I Family Office più evoluti hanno ormai da tempo compreso le potenzialità dei mercati privati, cui destinano quote strutturali dei propri portafogli, in misura persino maggiore rispetto a investitori previdenziali e assicurativi, agevolati anche da vantaggi di natura strutturale: per creare valore diventa allora fondamentale definire con attenzione anche al dove e al con chi investire
a cura di Equinox
Per un Family Office la questione preliminare non è il livello di rendimento atteso, ma il terreno su cui quel rendimento può formarsi. Un dato struttura l’intera analisi: il numero delle società quotate si è ridotto in misura marcata negli ultimi trent’anni, mentre le imprese tendono a restare private più a lungo. Per ogni società quotata di dimensione rilevante ne esistono oggi diverse non quotate. Limitare l’investimento ai soli mercati pubblici comporta dunque l’esclusione da una parte ampia dell’universo investibile. I Family Office più evoluti ne hanno preso atto da tempo, destinando ai mercati privati una quota strutturale dei propri portafogli, più del doppio rispetto alla media di Compagnie assicurative e fondi pensione.
Il vantaggio, per questa categoria di investitori, è anche di natura strutturale. La libertà dai vincoli di solvibilità e di duration che gravano su altri operatori, unita a un orizzonte multi-decennale e intergenerazionale, rende il capitale familiare particolarmente adatto a cogliere il premio dell’illiquidità di lungo periodo. Per il Family Office, ciò che per altri investitori rappresenta un ostacolo costituisce semmai un terreno di vantaggio competitivo.
Restano da definire il dove e il con chi. Quanto al dove, il mid-market italiano presenta una combinazione rara. Si tratta di un’economia del G7 strutturalmente sottoinvestita dal private equity — il rapporto tra investimenti e PIL resta sensibilmente inferiore a quello di Francia e Regno Unito — e un mercato meno affollato si traduce in valutazioni d’ingresso più disciplinate e in minore competizione sulle operazioni. A ciò si aggiunge una transizione generazionale destinata a interessare una quota significativa delle imprese familiari nei prossimi anni, con una conseguente domanda strutturale di capitale e di managerializzazione.
Quanto al con chi, i dati offrono un’indicazione meno immediata. L’Osservatorio AUB della Cattedra AIDAF-EY dell’Università Bocconi ha analizzato oltre mille operazioni di apertura del capitale di imprese familiari italiane: nelle cessioni di controllo l’impatto medio sul ROI della società target è risultato negativo (–10,8%), mentre quando l’acquirente è a sua volta un soggetto familiare l’impatto diventa positivo e amplificato (+20%).
La lettura è netta: a creare valore non è il capitale in quanto tale, ma le modalità con cui viene apportato.
Prossimità all’impresa, continuità della leadership, logica industriale e non meramente finanziaria distinguono un cambio di proprietà da un progetto di crescita. Ne discende che, nel mid-market familiare, il rendimento dipende dalle competenze gestionali dell’operatore — sourcing proprietario, disciplina nei multipli, governance, capacità di trasformazione operativa — più che dalla singola operazione.
Questa lettura si rafforza alla luce dello scenario geopolitico. La frammentazione del commercio globale, la riconfigurazione delle catene di fornitura e la spinta europea verso l’autonomia strategica e industriale — temi al centro dell’agenda dopo il Rapporto Draghi — assegnano un valore crescente alla base manifatturiera reale. Le medie imprese italiane, spesso leader globali di nicchia in settori critici, si collocano in posizione favorevole rispetto ai processi di reshoring e nearshoring europei. In un contesto in cui la solidità delle filiere produttive torna a costituire un asset strategico, l’economia reale italiana non rappresenta un’esposizione difensiva, bensì un’esposizione alla componente del sistema economico meno correlata ai cicli finanziari e più ancorata a fondamentali industriali.
A rendere oggi più accessibile questa esposizione concorre l’evoluzione della stessa industria del private equity. Accanto al fondo chiuso tradizionale si sono affermate forme di partecipazione più articolate — co-investimenti, strutture su singolo asset, mercati secondari più profondi — che ampliano i punti di ingresso e consentono di calibrare con maggiore precisione esposizione, orizzonte e profilo dei flussi. Per un Family Office questo significa poter modulare il proprio coinvolgimento in funzione delle competenze interne e delle priorità di portafoglio, costruendo un’allocazione su misura anziché aderire a un formato unico.
La decisione rilevante, di conseguenza, non è quale fondo sottoscrivere, ma come costruire il programma d’investimento — diversificato per vintage, strategia e gestore — di cui il mid-market italiano può costituire una tessera coerente e distintiva. E poiché in questo segmento il valore dipende dalla qualità dell’operatore, la selezione del partner diventa la scelta determinante: track record verificabile su più cicli economici, stabilità del team, allineamento effettivo degli interessi.



