Sebbene il percorso di diffusione degli investimenti ESG tra gli investitori istituzionali italiani appaia ormai consolidato e in costante crescita, il discernimento per singola categoria fa emergere differenze nelle modalità di approccio e di implementazione, riconducibili proprio alla natura stessa degli investitori. Le differenti strutture regolamentari, gestionali e istituzionali hanno infatti impatti notevoli sulle decisioni di investimento e applicazione delle strategie ESG all’interno dei portafogli
Il recente Quaderno di Approfondimento ESG redatto dal Centro Studi di Itinerari Previdenziali offre un quadro completo del rapporto degli investitori istituzionali con le tematiche legate agli investimenti sostenibili. L’indagine consente così di mettere in luce come i diversi investitori, in funzione della propria natura e delle proprie finalità istituzionali, interpretino e declinino differentemente i principi degli investimenti sostenibili e responsabili. In questo contesto, l’analisi delle strategie ESG adottate permette di comprendere con maggiore profondità l’approccio sottostante al tema. Se, infatti, a livello complessivo emerge una crescente convergenza verso l’integrazione delle diverse strategie sostenibili, il quadro che deriva dall’osservazione delle singole categorie di investitori risulta più articolato e disomogeneo, con sensibilità, obiettivi e modalità operative che variano in modo significativo.
Nel complesso, i dati aggregati dei 133 investitori istituzionali partecipanti al questionario (31 fondi pensione negoziali, 22 fondi pensione preesistenti, 19 Casse di Previdenza, 40 Fondazioni di origine Bancaria e 21 Compagnie di Assicurazione) restituiscono una prospettiva orientata alla sostenibilità, seppur con prudenza. La progressiva istituzionalizzazione delle tematiche ESG all’interno dei processi di investimento viene confermata dall’adozione di una politica SRI formale da parte del 59% dei rispondenti e in costante crescita dal 2023. Dietro l’aggregato emergono già degli outlier: le Compagnie di Assicurazione rappresentano la categoria più integra i criteri ESG nelle proprie strategie di investimento, con un tasso di adozione di politiche SRI pari al 90%. E mentre le altre classi di investitori restituiscono un valore in linea alla media aggregata, i fondi pensione preesistenti mostrano un approccio più cauto, con un tasso di adozione fermo al 45%.
Tra le strategie ESG le esclusioni sono quella prevalente, adottata complessivamente dal 64% degli investitori e concentrata soprattutto sui settori controversi. Un valore percentuale che si può, almeno in parte, spiegare con la relativa “facilità” di attuazione che rende forse le esclusioni una delle strategie di più immediata applicazione ai portafogli istituzionali. Seguono la strategia best in class (39%) e l’engagement (30%), che supera per la prima volta dall’inizio dell’indagine le convenzioni internazionali (28%). Gli investimenti tematici si attestano al 27%, mentre l’impact investing rimane la strategia meno diffusa con il 26% delle preferenze. Il dato aggregato evidenzia dunque un’evoluzione graduale dell’approccio ESG: accanto a strategie ormai consolidate, come le esclusioni, iniziano a crescere anche quelle più partecipative, come l’engagement.
Figura 1 – Le strategie SRI maggiormente diffuse tra gli investitori istituzionali

Le Compagnie di Assicurazione si confermano il segmento più avanzato e strutturato sotto il profilo ESG. La quasi totalità del campione mostra i più alti livelli di utilizzo quasi in tutte le strategie considerate: le esclusioni raggiungono il 90%, best in class il 70%, le convenzioni internazionali il 60% e l’engagement il 50%. Negli investimenti tematici e nell’impact investing emerge invece il ruolo delle Fondazioni di origine Bancaria e delle Casse di Previdenza, che risultano le categorie maggiormente attive. Già da questa prima disanima è possibile trarre due conclusioni: nelle Compagnie l’approccio ESG appare ormai fortemente integrato nei processi di investimento, mentre per le Fondazioni la sostenibilità viene interpretata come strumento di generazione di impatto sociale diretto sul territorio, permettendo di perseguire le finalità filantropiche proprie della categoria.
I fondi pensione negoziali mostrano invece una dinamica differente e particolarmente interessante. Rispetto agli altri istituzionali risultano particolarmente avvezzi all’engagement, che raggiunge il 48% delle preferenze. Tale numero è trainato dal Progetto Engagement promosso da Assofondipensione, che spinge i negoziali a orientarsi verso un modello di sostenibilità attiva e al dialogo diretto con le società partecipate. Le Casse di Previdenza si distinguono, invece, per una maggiore articolazione tra le strategie adottate, che riflette una struttura patrimoniale orientata alla gestione diretta e da una crescente esposizione verso investimenti alternativi e illiquidi.
Ulteriori elementi convergenti e divergenti si riscontrano nelle modalità di implementazione delle strategie. Si considerino per cominciare le esclusioni: gli investitori tendono a concentrarsi sul segmento dei “settori controversi” con particolare attenzione agli armamenti, seguiti dalla pornografia, gioco d’azzardo e tabacco. Il 91% degli istituzionali a livello aggregato esclude dal suo universo d’investimento il comparto armi, percentuale che raggiunge il 97% tra le Fondazioni di origine Bancaria e il 100% tra le Compagnie di Assicurazione. Tuttavia, andando più nel dettaglio, emerge come il concetto stesso di “esclusione” non sia uniforme: i recenti sviluppi geopolitici hanno fatto emergere un crescente trade off tra principi dell’investimento responsabile e l’attrattività finanziaria del comparto difesa, sostenuta dall’aumento della spesa pubblica militare. Di conseguenza, molti investitori stanno progressivamente adottando approcci più selettivi, distinguendo tra armamenti controversi e attività legate alla difesa considerate strategiche e oltretutto caratterizzate da interessanti opportunità di rendimento. Questo orientamento si riflette anche nelle politiche di esclusione adottate: solo il 26% degli investitori dichiara infatti di escludere tutte le tipologie di armi, convenzionali e non convenzionali, mentre il 36% limita le esclusioni a quanto previsto dalla normativa italiana, nella legge 220/21, sulle mine antiuomo e munizioni a grappolo.
La strategia best in class mostra invece una significativa omogeneità nelle priorità individuate, prevalentemente attraverso due settori: climatico-ambientale e sociale. Che si traduce nella scelta di aziende virtuose in termini di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (69%), efficienza energetica (44%) e rispetto dei diritti umani (44%). Particolarmente rilevante appare poi il progressivo consolidamento dell’engagement, che nel 2026 raggiunge il 30% di diffusione tra gli investitori, suggerendo il progressivo superamento di una concezione “passiva” dell’investimento ESG, a favore di un modello più partecipativo. Andando più nel dettaglio, va tuttavia rimarcato come il 51% dei rispondenti applichi questa strategia attraverso una modalità “soft”, fondata su incontri periodici, teleconferenze e invio di report; rimane invece più limitata la modalità “hard”, esercitata cioè per il tramite di interventi assembleari ed esercizio diretto del diritto di voto, che si attesta al 13%.
Segue poi l’adozione delle convenzioni internazionali dove, a livello aggregato, il riferimento principale rimane il Global Compact delle Nazioni Unite (65%), seguito dagli UNPRI (57%). In questo campo spiccano le Casse di Previdenza, che registrano una crescita significativa delle convenzioni internazionali, dal 26% al 37%. Gli investimenti tematici evidenziano invece da parte loro una marcata concentrazione sulle grandi trasformazioni ambientali ed energetiche, seguite da salute, immobiliare sostenibile, Silver Economy, RSA e gestione delle risorse naturali. Casse di Previdenza e Fondazioni risultano come gli investitori più attenti, rispettivamente verso l’economia d’argento e l’efficienza energetica.
L’impact investing chiude l’elenco delle strategie: a livello aggregato, il social housing continua a costituire il principale ambito di investimento (77%), seguito da green e social bond. Parallelamente, iniziano a emergere nuovi filoni legati alla transizione energetica e digitale, alle infrastrutture sostenibili e al settore all’healthcare. Anche in questo caso le Fondazioni mostrano una forte concentrazione verso investimenti ad alto impatto, come il social housing, coerentemente con la loro finalità sociale e la loro peculiare attenzione nei confronti del territorio.
Figura 2 – Le asset class cui vengono applicati i principi ESG

L’integrazione delle politiche ESG emerge anche dall’analisi delle modalità di implementazione concreta nei portafogli, con riferimento alle asset class coinvolte e strumenti di gestione.
L’applicazione dei criteri ESG all’intero patrimonio rappresenta la modalità prevalente (48%), segnale di una progressiva diffusione della sostenibilità nei processi di asset allocation complessivi, e non più limitata a singole asset class. Tale evoluzione risulta particolarmente evidente nei fondi pensione negoziali e preesistenti, dove rispettivamente l’83% e 62% dichiara di applicare i criteri ESG all’intero patrimonio. Anche le Compagnie di Assicurazione mostrano un approccio fortemente integrato, estendendo i criteri ESG all’intero patrimonio e alle principali asset class obbligazionarie e azionarie. Le Casse di Previdenza si distinguono invece per una maggiore diffusione degli investimenti alternativi e illiquidi ESG, come infrastrutture, FIA dedicati e private equity. In particolare, questa categoria di investitori risulta anche quella maggiormente attiva a livello di selezione e gestione diretta degli investimenti, scelta comunque condivisa dal 50% del campione complessivo. La prevalenza sceglie di farlo attraverso l’investimento in fondi comuni, utilizzati dal 70% dei rispondenti, in infrastrutture (63%) seguito dagli strumenti di private equity e debt, con preferenze oltre il 50%.
Per quanto riguarda i mandati di gestione con specifici obiettivi di sostenibilità, continua tuttavia a prevalere un approccio prudente: l’81% degli investitori aggregati dichiara infatti di non assegnare mandati ESG dedicati. Questo dato suggerisce come molti operatori preferiscano integrare i criteri ESG in portafogli con strategie diversificate piuttosto che ricorrere a deleghe specialistiche.



