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Hedge funds: la nuova frontiera della diversificazione

Finanza
Categorie Categorie Investimenti

Il ruolo delle strategie hedge UCITS nel migliorare diversificazione, stabilità dei rendimenti e gestione del rischio nel contesto attuale dei mercati globali

a cura di Pictet Asset Management

Le recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, hanno riportato al centro dell’attenzione il tema della fragilità degli equilibri globali e del loro impatto sui mercati finanziari. In un contesto caratterizzato da shock energetici, incertezza sulle politiche monetarie e maggiore volatilità, le tradizionali correlazioni tra asset class stanno diventando meno affidabili. Questo scenario rafforza la necessità, per gli investitori, di ripensare l’asset allocation in ottica più resiliente, integrando strumenti in grado di offrire diversificazione reale e minore dipendenza dai movimenti direzionali dei mercati.

In questo contesto, gli investitori istituzionali sono chiamati a ripensare il paradigma di asset allocation costruito negli anni di tassi bassi e mercati direzionali.

Le strategie alternative hedge fund, implementate attraverso strutture UCITS regolamentate, con un mercato globale vicino ai cinque trilioni di dollari, offrono oggi uno strumento efficace per ampliare le fonti di rendimento, rafforzare la diversificazione e migliorare la resilienza dei portafogli nel lungo periodo.

Negli ultimi mesi i mercati finanziari hanno evidenziato una significativa rotazione tra le principali classi di attivo e tra gli stili di investimento azionari. I titoli che hanno registrato le performance migliori nel breve periodo hanno continuato a rafforzarsi, accentuando il fenomeno dei cosiddetti momentum winners. Parallelamente si osserva una rotazione degli stili: titoli ciclici contro difensivi, mercati emergenti rispetto a quelli sviluppati e segmenti small cap rispetto alle large cap.

Questo scenario riflette un equilibrio di mercato in rapido cambiamento, nel quale la dispersione tra settori, fattori e aree geografiche tende ad aumentare.

Sul fronte azionario, il consenso è che il 2026 offra ancora opportunità interessanti, seppure in uno scenario complesso. Negli Stati Uniti, i temi legati all’intelligenza artificiale, alla tecnologia e alla qualità (bilanci solidi e cash flow consistenti) restano centrali, ma le valutazioni elevate e la forte concentrazione su alcuni grandi nomi, come le big tech, stanno spingendo molti gestori a orientare le proprie strategie verso una maggiore diversificazione delle fonti di rendimento, ampliando la ricerca di opportunità oltre i titoli a maggiore capitalizzazione. Ad esempio, il settore finanziario che si prevede beneficerà della deregolamentazione, i titoli industriali legati alle infrastrutture e alla transizione energetica, e i segmenti value con fondamentali robusti. Nonostante ciò, i portafogli tradizionali presentano oggi alcune vulnerabilità strutturali. Il mercato azionario statunitense tratta su multipli storicamente elevati: il rapporto prezzo/utili prospettico è intorno a 22 volte, mentre l’indicatore Shiller CAPE (che misura il prezzo attuale di un indice rispetto alla media dei profitti degli ultimi 10 anni) si colloca vicino a 40, uno dei livelli più alti nella storia. Inoltre, l’equity risk premium — ovvero il differenziale di rendimento atteso tra azioni e Treasury — si è compresso a circa lo 0,02%, tra i livelli più bassi mai registrati.

Anche il mercato del credito mostra segnali di compressione del premio per il rischio: gli spread investment grade sono intorno a 78 punti base, sui livelli più bassi degli ultimi vent’anni. Ciò implica una remunerazione limitata rispetto al rischio assunto e un potenziale ridotto di ulteriore compressione. Inoltre, gli spread creditizi possiedono un rilevante potere predittivo sui rendimenti futuri delle obbligazioni corporate, sia nel breve che nel lungo periodo. I livelli correnti indicano rendimenti contenuti e una vulnerabilità elevata agli shock macroeconomici. Nello scenario attuale, dunque, le allocazioni obbligazionarie potrebbero non offrire protezione attesa durante le fasi di contrazione dell’azionario.

Parallelamente, l’incertezza geopolitica, aggravata da ultimo dalla guerra in Iran, e l’imprevedibilità delle politiche economiche (in particolare, l’incertezza causata dai dazi americani) contribuiscono a generare movimenti di mercato improvvisi e marcati. Alcuni episodi recenti hanno evidenziato forti variazioni giornaliere degli indici di volatilità (come il Vix, l’indice della paura), segnalando un contesto nel quale le tradizionali relazioni di diversificazione tra azioni e obbligazioni possono diventare meno stabili. In questo quadro emerge con maggiore forza la necessità di integrare nei portafogli istituzionali fonti di rendimento meno dipendenti dall’andamento direzionale dei mercati.

Tra le strategie alternative, gli hedge fund rispondono proprio a questa esigenza. Il loro obiettivo non è semplicemente partecipare al rialzo degli asset tradizionali, ma generare rendimento sfruttando inefficienze di mercato, differenze di valutazione tra titoli e trend macroeconomici globali. Negli ultimi anni queste strategie sono diventate sempre più accessibili agli investitori istituzionali europei grazie alla diffusione delle strutture UCITS, che replicano l’approccio hedge fund all’interno di un quadro regolamentare rigoroso. Il regime UCITS impone infatti standard elevati in termini di liquidità, trasparenza e controllo del rischio attraverso: valorizzazione giornaliera del portafoglio, limiti stringenti su leva finanziaria e concentrazione delle posizioni, obblighi di diversificazione e sistemi di controllo indipendenti tramite depositario. Questa struttura rende queste strategie alternative compatibili con le esigenze di governance di Fondazioni, Casse di Previdenza e Compagnie assicurative.

All’interno di questo universo si distinguono diverse famiglie di strategie, ciascuna con caratteristiche tecniche specifiche.

Le strategie Equity Long/Short combinano posizioni lunghe su titoli sottovalutati con posizioni corte su titoli sopravvalutati. L’esposizione netta al mercato viene mantenuta generalmente tra il 20% e il 60%, consentendo di partecipare al potenziale rialzo dell’azionario ma con una volatilità inferiore rispetto agli indici tradizionali. In termini storici, queste strategie presentano una volatilità intorno all’8–12% contro il 16–18% dell’equity globale e una capacità di contenere le perdite nei ribassi, con downside capture mediamente compresa tra il 40% e il 60%. Le strategie Equity Market Neutral adottano un approccio ancora più indipendente dall’andamento direzionale dei mercati. Attraverso posizioni long e short bilanciate mirano infatti a neutralizzare completamente il rischio sistematico, concentrando la generazione di rendimento sulla selezione relativa dei titoli. I rendimenti annuali tipici si collocano tra il 4% e l’8% con volatilità tra il 5% e l’8%. Le strategie Multi-Strategy adottano invece un modello di diversificazione interna, combinando diverse fonti di alpha: equity long/short, relative value, event driven e opportunità tattiche su più mercati. L’allocazione del capitale tra queste strategie viene modificata dinamicamente in funzione delle condizioni di mercato. Infine, le strategie Global Macro e CTA sistematiche operano sui grandi trend macroeconomici attraverso posizionamenti su azioni, obbligazioni, materie prime e valute. Molti modelli sono basati su tecniche di trend following che consentono di intercettare movimenti persistenti dei mercati. Queste strategie sono note per la loro capacità di generare il cosiddetto crisis alpha: in fasi di stress dei mercati azionari hanno storicamente prodotto rendimenti positivi o decorrelati, contribuendo a stabilizzare il portafoglio.

Dal punto di vista quantitativo, le strategie alternative UCITS presentano caratteristiche di rischio significativamente diverse rispetto agli investimenti tradizionali.

Mentre l’azionario globale mostra volatilità annualizzate intorno al 14–16%, le strategie hedge UCITS operano generalmente con target compresi tra il 4% e l’8%. Anche i drawdown risultano storicamente molto più contenuti: nelle fasi di stress più severe gli indici azionari possono registrare perdite del 30–40%, mentre portafogli alternativi ben diversificati tendono a limitare i ribassi nell’ordine dell’8–12%. Queste caratteristiche si traducono in benefici concreti nella costruzione dell’asset allocation istituzionale. L’inserimento di una quota moderata di strategie alternative – ad esempio, il 10% del portafoglio – può ridurre la volatilità complessiva di circa un punto percentuale, migliorare il profilo di drawdown e ridurre la correlazione con l’azionario tradizionale.

GC
Giambattista Chiarelli, Head of Institutional Pictet Asset Management
MG
Marco Ghilotti, Senior Manager, Institutional Clients Pictet Asset Management

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