Il complesso delle attività economiche legate all’allungamento della vita media nel nostro Paese (la cosiddetta Longevity Economy) vale 714 miliardi di euro, più del Prodotto Interno Lordo di ben 21 Stati membri dell’UE. Malgrado il grosso potenziale – economico e non solo – rappresentato dalla longevità, l’Italia si rivela però ancora piuttosto impreparata a gestire la transizione demografica e i suoi effetti, criticità comprese
L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L’Economia del 6/7/2026
Se la Longevity Economy italiana – cioè il complesso delle attività economiche legate alla longevità e misurate come Prodotto Interno Lordo – fosse uno Stato sovrano, si classificherebbe con 714 miliardi di PIL al sesto posto tra i 27 Paesi UE, dopo Germania (4.121 miliardi di euro), Francia, Italia, Olanda e Polonia (747,7 miliardi di euro), e battendo gli altri 21 Paesi a partire da Belgio, Svezia, Irlanda e Austria, tutti sotto i 600 miliardi di PIL. Infatti, adottando per l’Italia la stessa metodica utilizzata da Oxford Economics per la quantificazione della Silver Economy in UE nel 2018/25, il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ha calcolato l’impatto sul Prodotto Interno Lordo dell’intera Longevity Economy italiana, stimata appunto in 714,8 miliardi di euro, pari al 33% del PIL 2024.
L’occupazione generata dai circa 14,5 milioni di over 65 per prodotti e servizi utilizzati da questa fascia di utenti, ricomprendendo badanti regolari e irregolari, il personale delle RSA, quello medico, i fornitori di beni e servizi acquistati e tutte le apparecchiature, i macchinari e la strumentistica occorrente può essere quantificata in circa 5,6 milioni di posti di lavoro. Se agli over 65 si aggiungono gli over 50 che si stanno preparando a una vita “più lunga”, si arriva a un totale di circa 9 milioni di occupati.
Ma cos’è la Longevity Economy e perché nei parliamo?
La Longevity Economy è il complesso delle attività economiche (prodotti, servizi, occupazione) rivolte specificamente alla popolazione con 50 anni e più, riguardanti i miglioramenti degli stili di vita in termini di nutrizione, attività fisiche, prevenzione, conciliazione dei tempi famiglia-lavoro, formazione continua, investimenti e protezioni assicurative e tutto ciò che sarà utile alla futura età di quiescenza, di cui queste persone usufruiscono direttamente e cui si aggiunge l’ulteriore attività economica che tale spesa genera, compreso l’incremento dell’occupazione. Ne fa dunque parte integrante anche il complesso delle attività economiche rivolte alle persone con 65 anni o più inclusi anche i prodotti e servizi materiali e immateriali, i beni e prodotti di consumo, le varie forme di assistenza psicologica, riabilitativa e sanitaria di cui queste persone usufruiscono direttamente o indirettamente.
Gli over 50 in Italia rappresentano ormai il 48,3% della popolazione, mentre gli over 65 sono il 24,5%. L’età media della popolazione nel 2025 è di 46,8 anni e l’età mediana 48,7 (44,7 in UE). Gli over 80 anni e più sono 4,591 milioni e superano il numero di bimbi sotto i 10 anni di età (4,326 milioni); venticinque anni fa c’erano 2,5 bambini per ogni over 80 anni e cinquanta anni fa 9 ogni 1 over. Nel 2050 gli over 65 saranno il 34,5% della popolazione e gli over 80 il 13,6% con una aspettativa di vita di oltre 87 anni.
Ma come siamo arrivati a questa situazione?
In questi ultimi 80 anni dal 1946, conclusosi il secondo conflitto mondiale, è iniziata in Italia e in gran parte del mondo una nuova fase. Dopo secoli di guerre civili e tra Stati finalmente si respirava un’aria nuova di pace, lavoro, grande ricostruzione (Piano Marshall), voglia di vivere, di fare famiglia, di fare figli: insomma, un nuovo “rinascimento”, come nel Quattrocento, ma con grandi scoperte medico-scientifiche che finalmente trovavano applicazione. Finisce l’era coloniale, nascono le nuove organizzazioni internazionali. In questa situazione di euforia e speranza, inizia la prima fase: “la grande accelerazione”. La popolazione aumenta come mai accaduto nella storia umana: da 2 miliardi a 8,23 miliardi con una crescita che i demografi hanno definito “abnorme” perché se continuassimo al tasso del 2% in 35 anni la popolazione mondiale raddoppierebbe ancora; aumentano i consumi, il PIL, il debito mondiale che passa da 1 a 3 volte il PIL mondiale, con gravi rischi futuri. Oltre il 92% di noi è nato dal Secondo Dopoguerra in poi e, quindi, probabilmente, non ci siamo neppure accorti di questa enorme crescita: ci è sembrata normale ma normale non è. Grazie alla scienza medica, all’alimentazione e all’igiene, si azzera la mortalità infantile e aumenta l’aspettativa di vita di oltre 23 anni rispetto ai 60 anni del 1945, una vita sempre più lunga come mai nella lunga storia dell’uomo: una gran bella notizia. Si riducono enormemente le disuguaglianze a partire dalla durata della vita (nel 1872, 11 anni dopo l’unità d’Italia, l’aspettativa di vita media era di circa 30 anni anche a causa della mortalità infantile, con 400 decessi nei primi 5 anni su 1.000 nati; nobili e clero, meno del 5% della popolazione, vivevano il doppio! Vespa, Lambretta, lavatrice TV, cucina a gas o elettrica, nuove case con acqua potabile e gas (via la stufa) e bagno in casa; l’automobile, le prime vacanze. Cambia anche la composizione delle famiglie, sempre meno numerose e con oltre il 37,1% di persone che vivono sole (erano il 25,9% 20 anni fa), soprattutto over 65 e donne.
Questi cambiamenti sia nella struttura per età della popolazione sia nella composizione delle famiglie determinano enormi mutamenti sociali ed economici, con grandi conseguenze in termini di welfare, lavoro, consumi, stili di vita e risparmi. La domanda che ci dobbiamo porre è se siamo coscienti di questa grande transizione demografica che è ormai irreversibile; abbiamo capito che questa demografia crea una grande e diversa economia?
Purtroppo, a livello di società, mercati e di politica, manca quasi totalmente la consapevolezza di questa grande conquista dell’umanità (una vita sempre più lunga); sono scarse l’educazione alimentare (si spende tanto e male), l’informazione sui corretti stili di vita e l’educazione sanitaria, manca la prevenzione, il che determina che la metà dei 23 anni di vita guadagnati non sono vissuti in buona salute con aumento dei costi sanitari, farmaceutici (spesso inutili) e assistenziali, mentre i servizi legati all’invecchiamento sono ancora scarsi, i contratti di lavoro non prevedono il life-cycle lavorativo e Stato ed enti locali non utilizzano “il petrolio” dei senior.
Vivere più a lungo significa prevedere per tempo e in giovane età una serie di protezioni per coprirsi dai rischi legati alla longevità, i cosiddetti «longevity risk» finanziari, sanitari e assistenziali, che sono ancora non adeguatamente tutelati e senza una legislazione.


