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Chi aderisce alla previdenza complementare in Italia? L’identikit dell’aderente tipo

Pensioni
Categorie Categorie Previdenza complementare

Uomo, 47 anni, lavoratore dipendente che risiede nel Nord Italia: è questo il ritratto dell’aderente tipo alla previdenza complementare tracciato dall’ultima Relazione Annuale COVIP. Un profilo che, sulla scia di quanto già emerso negli scorsi anni, invita a riflettere non solo su come incentivare le adesioni ma anche su come indirizzarle verso categorie oggi ancora troppo distanti dai fondi pensione, come giovani, donne e autonomi

Nel 2025, la previdenza complementare in Italia ha registrato 10,425 milioni di aderenti, con una crescita annua rispetto al 2024 del 4,8%: come evidenziato dalla Relazione Annuale COVIP, presentata lo scorso 10 giugno, il dato supera di un punto percentuale il tasso di crescita medio del quinquennio precedente, a riprova di livelli di iscrizione in graduale ma costante progressione. Nel dettaglio, al netto di trasferimenti interni al sistema, le nuove adesioni – trainate soprattutto da iscrizioni esplicite (in totale, 682.666) – sono state poco più di 928mila, il 16,2% in più dell’anno precedente. Per effetto dell’incremento delle adesioni, gli iscritti rappresentano il 39,9% della forza lavoro: altro dato in aumento, che testimonia sì la crescita nel tempo del settore ma anche la necessità di migliorare ulteriormente i livelli di copertura nel nostro Paese, dove proprio allo scopo di incentivare maggiormente le adesioni a forme pensionistiche integrative, a partire dal prossimo 1 luglio, entrerà in vigore l’iscrizione automatica i lavoratori dipendenti neoassunti del settore privato, con la sola eccezione dei lavoratori domestici.

Passando dal “quanto” al “chi aderisce” e ampliando dunque ulteriormente lo sguardo oltre le sole statistiche relative al numero di iscritti, la stessa COVIP evidenzia un’importante criticità: la permanenza di squilibri, riguardanti soprattutto età, genere, territorio e professione, nei livelli di partecipazione alla previdenza complementare. Con l’evidente paradosso di osservare come spesso le coperture integrative siano meno diffuse proprio tra quei profili che, alla luce di dinamiche del mercato del lavoro, modalità di funzionamento del sistema pensionistico italiano e transizione demografica, rischiano in prospettiva di averne maggiore bisogno.

L’identikit dell’aderente alla previdenza complementare

Le principali caratteristiche socio-demografiche degli iscritti restano infatti confermate anche nel 2025, seppur con lievi aggiornamenti: continuano a prevalere gli uomini (61,2%), residenti nelle regioni del Nord Italia (57,3%) e anagraficamente “maturi”, con il 33,7% delle adesioni concentrate al di sopra dei 55 anni di età. Viceversa, la classe di età più giovane, fino a 34 anni, pesa per il 20,8% sul totale iscritti; una quota ancora inferiore rispetto alle fasce più anziane per quanto in crescita, tanto che nel 2020 incideva solo per il 17,5%. Significativo, in particolare, l’incremento degli aderenti under 30 che, nello stesso arco temporale, sono passati dal 2,3% al 3% per un totale di 311mila nuovi iscritti, raccolti soprattutto tra le fila delle forme di mercato.

Nel complesso, l’età media degli aderenti è dunque di 46,9 anni (erano 46,4 cinque anni prima), con un sostanziale allineamento tra uomini e donne. Il tema del divario di genere resta però importante, con le donne che rappresentano solo il 38,8% degli iscritti: un gap che, come evidenziato dalla stessa relazione COVIP, tende di fatto a riflettere, quando non addirittura ad ampliare, i divari ereditati dalla struttura del nostro mercato del lavoro, dove il tasso di attività femminile – ben al di sotto anche della media europea, malgrado un trend in miglioramento – dista più di 17 punti percentuali da quello maschile (57,8% vs 75,6%). D’altro canto, va tuttavia rimarcato come, anche una volta entrate nelle forze di lavoro, le lavoratrici donne scelgano di partecipare alla previdenza complementare meno degli uomini, dal cui tasso di adesione le separa un divario pari a 7 punti percentuali, almeno in parte condizionato anche da carriere più discontinue e da retribuzioni mediamente inferiori. Tutti fattori che, sul fronte opposto, possono però incidere sull’importo del futuro assegno previdenziale, da cui l’ulteriore utilità di valutare l’adesione a una forma pensionistica integrativa nell’ottica di “garantirsi” una quiescenza il quanto più possibile serena. Ancora di più, interessante allora in questo senso rimarcare come, rispetto alle medie generali, le differenze di genere siano più spiccate nei fondi negoziali, mentre tendano viceversa ad assottigliarsi nelle forme di mercato come PIP e fondi pensione aperti.

Una situazione analoga a quella che riguarda le classi di età, per le quali si potrebbe osservare come la mancata adesione delle classi più giovani possa dipendere in buona misura dal mancato o tardivo ingresso nel mercato del lavoro:  la fascia 25-34 anni registra in effetti un tasso di attività del 75,3% contro l’81,6% della fascia adiacente più anziana (35-44 anni); anche una volta parte delle forze di lavoro, la fascia più giovane fa tuttavia registrare tassi di partecipazione alla previdenza complementare inferiori rispetto a quella 35-44 anni. Di fatto, lo scarto si riduce ma resta comunque pari a 3 punti percentuali se si considerano le sole forze di lavoro.

Figura 1 – Iscritti per genere, età e tipologia di forma pensionistica complementare (anno 2025)

Iscritti alla previdenza complementare per genere, età e tipologia di forma pensionistica (anno 2025)
Fonte: Relazione annuale COVIP per l’anno 2025

Venendo invece alla diffusione territoriale della previdenza complementare, il ritratto delineato dalla relazione COVIP è piuttosto eterogeneo, ma anche stabile nel tempo: valori di partecipazione particolarmente ampi si riscontrano nelle regioni settentrionali e, in particolare, in quelle aree dove l’offerta previdenziale è completata da iniziative di tipo territoriale, vale a dire Trentino-Alto Adige (65,5% delle forze di lavoro), 50,4% (Veneto) e Valle d’Aosta (49,3%).  Se nell’Italia centrale i valori di partecipazione sono tutto sommato in linea con la media nazionale, con la sola significativa eccezione del Lazio che si ferma al 33,6%, più bassi della media risultano i tassi di adesione del Mezzogiorno. Anche qui, verosimile ipotizzare che incidano anche dinamiche interne al mercato del lavoro, le quali però non sono sufficienti a spiegare un quadro complessivo al quale concorrono molteplici fattori, che spaziano dalla composizione del tessuto imprenditoriale del nostro Paese fino a livelli di alfabetizzazione finanziaria e previdenziale tutt’altro che omogenei sul territorio nazionale.

Figura 2 – Tasso di partecipazione alla previdenza complementare per regione e provincia (anno 2025)

Tasso di partecipazione alla previdenza complementare per regione e provincia (anno 2025)
Fonte: Relazione annuale COVIP per l’anno 2025

Guardando infine alla condizione professionale del presunto “aderente tipo”, va rimarcata la prevalenza tra gli iscritti dei lavoratori dipendenti: 7,703 milioni, il 5,5% in più rispetto al 2024. La quota maggiore si concentra nelle forme negoziali e preesistenti (4,545 milioni); per quelle di mercato, ai PIP “nuovi” (2,502 milioni) è iscritto circa il doppio dei dipendenti che aderiscono ai fondi aperti (1,299 milioni).  Tra le fila dei lavoratori autonomi si contano invece 1,211 milioni di iscritti (+0,5% rispetto al 2024), di cui 458mila ai fondi aperti e 694mila ai cosiddetti PIP “nuovi”. Rilevante poi la quota dei cosiddetti “altri iscritti”, circa 1.511 milioni di aderenti tra soggetti fiscalmente a carico, persone che hanno perso i requisiti di partecipazione alla forma pensionistica per perdita/cambio di lavoro o pensionamento obbligatorio e soggetti di cui semplicemente mancano informazioni aggiornate in merito alla situazione occupazionale. Un fenomeno, quest’ultimo, particolarmente spiccato tra le forme di mercato (314mila nei fondi aperti e 515 nei PIP), riferendosi soprattutto a iscritti con adesioni ormai lontane nel tempo e che spesso non alimentano più la propria posizione previdenziale attraverso il versamento dei contributi.

Così come già evidente dalle passate Relazioni, altro punto di attenzione risulta dunque essere la bassa copertura previdenziale del lavoro autonomo, ancora più marcato nel confronto con gli occupati: solo il 23,4% dei lavoratori non subordinati è iscritto a una forma pensionistica complementare, a fronte del 40,7% dei dipendenti. Un divario già significativo, che si allarga ulteriormente se si considerano i soli iscritti attivi con versamenti nel corso del 2025: il 13,6% degli autonomi contro il 32,1% dei dipendenti, i quali possono del resto beneficiare anche dei flussi di TFR.

Di qui, l’impegno evidenziato anche dal Presidente Mario Pepe, nel corso del suo intervento introduttivo, nel proseguire il percorso già avviato “al fine di rendere la previdenza complementare più inclusiva, più flessibile e più efficace nel perseguire gli obiettivi di tutela economica nell’età più anziana”, attraverso un’evoluzione del quadro normativo e degli strumenti operativi.

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