L’instabilità geopolitica e la volatilità dei prezzi energetici mostrano quanto la dipendenza dalle fonti fossili resti un fattore di fragilità economica. Per gli investitori, integrare il rischio climatico nelle scelte di portafoglio significa leggere con più precisione i rischi di mercato e rafforzare la stabilità nel lungo periodo
a cura di Etica Sgr
Le recenti tensioni geopolitiche hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità dei mercati energetici globali, in particolare di quelli del petrolio e del gas naturale. Questi sviluppi hanno nuovamente evidenziato un tema che spesso tende a essere sottovalutato: il legame tra la dipendenza dalle fonti fossili e la stabilità economico-finanziaria.
All’aumentare dell’incertezza sui costi energetici, i margini delle imprese energivore tendono a ridursi e aumenta la volatilità lungo le filiere produttive. È in contesti come questi che emerge con maggiore evidenza l’importanza strategica delle energie rinnovabili: oltre a contrastare il cambiamento climatico, infatti, contribuiscono in modo determinante a rafforzare l’indipendenza energetica e a ridurre l’esposizione a shock di prezzo improvvisi. Basti pensare che, negli ultimi anni, l’Italia ha speso circa 90 miliardi di euro per contenere il costo delle bollette del gas. Parallelamente, il raggiungimento di una maggiore autonomia energetica richiederebbe l’installazione di circa dieci gigawatt di nuovi impianti rinnovabili all’anno, ma oggi circa 300 gigawatt di progetti restano bloccati nelle procedure autorizzative.
La questione, tuttavia, va oltre la politica energetica e impatta direttamente le logiche di asset allocation, poiché riguarda anche il modo in cui si costruiscono i portafogli e, soprattutto, come si misura il rischio. Come certifica il Global Risk Report 2026, se nel breve periodo il dibattito resta dominato da conflitti geoeconomici e instabilità internazionale, nel lungo termine i rischi ambientali si confermano una delle principali minacce per la tenuta dei sistemi economici e finanziari e non possono essere ignorati.
Il cambiamento climatico si traduce infatti rapidamente in rischio di mercato, e la perdita di risorse naturali è un fattore di stress economico misurabile. La Banca Mondiale stima che il declino di soli tre servizi ecosistemici (impollinazione, pesca e fornitura di legname) potrebbe causare una contrazione del PIL globale pari a 2.700 miliardi di dollari entro il 2030. A ciò si aggiunge la vulnerabilità delle filiere, aggravata dal degrado del capitale naturale: oggi tra il 60% e il 70% dei terreni europei è classificato come “non sano”, minacciando la base produttiva di agricoltura, industria e approvvigionamento energetico.
Situazioni prolungate legate al cambiamento climatico, come siccità intense in aree strategiche per la produzione agricola, possono avere un impatto significativo sulla valutazione degli strumenti finanziari e, di conseguenza, possono indurre anche crisi di liquidità. Per questo motivo, la normativa oggi richiede agli operatori del settore finanziario di fare delle valutazioni di rischio climatico associato anche alle possibili crisi di liquidità che questo può comportare o con le quali si può intrecciare.
Tali eventi hanno un impatto economico concreto, con potenziali riflessi sulle valutazioni borsistiche delle varie industrie che vengono coinvolte in situazioni estreme dal punto di vista climatico.
Ne deriva che un approccio di investimento efficace deve oggi necessariamente includere i criteri legati al cambiamento climatico nella costruzione del portafoglio.
Per Etica Sgr, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica che da oltre 25 anni gestisce fondi comuni etici e responsabili, la chiave risiede in una strategia capace di integrare i rischi e le opportunità legati al cambiamento climatico in tutte le fasi dell’investimento. In questa prospettiva, Etica ha integrato il calcolo del rischio climatico nelle misure di rischio tradizionali, sviluppando una nuova metrica proprietaria (ClimVaR), basata su una matrice statistica e previsionale, progettata per misurare, prevedere e gestire in modo efficiente le potenziali ricadute dei rischi climatici sui portafogli di investimento.
L’utilizzo di strumenti di questo tipo permette di tradurre i rischi climatici in variabili finanziarie misurabili, rendendone più chiaro l’impatto sulla stabilità economica e sulle scelte di asset allocation. Ne emerge un punto centrale: accelerare la decarbonizzazione non significa soltanto ridurre le emissioni, ma anche rafforzare la resilienza dei sistemi economici e ridurre l’esposizione a vulnerabilità geopolitiche ormai evidenti.



