Logo il Punto

Le pensioni italiane tra falsi miti sugli importi e questioni di genere

Pensioni
Categorie Categorie InTopic

Importi degli assegni e ammontare del reddito pensionistico sono spesso oggetto di comunicazioni imprecise, che finiscono con l’alimentare luoghi comuni sull’adeguatezza delle prestazioni offerte dalla nostra previdenza obbligatoria. Dati alla mano, è quindi corretto (o meno) affermare che le pensioni italiane sono troppo basse e poco generose, soprattutto nei confronti delle donne?

 “Nel nostro Paese quasi un pensionato su tre prende meno di 1.000 euro”: un’affermazione che, insieme a commenti critici sulle (presunte) disuguaglianze – anche di genere – create e alimentate  dalla previdenza italiana, periodicamente fa seguito alla pubblicazione dei dati degli Osservatori INPS su prestazioni pensionistiche e beneficiari, minando la fiducia del sistema. Una chiave di lettura molto diffusa, che nasconde qualche verità  ma anche numerose imprecisioni, sotto il profilo sia tecnico sia comunicativo, ben evidenziate dal Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano presentato lo scorso gennaio alla Camera dei Deputati.

Importi delle pensioni e redditi pensionistici: una fotografia complessiva

In particolare, a partire dai dati INPS, il Tredicesimo Rapporto conta per il 2024 23.015.011 prestazioni vigenti, con un importo medio pari a 15.821,50 euro annui lordi che, ripatiti sulle 13 mensilità di erogazione, corrispondono a circa 1.217 euro mensili. Valore che tuttavia sale sensibilmente guardando al reddito pensionistico medio pro capite: 22.221,33 euro annui lordi, pari all’incirca a 19-20mila netti (in base alle detrazioni), vale a dire circa 1.540 euro netti per 13 mensilità.  

«Ai fini di una corretta informazione sul tema dell’adeguatezza delle prestazioni – la precisazione del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – distinguere tra importo medio della prestazione pensionistica e reddito pensionistico medio per pensionato è essenziale: uno stesso soggetto può essere infatti destinatario di più prestazioni, tanto che a fronte di oltre 23 milioni di trattamenti erogati l’Italia conta 16,3 milioni di pensionati. Ecco perché il dato relativo al reddito pensionistico sarebbe da considerarsi quello più corretto, per quanto spesso si dia impropriamente maggiore risalto all’importo medio della prestazione, ottenuto dividendo il valore totale della spesa previdenziale (364,132 miliardi di euro per il 2024) per il numero delle prestazioni e non per il numero dei pensionati».

In media, ogni pensionato italiano percepisce 1,411 prestazioni: nel dettaglio, il 68,1% dei beneficiari percepisce 1 prestazione, il 24% ne percepisce 2, il 6,7% è beneficiario di 3 prestazioni e l’1,2% è destinatario di 4 o più prestazioni.

Muovendo da questi presupposti, il Rapporto procede dunque ancora una volta all’analisi dei trattamenti per classi di importo: le prestazioni di importo fino a 1 una volta il trattamento minimo (598,61 euro mensili) sono circa 7,596 milioni ma i pensionati che poi effettivamente ricevono prestazioni di importo pari o inferiore al TM sono 2.264.759. A fronte di un numero di pensionati  pari a 3.803.807 sono invece 6,802 milioni le prestazioni che si collocano nella classe successiva (da 598,62 a 1.197,22 euro lordi mensili).

«Il fenomeno – spiega Michaela Camilleri, Responsabile Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – dipende appunto dal fatto che un soggetto può essere beneficiario di più prestazioni (ad esempio, una pensione di importo medio-alto e uno o più trattamenti più bassi come un’indennità di accompagnamento o una pensione di reversibilità) che si cumulano tra loro, collocandolo in una classe di reddito più elevata rispetto a quella più bassa in cui si erano posizionate le singole prestazioni o pensioni».

Figura 1 – Numero di pensionati per classi di importo

Tabella con numero di pensionati per classi di importo
Fonte: Tredicesimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, Itinerari Previdenziali

È quindi certamente vero che le singole prestazioni al di sotto o comunque prossime ai 1.000 euro (per praticità, si considerino come soglia i trattamenti di importo fino a 2 volte il TM) sono circa 14,4 milioni, dunque oltre il 60% delle prestazioni in pagamento, ma lo è altrettanto che i pensionati corrispondenti sono circa 6,068 su 16,305 milioni (il 37,2% del totale), peraltro quasi tutti percettori di trattamenti di carattere assistenziale, vale a dire non sorrette da contribuzione o sostenute solo in parte da contributi.

«Ragione per la quale – puntualizza Camilleri – nel calco degli importi medi dei singoli trattamenti, sarebbe forse più opportuno procedere per tipologia e analizzare separatamente le medie delle prestazioni assistenziali, delle rendite indennitarie, delle prestazioni dirette e di quelle ai superstiti, per evitare di mischiare trattamenti poco omogenei tra loro».

Osservazioni che restano valide anche nell’analisi dei dati su importi e redditi per genere. Con riferimento al 2024, il Tredicesimo Rapporto rileva in particolare come le donne – che rappresentano il 51,4% del totale pensionati – abbiano percepito il 44,1% dell’importo lordo pagato per il complesso delle prestazioni: 160.540 milioni di euro, contro i 203.592 degli uomini. Sul totale delle prestazioni (previdenziali, assistenziali e indennitarie) il reddito pensionistico pro capite annuo delle pensionate ammonta a 19.140 euro, valore che nel caso dei pensionati sale invece fino a 25.712.

«Numeri che, in apparenza, sembrano confermare il sentire comune sulle pensioni femminili più basse di quelle maschili, ma sui quali si tende a riflettere poco, dando spazio a luoghi comuni e narrazioni imprecise», il commento di Michaela Camilleri.

Innanzitutto, non bisogna dimenticare che le pensionate registrano un maggior numero di prestazioni a testa, in media 1,5 contro le 1,32 degli uomini. Nel dettaglio, le donne rappresentano il 58% dei titolari di 2 pensioni, il 68,3% dei titolari di 3 pensioni e il 68,9% dei percettori di 4 e più trattamenti. A impattare sul gap è poi la tipologia delle prestazioni. Le donne prevalgono ad esempio nel caso di trattamenti ai superstiti (circa l’85,7%) e di prestazioni prodotte da “contribuzione volontaria”, solitamente di importo modesto a causa di bassi livelli contributivi, tanto che più frequentemente degli uomini beneficiano di integrazioni al minimo (83,6%), maggiorazioni sociali (62,2%), importi aggiuntivi, quattordicesime mensilità e altre misure di matrice assistenziale a carico della fiscalità generale.

«Affermare dunque, con un’elementare operazione di divisione, che ricevono prestazioni inferiori agli uomini è sì corretto dal punto di vista formale ma meno da quello sostanziale», il commento del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali nel precisare che non si può dunque affermare che il sistema previdenziale italiano sia di per sé penalizzante nei confronti delle donne.

Le differenze di reddito pensionistico tra generi riflettono semmai l’andamento di un mercato del lavoro in progressivo miglioramento ma tuttora caratterizzato, soprattutto al Sud, da tassi di occupazione e livelli retributivi, e di carriera, poco favorevoli alle lavoratrici. Anzi, premesso che ormai da diversi anni l’età pensionabile è stata uniformata per entrambi i sessi, l’ordinamento italiano riserva ancora alla platea femminile qualche modesta agevolazione (dall’anzianità contributiva ridotta di un anno per la pensione anticipata passando agli “sconti” per le madri che accedono alla pensione di vecchiaia con il sistema contributivo).

«Si potrebbe senza dubbio fare di più e rafforzare gli strumenti di tutela ma, proprio come nel caso dei redditi tout court, veicolare correttamente il tema – precisa Camilleri – è il primo passo per non generare o alimentare sconforto nelle giovani generazioni e, ancora di più, per trovare le giuste soluzioni: soluzioni che in questo caso non possono prescindere da misure e servizi per migliorare quantità e qualità dell’occupazione femminile, che tuttora sconta le conseguenze di una maggiore difficoltà nel conciliare lavoro e vita familiare».  

Menu