Logo il Punto

Welfare privato, ammonta a oltre 110 miliardi la spesa degli italiani nel 2024

Economia e Società
Categorie Categorie Sanità integrativa, Non autosufficienza, Previdenza complementare

In linea con gli anni precedenti, cresce anche nel 2024 la spesa sostenuta dalle famiglie italiane per il welfare privato, che ammonta a 113,550 miliardi di euro, con le maggiori risorse destinate soprattutto a sanità e non autosufficienza. Il quadro tracciato dall’ultimo Osservatorio a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Nel 2024 la spesa lorda per welfare privato sostenuta dalle famiglie italiane per integrare le prestazioni pubbliche per la protezione sociale (sanità, pensioni e assistenza) ha raggiunto i 113,550 miliardi di euro, valore in crescita rispetto ai 108,230 miliardi rilevati per l’anno precedente. Una cifra che vale il 10,21% della spesa pubblica per il 2024 e che pesa per il 7,37% se rapportata al PIL.

Di questi quasi 114 miliardi di euro, il 46,09% si conferma destinato in particolar modo a spese sanitarie (52,338 miliardi), sostenute sia direttamente tramite la cosiddetta spesa out of pocket (45,511 miliardi) sia indirettamente grazie all’intermediazione da parte di Casse, fondi di assistenza sanitaria integrativa, società di mutuo soccorso e Compagnie di Assicurazione (6,827 miliardi). Seguono quindi per rilevanza dimensionale: la spesa per non autosufficienza, intesa come oneri sostenuti per l’assistenza domiciliare o residenziale, che nel 2024 hanno assorbito 37,094 miliardi; la spesa per contribuzioni alla previdenza complementare, pari a 20,519 miliardi e, infine, con un ammontare di circa 3,599 miliardi, quella per protezioni assicurative individuali.

Tabella 1 – La spesa privata per il welfare complementare e integrativo dal 2018 al 2024 (in milioni di euro)

La spesa privata per il welfare complementare e integrativo dal 2018 al 2024 (in milioni di euro)
Fonte: Elaborazione Itinerari Previdenziali su dati COVIP (previdenza complementare), Istat (spesa sanitaria OOP), Ministero della Salute e ANIA (spesa per sanità intermediata), INPS (Spesa per assistenza LTC), MEF (spesa per assistenza e LTC) ANIA (spesa per welfare individuale)
La sanità privata: le stime su spesa OOP e spesa intermediata

Entrando nel merito delle principali voci di spesa, il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali rileva che gli italiani hanno “investito” più di 45 miliardi di tasca propria per la sanità privata: nell’arco di un decennio, la spesa out of pocket, vale a dire non intermediata da fondi sanitari o forme di assicurazione, è salita dai circa 30 miliardi del 2014 ai 40,065 del 2018, per arrivare quindi ai 45,511 del 2024, con un incremento del 50% che dovrebbe far riflettere i nostri policy maker, anche e soprattutto in virtù delle crescenti sollecitazioni cui il SSN è destinato ad andare incontro con il progressivo invecchiamento della popolazione italiana.

Scendendo  ancora più nel dettaglio, la stima elaborata dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali nel suo ultimo Osservatorio tiene conto sia dei 41,299 miliardi rilevati da Istat come “spesa diretta delle famiglie” sia  di circa 4 miliardi derivanti da prestazioni non “in chiaro” (10,2% del PIL il dato stimato dall’Istituto di Statistica per l’economia non osservata in Italia), verosimilmente piuttosto diffuse soprattutto nel caso di spese mediche di basso importo e basate sul rapporto diretto utente-fornitore. Considerando le agevolazioni fiscali di cui godono le spese mediche a normativa vigente, i curatori della pubblicazione ipotizzano che la spesa netta effettiva “gravata” sui bilanci familiari sia stata pari a 40,16 miliardi di euro.

Quanto alla spesa intermediata, i costi sostenuti per i contributi versati a forme di assistenza socio-sanitaria integrativa e per premi di assicurazione ammontano a 6,827 miliardi di euro: valore da intendersi come somma dei 3,892 miliardi versati a fondi sanitari complementari iscritti all’Anagrafe del Ministero della Salute (dato ancora fermo al 2023) e i due terzi della raccolta premi del ramo 2 danni/malattia che, per il 2024, si è attestata a 2,93 miliardi. Stima, quest’ultima, prudenziale per evitare duplicazioni, dal momento che una parte della raccolta potrebbe riguardare contributi versati dai fondi sanitari che si convenzionano o riassicurano, in tutto o in parte, tramite polizze1. Venendo quindi al calcolo della spesa netta, occorre innanzitutto considerare che le agevolazioni fiscali attualmente previste per la sanità integrativa implicano una disparità di trattamento, che meriterebbe peraltro di essere risolta dal legislatore, tra iscritti contrattuali, per i quali è prevista la deducibilità dei contributi versati fino a 3.615,20 euro e iscritti alle società di mutuo soccorso che hanno la possibilità di detrarre al 19%  del contributo associativo su un massimale di 1.300 euro all’anno; per le polizze del ramo malattia la detraibilità è del 19% con limiti diversi a seconda che si tratti di copertura per invalidità (su un massimale di 530 euro) e per LTC danni (su un massimo di 1.291 euro). Tutto ciò premesso, al netto dei benefici fiscali, è possibile calcolare una spesa effettiva per la sanità intermediata pari a 5,606 miliardi di euro.

Numeri di rilievo, e non solo nel confronto con la spesa per sanità pubblica che, sempre con riferimento al 2024, si è avvicinata ai 140 miliardi, per un valore di circa 2.347 euro pro capite. A meritare attenzione, secondo il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, dovrebbe essere tuttavia anche  e soprattutto la comparazione tra la quota out of pocket e quella intermediata da fondi sanitari e polizze assicurative, purtroppo ancora piuttosto esigua, pur a fronte di un sistema che con oltre 17 milioni di aderenti vanta una platea di iscritti ben più numerosa della previdenza complementare. Eppure, i potenziali benefici non mancano: in primis, un maggiore ricorso a forme organizzate di intermediazione significherebbe per i cittadini costi minori, mentre per lo Stato una macchina organizzativa più efficace avrebbe impatti proficui sia sulla qualità delle prestazioni (si pensi ad esempio al tema delle liste d’attesa) sia sul contenimento di fenomeni di sommerso, pressoché inesistente nel caso della sanità intermediata, nella misura in cui fondi sanitari e Compagnie di Assicurazione non possono rimborsare spese in assenza della documentazione fiscale del caso. Di qui, l’auspicio di interventi anche normativi a favore di un comparto, che sconta ancora la mancanza di una legge quadro, oltre che di iniziative info-formative che aumentino la consapevolezza dei cittadini circa i potenziali vantaggi delle coperture collettive, spesso sconosciute o comunque trascurate persino dai lavoratori che ne possono beneficiare.

«A questo proposito, va ricordato – la precisazione del Professor Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – che è stato di recente proposto al Parlamento un intervento normativo (ex articolo 29 del DL PNRR), inizialmente ambizioso in termini di vigilanza e regolamentazione e successivamente, per quanto estremamente importante per la trasparenza del settore e la tutela dell’utenza, limitato alla sola pubblicazione dei bilanci dei fondi socio-sanitari per mano del decreto-legge 19/2026, convertito poi lo scorso 20 aprile nella legge 50/2026».

La spesa per LTC e non autosufficienza

Tornando alle principali voci di spesa, subito dopo la sanità, si evidenziano gli oltre 37 miliardi imputabili alla gestione della non autosufficienza, intesa come costi sostenuti dai singoli e dalle famiglie per residenzialità (RSA e altro) e per assistenza domiciliare (“badanti”),  oltre al totale premi per polizze assicurative LTC. Al netto dei trasferimenti pubblici per indennità di accompagnamento e sostegno alla residenzialità di cui beneficiano i fruitori di queste prestazioni, la spesa è pari a 24,681 miliardi di euro, di cui 323 milioni derivanti dalla raccolta premi per LTC e Dread Desease di ramo IV e altri 25,3 circa imputabili alla componente LTC di ramo II. Un valore però nel suo complesso verosimilmente sottostimato, anche perché complesso da determinare con precisione, sia per la mancanza di dati ufficiali sulla spesa privata sostenuta dalle famiglie per i ricoveri nella RSA (si è pertanto considerata una media di circa 2.000 euro al mese – 24.000 euro annui – per i 350mila ospiti presso strutture residenziali) sia per la difficoltà di quantificare l’importo delle spese a domicilio tra attrezzature abitative comprate dai singoli e oneri destinati a eventuali badanti e caregiver professionali che, non di rado, prestano servizio senza contratti regolari. Basti pensare che, per il solo badantato irregolare, la pubblicazione stima una spesa a carico delle famiglie di oltre 13 miliardi.

Ancora una volta, cifre significative e oltretutto in aumento, tanto più che già oggi un quarto della popolazione italiana è rappresentato da over 65: i costi sembrano destinati a crescere nel tempo sia per i privati sia per le casse statali, con la Ragioneria Generale dello Stato che ipotizza per il 2070 un costo per la sola componente  prettamente sanitaria della  spesa per non autosufficienza pari allo 0,9% del PIL. Se una più stretta sinergia tra pubblico e privato, a beneficio non solo degli anziani ma anche dei caregiver (spesso familiari) impegnati nell’assistenza, è una delle soluzioni individuate per fronteggiare le possibili conseguenze della transizioni demografica, il Centro Studi e Ricerche non manca di ribadire anche la necessità di interventi legislativi volti a incentivare l’invecchiamento attivo, evitando per quanto possibile l’insorgenza di patologie croniche o di altre condizioni di limitata autonomia. Del resto, l’Italia è sì ai vertici UE per aspettativa di vita alla nascita ma arretra nelle classifiche europee riguardanti la vita in buona salute: un chiaro segnale del fatto che si possa, e si debba, fare di più anche in termini di prevenzione, oltre che di cura e presa e in carico.

La spesa per la previdenza complementare

Per quanto riguarda infine le forme pensionistiche integrative, nel 2024 si registra una crescita dei contributi versati dagli iscritti ai fondi pensione (+7% rispetto al 2023), per un totale di 20,519 miliardi di euro. Tenuto conto della deducibilità ai fini IRPEF sul massimale di 5.164,57 euro annui (il limite di deducibilità è stato elevato a 5.300 euro annui a partire dall’1 luglio 2026  dall’ultima Legge di Bilancio), pari a 5,3 miliardi secondo i dati rilevati dall’Agenzia delle Entrate, la spesa netta si è invece attestata a 15,217 miliardi di euro. Malgrado l’incremento relativo alla contribuzione, quella scattata a partire dai dati COVIP è però una fotografia in chiaroscuro della previdenza complementare che, a vent’anni dall’entrata in vigore della D.lgs. n. 252/2005, cresce (lentamente) ma stenta a decollare: circa 11,13 milioni le posizioni in essere che equivalgono a 9,9 milioni di iscritti al netto di posizioni doppie o multiple.

 Escludendo i PIP “vecchi”, per i quali non sono disponibili informazioni a livello individuale, nel 2024 gli iscritti non versanti sono stati 2,691 milioni, il 27,7% del totale, cui corrispondono 2,863 milioni di posizioni non alimentate. Più di un quarto degli iscritti non ha effettuato versamenti contributivi nel corso dell’anno: servono quindi sicuramente leve per incentivare lo strumento, e l’auto-enrolment per i neoassunti contenuto nell’ultima Legge di Bilancio può essere considerato un primo piccolo ma significativo passo ma altrettanto importanti sarebbero le misure volte a promuovere la contribuzione. Senza trascurare poi il delicato tema delle rendite, dal cui rafforzamento potrebbe passare una più serena e consapevole gestione del longevity risk finanziario connesso all’aumento dell’aspettativa di vita della nostra popolazione.

Perché serve più welfare mix

«Considerati i vincoli di bilancio e una spesa per welfare pubblico già elevata e difficilmente incrementabile – la conclusione del Professor Alberto Brambilla – si rende dunque sempre più urgente (anzi, si potrebbe dire che l’Italia parte già in ritardo) un ammodernamento del nostro sistema di protezione sociale, sposando quel modello di welfare mix che, nella maggior parte degli Stati a medio e alto reddito, garantisce buoni livelli di protezione attraverso la proficua cooperazione tra pubblico e privato».

Un obiettivo che presuppone il superamento di un’ottica di tipo duale: al contrario, sanità, non autosufficienza e previdenza possono diventare i pilastri su cui impostare un’alleanza ben strutturata tra pubblico-privato nel prossimo futuro; un’alleanza che possa garantire un risparmio da entrambe le parti, Stato e privati, e un efficientamento di servizi offerti e prestazioni garantite.


  1. Come puntualizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, benché l’iscrizione all’Anagrafe sia sì facoltativa ma al contempo necessaria affinché gli iscritti possano beneficiare delle agevolazioni fiscali previste dalla normativa di riferimento, il dato sulla raccolta dei contributi da parte dei fondi sanitari non è al momento disponibile al pubblico; pertanto, per stimarne l’importo, i rimborsi a favore degli iscritti effettuati dai fondi sono stati incrementati del 20% in considerazione del fatto che, in una gestione in economia, l’ammontare dei contributi deve superare i costi, pena l’insostenibilità della stessa operazione mutualistica. ↩︎

Menu