro e al Nord. A causa, da un lato, dell’aumento della speranza di vita e, dall’altro, dell’incremento delle separazioni, tra il 2024 e il 2050 è stimata una crescita del 13% delle persone sole, che passeranno da 9,7 a 11 milioni pari al 41,1% del totale delle famiglie, mentre il numero di coppie con figli si ridurranno in modo sensibile al 21% circa. Gli over 65 anni che vivono soli (famiglie mononucleari) sono 4,6 milioni nel 2024 e nel 2050 diventeranno ben 6,5 milioni con le donne che, grazie a una maggiore aspettativa di vita, passano da 3,2 a 4,5 milioni.
Figura 2 – Composizione delle famiglie nel 2024 e previsione per il 2050

Il picco di invecchiamento della popolazione è previsto tra il 2045 e il 2050, motivo per cui le prospettive per i prossimi 30 anni indicano un ulteriore invecchiamento della popolazione con una stabilizzazione della popolazione in età da lavoro, grazie anche al recupero delle fasce di inattivi soprattutto tra i giovani, e all’aumento dell’età di pensionamento che nel 2035 sarà di circa 68 anni.
In un Paese sempre più longevo e in cui cambia la composizione familiare, mutano i bisogni e gli stili di vita e, di conseguenza, sarà necessario ideare nuove forme di risparmio e nuove tipologie di protezione.
Mutamenti che coinvolgono gli enti previdenziali che dovranno gestire il Longevity Risk, ripensando gli investimenti sia per consolidare le posizioni previdenziali degli iscritti che vivranno più a lungo gestendo il rischio di dover erogare prestazioni pensionistiche per un periodo di tempo più lungo di quello previsto, sia per predisporre una serie di prestazioni aggiuntive rispetto a quella pensionistica in settori come, ad esempio, l’abitazione, l’assistenza sanitaria, la gestione della non autosufficienza.


