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Dal digitale all’AI: il ruolo del private equity nella crescita del tech italiano

Finanza
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La transizione tecnologica sta ridefinendo i sistemi produttivi e i processi industriali: per l’Italia, si tratta di un’opportunità per recuperare produttività e valorizzare le competenze e le nicchie tecnologiche strategiche che il Paese sta sviluppando. Un contesto nel quale il private equity può consolidare il proprio ruolo di catalizzatore e partner di crescita industriale, proponendosi come punto  di incontro tra la trasformazione digitale in atto e la maggiore attenzione degli investitori verso i mercati privati

a cura di HAT SGR

Il settore tecnologico italiano sta attraversando una fase di sviluppo sempre più evidente. Accanto alla diffusione delle tecnologie digitali emerge con forza il ruolo del private equity come catalizzatore di crescita industriale. Il Paese dispone, infatti, di un patrimonio spesso sottovalutato: una rete di piccole e medie imprese altamente specializzate, molte delle quali operano in nicchie tecnologiche strategiche e sviluppano competenze difficilmente replicabili. Realtà capaci di combinare innovazione, ingegneria e conoscenza dei processi industriali.

Non si tratta semplicemente di adottare nuovi strumenti digitali: l’innovazione tecnologica sta ridefinendo modelli produttivi, organizzazione delle filiere e capacità di innovazione delle aziende. L’evoluzione del comparto si colloca all’incrocio tra due dinamiche destinate a rafforzarsi nei prossimi anni. Da una parte, l’accelerazione della trasformazione digitale e dell’intelligenza artificiale nei sistemi produttivi; dall’altra, la crescente attenzione degli investitori verso i private market, in una fase caratterizzata da mercati finanziari più complessi e volatili. Il private equity si inserisce proprio in questo punto di incontro: sostiene la crescita e il consolidamento delle imprese tecnologiche e allo stesso tempo convoglia capitali degli investitori istituzionali e privati verso uno dei comparti più dinamici dell’economia.

Il megatrend della tecnologia e la crescita del mercato tecnologico

A livello globale, è in corso un ampio ciclo di trasformazione economica alimentato da tre grandi transizioni: digitale, energetica e demografica. Tra queste, la dimensione tecnologica esercita l’impatto più diretto sulla competitività delle imprese.

La digitalizzazione non consiste soltanto nell’adozione di nuovi strumenti informatici: l’innovazione tecnologica sta ridefinendo modelli produttivi, organizzazione delle filiere e capacità di innovazione delle aziende. In Europa tale processo è sostenuto anche dalle politiche pubbliche. In Italia il riferimento principale è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che destina circa 49 miliardi di euro alla digitalizzazione del Paese. All’interno di questo quadro, capitale pubblico e capitale privato svolgono funzioni complementari: le risorse pubbliche favoriscono lo sviluppo delle infrastrutture e degli investimenti in innovazione, mentre il private equity accompagna le imprese nei percorsi di crescita e rafforzamento industriale.

L’andamento del mercato digitale italiano riflette chiaramente questa evoluzione. Secondo il report Digitale in Italia 2025 – Previsioni 2025-2028 di Anitec-Assinform, il settore ha raggiunto nel 2025 un valore di 84,2 miliardi di euro, con una crescita del 3,2% rispetto all’anno precedente e prospettive di ulteriore espansione media annua del +2,8% fino al 2028.  A trainare lo sviluppo sono soprattutto i cosiddetti digital enabler: cloud computing, Internet of Things, big data, cybersecurity e intelligenza artificiale. Tecnologie che abilitano la trasformazione digitale dell’economia e che registrano tassi di crescita significativamente superiori a quelli del mercato nel suo complesso (la crescita media annua dei digital enabler per i prossimi 3 anni è superiore al 14%). Tra queste aree l’intelligenza artificiale mostra il ritmo di espansione più elevato (+38,7%) e rappresenta, probabilmente, il cambiamento tecnologico più rilevante.

Oltre le chatbot: l’intelligenza artificiale nei processi industriali

Nel dibattito pubblico, l’intelligenza artificiale viene spesso associata alle applicazioni più visibili, come chatbot o assistenti generativi, tra cui i più noti sono ChatGPT, Gemini e Claude. In realtà, il suo impatto economico si manifesta soprattutto all’interno delle imprese e dei processi produttivi.

Nell’industria, per esempio, sistemi di visione artificiale migliorano il controllo qualità dei prodotti; algoritmi predittivi consentono di anticipare guasti nei macchinari e ridurre i fermi di produzione; modelli avanzati di analisi dei dati permettono di ottimizzare supply chain, pianificazione e gestione della domanda. In questi ambiti l’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto uno strumento di automazione, ma una leva concreta per migliorare efficienza, affidabilità e competitività. Nei servizi professionali l’adozione è già diffusa, ma spesso limitata a strumenti di supporto alla produttività individuale, come la redazione di testi o la preparazione di presentazioni. Sono applicazioni utili, ma la trasformazione più profonda dei modelli operativi deve ancora compiersi.

Le opportunità per l’Italia

Per l’Italia, questa evoluzione apre prospettive particolarmente interessanti. La prima è il recupero di produttività del sistema economico italiano, tema su cui il Paese sconta anni di stagnazione. L’OCSE rileva che la produttività del lavoro italiana è cresciuta di appena +0,3% medio annuo negli ultimi vent’anni, tra le più basse nei Paesi avanzati. L’intelligenza artificiale è la prima tecnologia realmente accessibile anche alle piccole e medie imprese perché richiede più software e dati che investimenti in impianti.

La sfida non consiste nel competere con i grandi colossi tecnologici globali nella costruzione delle infrastrutture digitali su scala mondiale – che richiedono investimenti enormi – piuttosto nel valorizzare le competenze industriali esistenti sviluppando applicazioni tecnologiche verticali e agenti altamente specializzati. In settori come la meccanica di precisione, l’automazione industriale e alcune aree avanzate della manifattura, il sistema produttivo italiano dispone di aziende eccellenti, know-how tecnico e dati industriali di grande valore. Elementi che possono favorire lo sviluppo di soluzioni tecnologiche integrate nei processi produttivi.

È una prospettiva coerente anche con una riflessione più ampia sul ruolo dell’innovazione nell’economia. Nel saggio The Wrong Apocalypse, Andrea Pignataro sostiene che, con la recente volatilità dei titoli software, il mercato sta temendo l’apocalisse sbagliata dell’intelligenza artificiale. Molte narrazioni sulla tecnologia e, in particolare, sull’intelligenza artificiale enfatizzano scenari di rottura radicale, mentre la realtà economica mostra processi più graduali e strutturali di adattamento. Ed è proprio ciò che si osserva oggi anche nel mercato italiano. L’innovazione raramente distrugge il sistema industriale esistente: più spesso lo riorganizza e lo rafforza, dando origine a nuovi modelli, nuovi campioni tecnologici e nuove opportunità di crescita. Per molte imprese italiane il limite principale non è tecnologico, ma gestionale. L’intelligenza artificiale richiede processi formalizzati, tracciabilità operativa e una solida governance dei dati; elementi destinati ad accentuare la polarizzazione competitiva tra le imprese che sapranno integrare dati e tecnologia e quelle che rimarranno indietro.

In questo scenario, il private equity può rappresentare uno degli strumenti più efficaci per accompagnare la transizione e sostenere i percorsi di trasformazione.

Il ruolo del private equity per lo sviluppo del tech italiano

Negli ultimi anni, il settore ha progressivamente ampliato il proprio ruolo: non solo fonte di capitale, ma partner industriale capace di accompagnare le imprese nei percorsi di crescita, consolidamento e internazionalizzazione, integrando anche tecnologie digitali.

Secondo le rilevazioni di AIFI,  nel 2025 il mercato italiano dell’M&A ha registrato 1.424 operazioni per un valore complessivo di circa 71 miliardi di euro, evidenziando un’evoluzione strutturale verso il consolidamento domestico: oltre il 54% del valore e il 53,7% dei deal sono stati generati da operazioni Italia su Italia. Il private equity ha avuto un ruolo centrale, guidando circa il 46% delle operazioni e confermando la propria trasformazione da motore puramente finanziario a piattaforma di rafforzamento industriale. In questo contesto, gli add-on si sono affermati come principale leva di creazione di valore: 343 operazioni nel 2025 (+37% rispetto al 2024), pari a oltre il 54% dell’attività di private equity italiana, con aspettative di ulteriore crescita nel 2026.

In questo contesto, il settore tecnologico continua a rappresentare uno dei comparti più dinamici nelle operazioni straordinarie, rappresentando circa il 20% delle operazioni globali di M&A. Il consolidamento delle filiere, la creazione di piattaforme industriali e l’integrazione tra competenze software e competenze industriali sono, spesso, resi possibili proprio dall’intervento di investitori specializzati.  Secondo il PwC Global & Italian M&A Trends in Technology, Media & Telecommunications and Outlook 2026,in Italia il settore tecnologico ha registrato 229 operazioni nel 2025, segnando un +24% rispetto all’anno precedente. Un fermento che ha visto il private equity principale protagonista e i segmenti del cloud, dei dati e dell’intelligenza artificiale sempre più al centro della scena.

Le prospettive del settore

Il mercato globale del private equity si sta gradualmente riattivando dopo due anni di rallentamento. Secondo il Global Private Equity Report 2026 di Bain & Company, nel 2025 il valore complessivo delle operazioni è tornato a crescere in modo significativo, raggiungendo circa 904 miliardi di dollari, con un incremento di oltre il 40%rispetto all’anno precedente. Un segnale che indica il progressivo ritorno degli investitori sui private market dopo la fase di cautela legata all’aumento dei tassi e all’incertezza macroeconomica.

Il settore sta, però, evolvendo anche nella propria struttura: la raccolta globale resta elevata, attorno a 1,3 trilioni di dollari, ma il capitale tende a concentrarsi su operatori più grandi e specializzati. Allo stesso tempo, le exit rimangono ancora inferiori ai livelli storici, determinando un accumulo di partecipazioni nei portafogli dei fondi. Proprio da qui potrebbe partire una nuova fase del ciclo: in presenza di condizioni di mercato più stabili, il 2026 potrebbe segnare una graduale riapertura delle dismissioni e una maggiore dinamica degli investimenti.

In parallelo, il private equity si conferma sempre più uno strumento di crescita industriale, con strategie focalizzate su tecnologia, infrastrutture digitali, energia e creazione di valore che passa sempre di più da innovazione, digitalizzazione e miglioramento operativo delle aziende partecipate. In questo contesto l’intelligenza artificiale emerge come uno dei principali driver dei prossimi anni, sia come area di investimento sia come leva per migliorare produttività, innovazione e competitività delle imprese in portafoglio.

Tecnologia, capitale e crescita industriale

Le aggregazioni, la creazione di piattaforme industriali e gli investimenti in tecnologie avanzate rappresentano leve sempre più decisive per rafforzare la competitività delle imprese e accelerare la trasformazione digitale. Per operatori come HAT SGR questa visione costituisce il cuore della strategia. Riconosciuta come uno dei principali investitori italiani nel private equity tecnologico, HAT ha fin dalla sua nascita individuato nella digitalizzazione un motore di sviluppo industriale, sostenendo la crescita di aziende innovative e la costruzione di piattaforme tecnologiche scalabili.

Gli esempi di come tecnologia, capitale e competenze industriali possano combinarsi per generare valore sono numerosi. Il percorso di SIA – sostenuto nel processo di acquisizione di operatori internazionali fino alla fusione con Nexi – ha contribuito alla creazione di uno dei principali gruppi europei nei pagamenti digitali. Lutech è cresciuta fino a diventare uno dei maggiori operatori italiani nei servizi digitali, con circa 1 miliardo di euro di ricavi, oggi nel portafoglio di Apax Partners. Analogamente, Wiit nel cloud e Gpi nella sanità digitale hanno sviluppato percorsi di crescita e consolidamento accompagnati fino alla quotazione in Borsa. Più recentemente, Assist Digital ha completato una significativa evoluzione da società di consulenza a player internazionale nelle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale e nei servizi avanzati di customer experience, oggi parte del portafoglio di Ardian.

La stessa logica guida, oggi, investimenti in ambiti emergenti. Ne è un esempio Safety21, società attiva nella mobilità intelligente e nella sicurezza stradale, accompagnata da HAT nel processo di consolidamento – con le acquisizioni di Gefil, Capacitas, iMoi, Velocar e Cross Control – e di internazionalizzazione, con la partnership strategica nel mercato spagnolo. O Huma Therapeutics, tra le realtà più innovative nell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla salute, recentemente entrata nel gruppo delle aziende tecnologiche valutate oltre 1 miliardo di dollari (ovvero, unicorni).

Queste esperienze dimostrano come innovazione, scala e competenze industriali possano rafforzare il settore tecnologico nazionale e attrarre capitali, rendendolo un motore sempre più centrale dello sviluppo economico.

La vera sfida, per l’Italia, è riuscire a integrare software e dati in nuovi modelli industriali e in questo percorso il capitale privato può svolgere un ruolo determinante, contribuendo alla costruzione delle piattaforme tecnologiche che guideranno la prossima fase di crescita dell’economia italiana.

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