L’idea del Paese oppresso dalle tasse ma che offre pochi servizi va allineata con i dati su consumi, fisco e protezione sociale: l’Italia è tra le prime 8 nazioni al mondo per PIL e spende 185 miliardi nella sola assistenza. Senza sistemi di controllo che consentano però di aiutare solo quanti hanno effettivamente bisogno
Se un extraterrestre, o anche uno straniero, fosse arrivato per la prima volta in Italia e avesse sentito le dichiarazioni relative alla Legge di Bilancio e alla situazione economico-sociale italiana, fatte da gran parte dei partiti di opposizione, dai sindacati (non tutti) e da associazioni anche religiose, cui una parte consistente dei media ha fatto da cassa di risonanza, si sarebbe convinto di essere arrivato in un Paese molto poco sviluppato.
Avrebbe sentito che: “la povertà è dilagante e colpisce un terzo della popolazione che arriva a fatica alla terza o quarta settimana del mese, che fa fatica a fare la spesa perché il ‘carrello è sempre più pesante’, che non si cura perché non ha i mezzi; l’assistenza sociale e la sanità sono assolutamente insufficienti; i posti di lavoro sono prevalentemente precari e poco pagati; i giovani sono ignorati e costretti a emigrare per guadagnare qualche soldo in più; gli anziani sono in gravi difficoltà; la libertà di stampa è messa a dura prova”, e così via.
Il nostro straniero avrebbe concluso di essere arrivato nel Paese sbagliato e che sarebbe stato meglio ripartire quanto prima.
La verità, come al solito, ha tante sfumature: perché indubbiamente produttività e stipendi viaggiano più lentamente che altrove, mentre l’inflazione ha lasciato il segno. Ma è anche vero che si è un po’ persa la giusta concezione (e proporzione) dei diritti e dei doveri. Gli italiani hanno diritto al lavoro, alla casa, alla sanità, a un buon stipendio, alle vacanze e così andando.
Ma la domanda è: chi ha il dovere di soddisfare questi diritti?
Giusto per fare un esempio: se la spesa sanitaria pro capite è abbastanza omogenea in tutte le regioni, perché un’enorme parte di malati fa i viaggi della speranza negli ospedali del Nord? Forse perché i loro diritti non sono sostanziati da altrettanti doveri di corregionali? Una piacevole sorpresa è venuta dall’ultimo messaggio di fine anno del Capo dello Stato, che ha finalmente parlato di responsabilità e di giovani che dovrebbero prendere esempio da quelli che fecero grande il nostro Paese.
Ma tornando alle affermazioni iniziali proviamo a fare un piccolo fact checking a beneficio del nostro straniero e dei tanti italiani cui probabilmente queste esternazioni fanno un gran comodo. Partiamo dalla posizione dell’Italia nel mondo. Sulla nostra Terra siamo in 8,23 miliardi; solo un abitante su 6 (meno del 17%) ha tutto ciò che abbiamo noi: acqua corrente potabile, servizi igienici, energia elettrica sempre, televisioni, giornali e soprattutto protezione sociale e libertà democratica; il welfare, gli ospedali e la copertura dai tanti rischi; istruzione e cibo. In molte parti del mondo si vive con meno di 2 dollari al giorno, gli ospedali sono un miraggio, così come la scuola, spesso a pagamento; il futuro è solo una parola senza grande significato. Solo 1,4 miliardi di individui o poco più hanno una qualche forma di protezione sociale; ma quelli che possono avere il welfare italiano – scuole, ospedali, cure sanitarie e assistenziali, pensioni e sussidi – sono nel mondo poco più di 700 milioni, meno del 10%.
Ogni mattina ci sarebbe da ringraziare di essere nati in Italia che, oltretutto, ha anche la maggior quota mondiale di beni culturali.
Proseguendo nel posizionamento internazionale, l’Italia è tra i primi 8 Paesi per PIL, preceduta da colossi come USA, Cina, Giappone, Germania, India, Regno Unito e Francia. È al quarto posto per export, al secondo posto per manifattura in Europa; è tra i primi 5 Paesi al mondo per rapporto tra spesa sociale e Prodotto Interno Lordo. Se poi passiamo dal posizionamento dell’Italia a quello degli italiani, emerge un Paese di “poveri benestanti”; siamo tra i primi in Europa e quindi anche nel mondo per possesso di prime case (oltre l’80% degli italiani), di seconde o più case. Al secondo posto per possesso di animali da compagnia dopo la piccola Ungheria: in base ai dati Istat, il 37,7% delle famiglie vive con un animale domestico, cani e gatti soprattutto, e il numero medio di cani per famiglia, tra quelle che ne possiedono, è pari a 1,3, mentre quello dei gatti è di 1,8. Per dirla in sintesi gli italiani possiedono 13,9 milioni di cani microchippati e circa 11 milioni di gatti, oltre ad altri animali che l’Istat e Eurispes stimano in circa 60 milioni (uccelli, pesci, piccoli mammiferi e rettili). Per contro, i bimbi nelle famiglie italiane tra 0 e 14 anni sono solo 7,2 milioni, molto meno di cani e gatti.
Ma gli italici primeggiano anche in altre classifiche: siamo primi di gran lunga in Europa per evasione fiscale e contributiva; siamo esportatori netti di malavita organizzata. Tra i primi 3 Paesi per spesa per gioco d’azzardo, con una spesa che nel 2024 è ammontata a 157 miliardi (Agenzia dei Monopoli), oltre a circa altri 20 miliardi di gioco irregolare: una spesa pro capite di 2.665 euro, molto più elevata di quella sanitaria (2.345 euro). Siamo al quarto posto per uso di droghe, tra i primi due Paesi per smartphone e contratti di telefonia mobile con 80 milioni di SIM mobile attive (135% in rapporto alla popolazione) e potremmo andare avanti: al secondo posto per chirurgia estetica, 20 miliardi l’anno spesi per il fumo; 10 miliardi per maghi e fattucchiere per predire il futuro, ovvero molto più di quello che si versa nei fondi pensione. In compenso siamo ultimi per tasso di occupazione, ultimi per produttività totale e ci assestiamo a meno di metà classifica europea per ore lavorate; primi per debito pubblico.
Insomma, siamo un Paese che spende circa 185 miliardi per l’assistenza sociale, distribuiti senza fare ulteriori controlli ai 30 milioni di italiani che hanno fatto la dichiarazione per l’ISEE: un vero e proprio “metadone sociale”. Una spesa assistenziale ormai fuori controllo e di poco inferiore a quella per pensioni, al netto degli oltre 70 miliardi di IRPEF che gravano sugli assegni pensionistici, erogata in denaro senza alcun gravame fiscale, a pioggia senza nemmeno una banca dati, come accade in moltissimi Paesi europei, per verificare gli effettivi bisognosi e i veri “fragili” restano con poca assistenza. Così come l’eccesso di costi per finanziare le forme di sostegno alla disoccupazione che incentivano il non lavoro.


