I fondi pensione hanno archiviato lo scorso anno con rendimenti ancora in rialzo e ben oltre il tasso di rivalutazione del TFR, nonostante un quadro congiunturale dominato da diversi fattori di incertezza. Bene in particolare i comparti azionari, sull’onda dell’entusiasmo per l’intelligenza artificiale
Anche nel 2025 è proseguito il trend di crescita del settore della previdenza complementare italiana. Alla fine dello scorso anno, il numero di posizioni in essere presso le forme pensionistiche complementari era pari a 11,7 milioni (+5% rispetto a dicembre 2024), per un totale iscritti di 10,4 milioni. Questo il quadro che emerge dall’ultimo aggiornamento di dicembre della COVIP, secondo cui nei fondi negoziali le posizioni sono aumentate di 269.800 unità (+6,4%), per un totale complessivo di 4,514 milioni, mentre nelle forme pensionistiche di mercato si contano 178.400 posizioni in più nei fondi aperti (+8,6%) e 107.100 in più nei PIP (+2,8%), per un totale pari rispettivamente a 2,262 milioni e 3,972 milioni.
In deciso aumento anche l’ammontare dei contributi raccolti, che hanno registrato una crescita rispetto al 2024 del 10,1% a 17,4 miliardi di euro (escludendo i fondi preesistenti), con un incremento maggiore della media per i fondi negoziali (+10,9% a 7,9 miliardi) e per i fondi aperti (+15,4% a 3,9 miliardi) e minore per i PIP (+5,6% a 5,6 miliardi). Interessante poi notare come mentre per i fondi negoziali, in cui tipicamente una quota maggiore delle entrate è costituita dal TFR e dal contributo a carica del datore di lavoro, i flussi sono costanti durante l’anno, nelle forme di mercato la maggiori parte dei contributi (il 37% del totale annuale per i fondi aperti e il 42% per i PIP) si concentra nel quarto trimestre, forse anche nel tentativo degli iscritti di aumentare l’ammontare che beneficia della deducibilità fiscale.
Il saldo positivo della gestione previdenziale ha contribuito inoltre alla crescita delle risorse destinate alle prestazioni, salite a 261,2 miliardi di euro con un’incidenza sul PIL di circa il 12% rispetto all’11,1% del 2024. Un incremento che ha beneficiato, oltre dell’aumento delle entrate contributive, anche dell’andamento positivo della gestione degli investimenti, nonostante l’incertezza che ha dominato (e continua a dominare) lo scenario congiunturale e che ha causato una fase di accentuata volatilità soprattutto nella prima parte dell’anno.
L’acuirsi delle tensioni commerciale e i conseguenti timori riguardanti l’impatto sull’economia globale, culminati con la correzione registrata dai mercati finanziari a seguito del cosiddetto Liberation Day di inizio aprile, aveva condizionato le performance del primo semestre, lasciando presagire un anno complicato dal punto di vista dei rendimenti. La realtà ha poi raccontato di un progressivo recupero già nelle settimane successive e consolidato nella seconda parte dell’anno, risultando in rendimenti medi ben oltre i parametri obiettivo per tutte le forme pensionistiche complementari. Da un lato, infatti, l’equity è stato trainato soprattutto dall’euforia legata all’intelligenza artificiale e, dall’altro, l’obbligazionario ha beneficiato di una politica monetaria più accomodante grazie al prosieguo del processo di disinflazione.
La previdenza complementare nel 2025: focus sui rendimenti
In particolare, i rendimenti medi aggregati hanno visto i fondi negoziali guadagnare il 4,8% (+6% nel 2024), i fondi aperti il 5,7% (+6,5% nel 2024) e le gestioni unit linked di ramo III dei PIP il 5,1% (+9% nel 2024), rispetto a un tasso di rivalutazione del TFR del +1,9%. I comparti azionari hanno registrato rendimenti medi del 7,7% nei fondi negoziali, del 9,6% in quelli aperti e del 7,8% nei PIP di ramo III. Nelle linee bilanciate i risultati sono stati in media pari al 5,1% nei fondi negoziali e al 5,5% nei fondi aperti; nei PIP, invece, sono stati pari al 3,5%. Rendimenti medi dell’ordine dell’1-2%, infine, per i comparti obbligazionari e garantiti.
Guardando agli ultimi 5 anni, i rendimenti medi aggregati, ad eccezione dei PIP, soffrono ancora il confronto con il TFR (+3,4%) risentendo del crollo registrato nel 2022, sebbene per quanto riguarda le sole linee azionarie il recupero sia già stato ampiamente completato. Allargando ulteriormente l’analisi su orizzonti temporali più lunghi e coerenti con le finalità del risparmio previdenziale, nel periodo di 10 anni da fine 2015 a fine 2025, a fronte di una rivalutazione del TFR pari al 2,5%, le linee a maggiore contenuto azionario hanno conseguito rendimenti netti medi annui composti che si collocano tra il 4,8% e il 5,1% per tutte le tipologie di forme pensionistiche, mentre per le linee bilanciate i rendimenti medi sono compresi tra l’1,9 e il 2,9%. La maggior parte delle linee garantite e obbligazionarie, invece, mostra invece rendimenti medi positivi ma inferiori all’1%; le gestioni separate di ramo I dei PIP (che contabilizzano le attività al costo storico e non al valore di mercato) ottengono un rendimento medio dell’1,5%.
Figura 1 – Rendimenti netti medi annui delle forme pensionistiche complementari

Da questi risultati appare evidente come, stante la natura di lungo termine che caratterizza gli investimenti previdenziali, la scelta di un profilo più rischioso risulti preferibile al fine di accumulare un montante soddisfacente e in grado di consentire una significativa integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, ossia la finalità principale della previdenza complementare. L’orizzonte di lungo periodo consente, infatti, l’adozione di un maggior grado di rischio soprattutto per gli aderenti più giovani, salvo poi ridurne progressivamente la quota con l’avvicinarsi dell’età pensionabile.
In tal senso, è da leggere positivamente il provvedimento in materia di previdenza complementare contenuto nell’ultima Legge di Bilancio in base al quale i contributi degli iscritti derivanti da adesione automatica ai fondi pensione non sono più investiti nei compartiti garantiti ma “in percorsi o linee di investimento caratterizzati da differenti profili di rischio rendimento, tenendo conto in particolare dell’orizzonte temporale dell’investimento e dell’età anagrafica dell’aderente”.




