Una convinzione piuttosto radicata, e in parte anche comprensibile, vuole le Fondazioni di origine Bancaria troppo esposte nei confronti dell’Italia in virtù del loro forte impegno nei confronti dei territori e, dunque, dell’economia reale domestica: la diversificazione di cui hanno bisogno è però qualitativa, non geografica
a cura di Equinox
Una narrazione diffusa invita le Fondazioni di origine Bancaria a diversificare il patrimonio verso i mercati esteri, nell’assunto che la loro esposizione all’Italia sia eccessiva. La diagnosi è comprensibile, ma incompleta. La concentrazione del patrimonio aggregato delle Fondazioni non è anzitutto geografica: è una concentrazione per asset class, sbilanciata su rischio bancario, debito sovrano domestico e immobiliare. Quattro voci su cinque dell’attivo di sistema gravitano, di fatto, su tre sole fonti di rischio.
Se il problema è la natura del rischio e non la sua collocazione geografica, la soluzione cambia segno. Aggiungere private equity italiano mid-market di qualità non aumenta il “rischio Italia”: lo ricompone. Sposta peso dal rischio finanziario al rischio sull’economia reale produttiva, l’unica categoria di rischio domestico coerente, per natura e per statuto, con la missione di promozione dello sviluppo economico dei territori.
La diversificazione di cui le Fondazioni hanno bisogno è qualitativa, non geografica.
C’è una ragione storica che rende questa convergenza più profonda di un semplice argomento di portafoglio. I modelli di capitalismo che hanno meglio conservato ricchezza diffusa, occupazione qualificata e radicamento territoriale — dal Mittelstand tedesco al Nord Italia delle medie imprese — condividono un tratto: la presenza, accanto al capitale di rischio puro, di un capitale paziente di matrice istituzionale, ancorato al territorio e capace di accompagnare le imprese su orizzonti generazionali. In Italia questa funzione è stata a lungo svolta dal sistema delle Casse di Risparmio, delle Banche Popolari e delle Casse Rurali: istituzioni che decidevano il credito a chilometro zero, conoscevano l’imprenditore, vedevano la filiera.
Il consolidamento bancario degli ultimi vent’anni ha trasferito quelle decisioni a uffici crediti centralizzati, con metriche standardizzate e un raggio di osservazione diverso da quello del territorio. Le Fondazioni sono, da un punto di vista istituzionale, ciò che è rimasto in mani italiane di quella memoria: enti radicati, governati da chi conosce il tessuto economico locale, dotati di patrimoni significativi e di un mandato statutario allo sviluppo. Il private equity mid-market è oggi la filiera finanziaria che può ricomporre quella funzione mancante.
Ciò che rende praticabile questa ricomposizione è la maturazione dell’industria stessa del private equity. Per anni l’ostacolo strutturale all’ingresso di un investitore con vocazione erogativa è stato il profilo di liquidità dell’asset class: capitale immobilizzato su orizzonti lunghi, ritorni concentrati nella fase finale del ciclo, scarsa flessibilità nel mobilitare valore prima dell’exit. È esattamente su questo fronte che l’industria ha innovato di più. Lo sviluppo di veicoli di co-investimento, strutture di syndication su singolo asset, mercati secondari più profondi e meccanismi di distribuzione anticipata ha progressivamente accorciato e reso più prevedibile il profilo dei flussi di cassa. Per una Fondazione il significato è diretto: una maggiore liquidità dell’asset class rende il private equity compatibile con la continuità dell’attività erogativa, che richiede flussi regolari e non può dipendere da orizzonti di smobilizzo rigidi. L’illiquidità, storicamente la principale obiezione, è oggi una variabile governabile per via strutturale, non più un vincolo assoluto.
Questa evoluzione trasforma la relazione tra gestore e investitore istituzionale da rapporto puramente allocativo a partnership vera e propria, e rende la scelta del partner decisiva. Un gestore evoluto non si limita a offrire un rendimento atteso: porta disciplina nei multipli d’ingresso, trasparenza verso gli organi di governance, capacità di creare valore industriale — non solo finanziario — e un’architettura di flussi e di responsabilità che parla la stessa lingua della missione di una Fondazione. La selezione rigorosa, fondata su track record verificabili e su una reale coerenza tra modello dell’operatore e finalità statutarie, è il vero discrimine tra un’allocazione e un’alleanza.
Il punto di arrivo è una ridefinizione del concetto stesso di missione. Tradizionalmente lo sviluppo dei territori è perseguito attraverso le erogazioni. Esiste però un canale complementare e ancora sottoutilizzato: la composizione del patrimonio investito. Le PMI italiane sono i datori di lavoro, i contribuenti locali, le imprese che esprimono il Made in Italy nei territori delle Fondazioni. Sostenerle con capitale paziente e governance significa fare missione attraverso il bilancio patrimoniale, e non solo attraverso il conto economico delle erogazioni.


