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Le Casse di Previdenza alla prova delle grandi transizioni

Finanza
Categorie Categorie Casse di Previdenza, Investimenti, Sostenibilità

Dopo il rallentamento degli ultimi anni, è cambiata l’attenzione nei confronti degli investimenti sostenibili? Dal rischio dell’adozione di una semplice “etichetta ESG” all’ampliamento del concetto di sostenibilità nell’ambito delle transizioni in atto, un focus sull’approccio delle Casse di Previdenza

Dopo il rallentamento e i ripensamenti degli ultimi anni, la continua evoluzione normativa e un contesto geopolitico internazionale sempre più instabile ha ancora senso parlare di investimenti sostenibili per gli investitori istituzionali italiani? La risposta breve è sì, a patto di adottare un approccio olistico sul tema in grado di offrire una visione dei fattori ambientali, sociali e di governance più matura e integrata, capace di rafforzare i principi fondamentali della gestione finanziaria e che attualizzi il concetto di sostenibilità ai cambiamenti economico-sociali che stiamo attraversando.

È questo il caso delle Casse di Previdenza, in cui l’orientamento alla sostenibilità si sposa con il sostegno all’economia reale per finanziare le grandi transizioni in atto, da quella demografica a quella tecnologico ed ecologica, senza tralasciare l’esigenza di ottenere i rendimenti necessari all’adempimento della propria mission istituzionale di garantire le prestazioni ai propri iscritti. Un impegno che parte dalla solida condizione economico-finanziaria dimostrata negli anni in termini di patrimoni gestiti nonostante le diverse crisi che si sono succedute sui mercati, anche grazie a un’attenta diversificazione dei portafogli. L’attivo patrimoniale complessivo (a valori di bilancio) passato dai 37,6 miliardi del 2007 ai 115,234 miliardi del 2024, con un tasso di crescita medio annuo del 6,81% (+ 206% complessivo).

Secondo l’ultima indagine su investitori istituzionali e gestori finanziari curata da Itinerari Previdenziali, a cui hanno partecipato 132 investitori istituzionali italiani – tra cui tutte 19 le Casse di Previdenza (al netto di ONAOSI) – il 74% delle Casse ritiene buona la propria diversificazione degli investimenti e il 26% la giudica ottima, a testimonianza della progressiva evoluzione negli anni dell’asset allocation di questa tipologia di enti con un aumento del peso di strumenti del risparmio gestito e fondi alternativi. Tutte le Casse, infatti, effettuano investimenti diretti in OICR e FIA, oltre che in obbligazioni, seguiti da azioni ed ETF, scelti rispettivamente dal 74% e dal 63% dei rispondenti. Da rilevare, come detto, l’attenzione rivolta inoltre al sostegno del sistema Paese, con la totalità dei rispondenti che dichiara di detenere in portafoglio strumenti dedicati all’investimento in economia reale: oltre la metà lo fa con una quota superiore al 10% del patrimonio.

Gli investimenti sostenibili delle Casse di Previdenza

Venendo al tema degli investimenti sostenibili, l’ottava edizione della survey sulle politiche di investimento SRI curata dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali evidenzia un aumento delle Casse che adottano formalmente una politica di investimento sostenibile dal 37% del 2025 al 53%, pari a 10 enti. Inoltre, tutti coloro che ancora non l’adottano (con l’eccezione di una sola Cassa) dichiarano che il tema è stato affrontato e verrà implementato in futuro, senza contare che la mancanza di una politica formale non preclude l’acquisto di prodotti connotati da caratteristiche sostenibili. La maggioranza delle Casse – 17 su 19 – dichiara infatti di acquistare direttamente prodotti finanziari che rispondono a criteri ESG: si tratta per lo più di fondi comuni tradizionali (82%) e FIA private equity e infrastrutture (76%); d’altra parte, sono solo 3 gli enti che assegnano specifici mandati di gestione con obiettivi di sostenibilità, mentre in 4 adottano un benchmark di sostenibilità per valutarne i risultati.

Altro quesito centrale della survey riguarda le strategie adottate nel perseguimento degli obiettivi di sostenibilità. Anche quest’anno, al primo posto si confermano le esclusioni con il 58% delle preferenze (a pari merito sul gradino più alto del podio con le best in class), e riguardanti per l’82% dei rispondenti innanzitutto il settore delle armi. L’attuale contesto geopolitico, che ha comportato un nuovo impulso agli investimenti in ambito di difesa e sicurezza, e le connesse performance finanziarie ottenute dal settore, che complicano la scelta di un’estromissione tout court dai portafogli, meritano però un approfondimento sul tema che ha coinvolto anche un ripensamento della normativa. Entrando più nel dettaglio, si scopre quindi che solamente il 22% di chi dichiara di escludere le armi dal primo universo investibile lo fa rispetto a “tutte (sia convenzionali che non convenzionali)”, mentre il 44% esclude “solo le armi non convenzionali – quindi le armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e armi biologiche) – e le armi nucleari”, e il 33% esclude “sole le armi controverse, con riferimento al PAI 14, che comprendono mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche, armi biologiche, munizioni a uranio impoverito”.

Per quanto riguarda le altre strategie, le tematiche dominanti sono quelle riguardanti gli aspetti ambientali legati alla transizione green, come gli obiettivi di riduzione delle emissioni, l’efficientamento energetico e la lotta al cambiamento climatico. Sempre in tema di transizioni, altro ambito di particolare attenzione sono le sfide sociali poste dall’andamento demografico, che si riflettono nella tendenza dei liberi professionisti a proseguire l’attività lavorativa anche in età avanzata e nell’allargamento delle prestazioni di welfareofferte dalle Casse per affiancare i professionisti lungo tutto l’arco della vita lavorativa. E così, ad esempio, tra gli investimenti tematici spiccano quelli riguardanti la Silver Economy e la salute.

La valutazione degli investimenti e le intenzioni future

Venendo alla valutazione degli investimenti, 14 Casse su 19 valutano almeno una volta nel corso dell’esercizio gli impatti delle strategie SRI sul patrimonio in Consiglio di Amministrazione: di queste, il 29% lo fa una volta durante l’anno e il 71% più volte. Per quanto riguarda l’esito della valutazione, è da confrontarsi con gli obiettivi che spingono gli enti ad adottare tali politiche: se il 74% dei rispondenti cita tra le motivazioni per introdurre tali strategie la volontà di fornire un contributo allo sviluppo sostenibile e il 58% la gestione più efficace dei rischi finanziari, in riferimento agli effetti generati dall’investimento sostenibile il 58% degli enti ne ha tratto beneficio in termini di reputazione, mentre il 48% riscontra un miglioramento della diversificazione del rischio.

Da sottolineare, infine, l’intenzione di proseguire sulla strada tracciata, manifestata dall’89% delle Casse (17 su 19) che dichiarano di voler incrementare l’esposizione agli investimenti sostenibili nel prossimo futuro. Più nello specifico, i futuri investimenti dovrebbe orientarsi verso i settori della Silver Economy (al primo posto nelle scelte con il 59%), delle energie rinnovabili (59%), dell’healthcare (53%) e delle infrastrutture sanitarie (41%).

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