La guerra in Medio Oriente è solo l’ultima di una serie di crisi che hanno scosso lo scenario globale negli ultimi anni, gettando nuove nubi sull’outlook globale tra un nuovo possibile shock energetico e il rischio stagflazione. Un clima di perdurante instabilità che rende più che mai attuali strategie di portafoglio all weather, in grado di sopravvivere a contesti macro-differenti e in rapida evoluzione
L’economia globale si trova ancora una volta minacciata dall’emergere di uno scossone improvviso, l’ultimo di una serie di eventi che negli ultimi anni hanno rimodellato gli equilibri internazionali e il panorama geopolitico a livello mondiale. Lo scoppio della guerra in Medio Oriente lo scorso febbraio e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz hanno repentinamente oscurato l’outlook globale, interrompendo una stabile traiettoria di crescita per l’economia globale. Questo il monito lanciato dal Fondo monetario internazionale nel suo World Economic Outlook di aprile 2026 che sottolinea come, prima del conflitto, si stesse preparando a rivedere al rialzo le previsioni riflettendo il momentum positivo sull’onda del boom di investimenti nel settore tecnologico, dell’allentamento delle tensioni commerciali e di una politica monetaria più accomodante.
La guerra ha però sparigliato lo scenario, alimentando i timori di una ripresa dell’inflazione a seguito del rischio di una crisi energetica che potrebbe anche indurre le Banche Centrali ad alzare i tassi di interesse. Chiaramente, le implicazioni sull’economia e sui mercati energetici globali dipenderanno dalla durata e dalla portata del conflitto, tra il susseguirsi di notizie di un possibile accordo di pace tra USA e Iran e il proseguimento delle ostilità. L’aumento dei prezzi delle commodity rappresenta uno nuovo shock dal lato dell’offerta, aumentando i costi di tutte le attività ad alta intensità di energia, e provocando un effetto a cascata sulle supply chain globali.
L’elevato livello di incertezza è testimoniato dalla scelta dell’organizzazione di Washington di rinunciare al proprio tradizionale “scenario base”, sostituendolo con un meno definito “scenario più probabile”. Nell’ipotesi di un conflitto di breve termine, il Fondo monetario internazionale prevede per quest’anno una crescita globale del 3,1%, in calo dello 0,2% rispetto alle stime di gennaio, e un’inflazione in aumento dal 4,1% del 2025 al 4,4%, con un impatto più pronunciato sui Paesi importatori di energia. Nello scenario peggiore, che vede il prolungamento dello shock energetico, un deciso incremento dei prezzi e una conseguente stretta monetaria, l’economia si avvicinerebbe alla recessione, con una crescita di circa il 2% e un’inflazione che vicino al 6%. In particolare, essendo importatore netto di energia, l’Europa sarebbe fortemente vulnerabile a una crisi, la seconda in pochi anni dopo l’invasione russa in Ucraina del 2022, sebbene si trovi leggermente più preparata rispetto ad allora. L’aumento dei prezzi rischia di mettere sotto pressione i margini delle imprese e frenare i consumi delle famiglie, soprattutto in contesti come quello italiano dove i salari non hanno ancora recuperato potere di acquisto.
Le previsioni economiche di primavera della Commissione europea prospettano ora un’attività economica più debole per il Vecchio Continente che, prima della fine di febbraio, sembrava destinato a continuare a espandersi a un ritmo moderato e ad assistere, al contempo, a un ulteriore calo dell’inflazione. Le proiezioni di crescita per l’area euro sono state quindi riviste al ribasso, allo 0,9% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, rispettivamente dall’1,2% e dall’1,4%, con una ripresa dell’inflazione al 3% quest’anno e al 2,3% il prossimo, rispetto alle proiezioni autunnali dell’1,9% e del 2%.
Di conseguenza, anche le aspettative sulle prossime mosse della BCE sono cambiate: a inizio anno molti analisti prevedevano tassi stabili o persino qualche taglio nel 2026, mentre ora si parla di possibili rialzi sull’orlo di un precario equilibrio tra le speranze di un soft landing e il rischio stagflazione. Analogamente, anche negli USA è previsto un approccio più prudente, con il mantenimento di tassi elevati più a lungo. Eventualità che i mercati obbligazionari stanno già prezzando, con il rendimento del Treasury decennale risalito in area 4,5%, quello del Bund tedesco al 3% e il Btp tra il 3,5% e il 4%, tornando ad essere “competitivi” rispetto all’equity. D’altro canto, i principali indici azionari si mantengono in rialzo da inizio anno nonostante l’incertezza diffusa e alcuni picchi di volatilità, evidenziando un buon recupero dai minimi relativi toccati a fine marzo sostenuti da utili aziendali ancora solidi e dal settore tecnologico. Il Fondo monetario internazionale mette però in guardia sul fato che l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale potrebbe aver portato a valutazioni oltre i fondamentali, alimentando la possibilità di correzioni soprattutto in scenari di mercato risk-off.
Tale prolungato contesto di elevata incertezza e la lezione impartita dall’annus horribilis 2022 hanno riportato in auge il concetto di portafoglio all weather, basato su una strategia non tanto mirata a prevedere uno scenario quanto piuttosto finalizzata a “sopravvivere” in scenari macro molto diversi. Dal post COVID, infatti, gli investitori si trovano a dover far fronte a un quadro internazionale molto più instabile, a una maggiore frammentazione commerciale, al prepotente riemergere delle tensioni geopolitiche e dell’inflazione e a un contesto di tassi di interesse strutturalmente più elevati.
La parola chiave resta diversificazione, non tanto in una logica di massimizzazione del rendimento ma di protezione in cicli economici meno lineari e prevedibili. Il 2022 ha insegnato che il solo mix di azioni e obbligazioni non è sufficiente, soprattutto in scenari inflazionistici mutevoli e in rapida evoluzione che ne aumentano la correlazione, portando all’inserimento nei portafogli anche di commodity e oro. Diversificare quindi non solo in termini di asset class e geografie, ma anche di duration, tra value e growth e per evitare il rischio di concentrazione (come, ad esempio, sulle big tech Usa), senza dimenticare le opportunità nei private market in cerca di esposizione a trend reali di lungo periodo, protezione dall’inflazione e minore volatilità di breve.



