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Rivalutazione, come cambiano le pensioni nel 2026

Pensioni
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Dall’1 gennaio 2026 verrà riconosciuto un adeguamento delle pensioni all’inflazione pari all’1,4%: ecco in che modo si applica la rivalutazione e come cambia l’importo degli assegni

Il decreto emanato lo scorso 19 novembre dal Ministro dell’Economia e delle Finanze di concerto con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dispone, a partire dall’1 gennaio 2026 un adeguamento all’inflazione al +1,4% delle pensioni, calcolato in base alla variazione percentuale degli indici dei prezzi al consumo comunicata dall’Istat il 3 novembre scorso. 

La rivalutazione è riconosciuta in misura piena, pari al 100% dell’inflazione, per le pensioni di importo fino a 4 volte il trattamento minimo INPS (603,4 euro il valore 2025, destinato a salire a 611,85 euro mensili nel 2026), mentre si riduce progressivamente per gli assegni di importo superiore. Questo lo schema di applicazione:

  • 100% dell’inflazione per le pensioni di importo fino a 4 volte il minimo (1,4%);
  • 90% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 4 e 5 volte il minimo (1,26%);
  • 75% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso oltre5 volte il minimo (1,05%).

In aggiunta, per gli assegni di importo pari o inferiore al trattamento mimino, viene confermata una rivalutazione straordinaria prorogata fino al 2026 dalla legge 207/2024 (Legge di Bilancio per il 2025): la misura percentuale dell’incremento scende però dal 2,2% del 2025 all’1,3% del nuovo anno. Come precisato anche dalla circolare INPS 153/2025, l’incremento per il 2026 avrà quindi un importo massimo di 7,95 euro, portando il valore del trattamento minimo maggiorato a quota 619,80 euro.

Com’è cambiato nel tempo il meccanismo di indicizzazione?

Allo scopo di proteggere il potere d’acquisto dei pensionati e garantire loro un tenore di vita adeguato e costante nel tempo, tutti i principali sistemi pensionistici internazionali prevedono adeguamenti degli assegni ai prezzi e/o ai salari. In Italia è attuata la cosiddetta “perequazione automatica”, aumento periodico dell’assegno collegato all’inflazione che, negli ultimi 30 anni, è stata oggetto di numerosi e spesso contradditori provvedimenti legislativi, accumunati in linea di massima dal principio secondo il quale le pensioni di importo inferiore tendono a godere di un meccanismo più favorevole e, nella sostanza, economicamente più generoso. Se, in alcuni periodi gli assegni non hanno quindi ricevuto alcuna perequazione, in altri hanno subito indicizzazioni di varia misura e applicate secondo criteri differenti, che si sono tramutate – come anche rilevato dall’ultimo Osservatorio sul tema a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali –  in una riduzione strutturale, e non più recuperabile, del valore delle prestazioni.

Venendo in particolare alla storia recente, vale la pena ricordare che, nel 2022, era stato reintrodotto lo schema originariamente sancito dalla normativa del 1996, che prevede(va) – proprio come quello attuale – una rivalutazione al 100% dell’inflazione per le pensioni di importo fino a 4 volte il TM INPS; al 90% per pensioni di importo compreso tra 4 e 5 volte il minimo; al 75% per i trattamenti pensionistici oltre 5 volte il TM. La Legge di Bilancio per il 2023 ha però cambiato ancora una volta le regole, prevedendo per il biennio 2023-2024 un meccanismo che, se da un lato rivalutava pienamente le pensioni sociali, gli assegni sociali e le pensioni al minimo (prevedendone addirittura un ulteriore incremento straordinario del’1,5%, elevato al 6,4% per i pensionati di età pari o superiore ai 75 anni, per il 2023, e del 2,7% per il 2024), dall’altro peggiorava la rivalutazione delle prestazioni oltre 5 volte il TM con l’introduzione non solo più fasce di perequazione ma, soprattutto, della penalizzante applicazione dei diversi coefficienti non per scaglioni bensì sull’importo dell’intera pensione.

Tabella 1 – I continui cambiamenti delle norme sulla rivalutazione dal 1996 al 2025

continui cambiamenti delle norme sulla rivalutazione
Fonte: sintesi a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Solo con il 2025, di pari passo con l’attenuazione dell’impennata inflattiva, si è di fatto tornati all’applicazione a scaglioni su uno schema a 3 fasce, confermato appunto anche per il 2026: il che, tuttavia, non rimedia a quanto accaduto nel biennio precedente. Come puntualizza la pubblicazione Itinerari Previdenziali, non si tratta di una perdita circoscritta a 2023 e 2024 ma di una sottrazione di reddito pensionistico permanente nel tempo e destinata anzi a trascinarsi anche negli anni successivi.

Un meccanismo che premia nei fatti chi ha lavorato meno e, di conseguenza, versato meno contributi e poche imposte.

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