Con l’articolo 29 del decreto legge sul PNRR viene finalmente realizzato un importante passo avanti verso una maggiore regolamentazione dei fondi sanitari integrativi: un settore, quello della sanità complementare, dal quale possono trarre importanti benefici sia i cittadini sia lo stesso SSN, anche e soprattutto alla luce della transizione demografica in corso
L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L’Economia del 23/2/2026
Dopo oltre 15 anni di attesa finalmente l’attuale governo ha varato la prima norma sui fondi sanitari integrativi.
Per il grande pubblico potrebbe sembrare un tema marginale ma il secondo pilastro della sanità, come vedremo più avanti, è fondamentale per mantenere e migliorare gli attuali livelli di assistenza sanitaria in uno scenario di forte invecchiamento della popolazione italiana che, vivendo di più, consumerà molta più “sanità”. Sanità che già oggi è in crisi, tra medici e infermieri sottopagati che lasciano il Paese o vanno nel privato, lunghe liste di attesa e scarsi ammortamenti delle costose attrezzature diagnostiche e sanitarie.
L’articolo 29 del decreto legge sul PNRR prevede infatti alcune novità: la prima introduce finalmente la vigilanza sui fondi sanitari assegnata alla COVIP che, vigilando già in modo molto positivo sui fondi pensione (mai un problema in oltre 25 anni), diverrà l’authority del welfare complementare e integrativo; la seconda riguarda la definizione di tutta una serie di attività a tutela degli aderenti come l’obbligo di informare gli iscritti su tutte le attività attraverso la pubblicazione dei bilanci, le comunicazioni agli iscritti e le notizie riguardanti entrate contributive, uscite per prestazioni, saldi di gestione e patrimonio.
Qualcuno potrebbe pensare che tutto ciò sia normale; purtroppo, non è così!
Nonostante gli iscritti siano ormai più di 17 milioni e le forme sanitarie integrative oltre 324 (un numero enorme e abnorme), da noi non esiste alcun controllo, i fondi non hanno alcun obbligo di trasparenza nei confronti degli iscritti. Non pubblicano i bilanci, i siti web, quando ci sono, risultano carenti; non si conoscono i costi di gestione che, in alcuni casi, potrebbero essere addirittura superiori al 30% di tutte le contribuzioni e gli amministratori non hanno obblighi di professionalità e onorabilità. Per dirla con il Presidente della COVIP, Mario Pepe, che molto si è battuto in quanto medico e grande esperto di sanità, per regolare il secondo pilastro, con questa norma finisce il “far-west” della sanità integrativa.
Intendiamoci: non tutti i fondi sono così opachi; alcuni, soprattutto quelli operativi da molti anni e alcuni contrattuali, applicano già una buona trasparenza con gli iscritti ma la maggior parte è senza alcun controllo e di alcuni non si sa nemmeno come operano. L’unica fonte di informazione pubblica è l’Anagrafe dei fondi sanitari operativa presso il Ministero della Salute, i cui ultimi dati risalgono però all’anno fiscale 2022; non svolge alcun controllo né preventivo né consuntivo, tanto più che in assenza di alcun obbligo di iscrizione, con il vetusto metodo dell’iscrizione ogni anno, si limita a iscrivere i fondi sanitari che ne fanno richiesta. Non sono noti i dati fondamentali relativi ai bilanci, alle entrate contributive, ai costi di gestione, ai patrimoni e a tutto il resto: insomma, una giungla pericolosa perché in questa opacità può accadere di tutto.
È vero, non abbiamo ancora l’auspicata legge quadro sul modello della previdenza complementare ma il regolamento che dovrà essere redatto dalla COVIP entro un anno definirà molti aspetti cruciali a partire dalle fonti istitutive, dalla definizione delle forme sanitarie (contrattuali, forme aperte gestite da soggetti autorizzati) superando l’anacronistica iscrizione annuale e prevedendo l’obbligo del bilancio annuale da pubblicare sui siti web, la costituzione di un capitale di garanzia e tanta trasparenza con gli utenti.
Certo, poi sarà necessario un intervento normativo prendendo a base la proposta di legge presentata da Paolo Barelli, capogruppo di Forza Italia alla Camera, per garantire a tutti gli iscritti la stessa deducibilità dei contributi versati, superando l’attuale e poco costituzionale sistema che prevede la deducibilità fino a 3.615,20 euro l’anno, in gran parte non utilizzata, per i fondi contrattuali e la detraibilità pari al 19% di 1.300 euro l’anno per le altre categorie di lavoratori non contrattualizzati, autonomi e liberi professionisti. Si dovranno poi individuare le sinergie e convenzioni con le strutture pubbliche e tra fondi pensione e fondi socio-sanitari.
Ma il percorso è tracciato e, in un anno, il settore dovrebbe essere regolamentato e messo in sicurezza come accaduto per i fondi pensione.
E, come dicevamo, di sanità integrativa c’è molto bisogno. Basti pensare che nel 2024 gli italiani hanno speso direttamente di tasca propria (la cosiddetta spesa out of pocket) 45,4 miliardi di euro per visite, esami e ricoveri; cifra che si somma ai 6,8 miliardi di contributi versati ai fondi sanitari per un totale di spesa privata di oltre 52 miliardi, cui vanno sommati i 138,5 miliardi di spesa per la sanità pubblica. In totale, fanno 190 miliardi che, inevitabilmente, sono destinati a crescere perché l’Italia è il Paese europeo con la maggiore percentuale di ultra65enni e ultra80enni sul totale della popolazione: le persone con più di 65 anni sono ormai il 25% della popolazione italiana, pari a oltre 14 milioni, mentre gli over 80 sono il 7,7% pari a 4,54 milioni; di questi ben 22.652 sono ultracentenari e in continuo aumento.
I vantaggi dei fondi sanitari per i cittadini e lo Stato sono molti: in generale, le prestazioni ottenute tramite fondi sanitari costano meno della metà rispetto alla spesa out of pocket per cui i cittadini, iscrivendosi ai fondi, risparmierebbero almeno 22 miliardi scegliendo per giunta da chi farsi curare e riducendo i tempi di attesa a pochi giorni, meno di una settimana. Lo Stato attraverso le convenzioni tra strutture pubbliche e fondi riuscirebbe a pagare di più medici e infermieri, ad ammortizzare meglio i macchinari, ridurre il sommerso e ridurre drasticamente le liste d’attesa, a vantaggio anche di chi non è iscritto ai fondi.


