Il mondo dei Servizi italiano si può paragonare a un “gigante frammentato”: un comparto enorme che stenta a esprimere il suo vero potenziale per alcuni limiti strutturali che potrebbero persino acuirsi con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Un contesto nel quale gli operatori specializzati di private equity possono trovare uno spazio significativo di intervento favorendo lo sviluppo di progetti di aggregazione
a cura di Koinos Capital SGR
L’economia italiana ha un cuore che, spesso, rimane nell’ombra del racconto pubblico. Mentre il dibattito si concentra sulla manifattura e sul made-in-Italy, una quota ancora più grande di ricchezza nazionale si produce nei Servizi, mercato che vale circa il 58% del valore aggiunto dell’Italia, pesa per l’ordine di 1.000 miliardi di euro all’anno e dà lavoro a 16,9 milioni di persone. Negli ultimi trent’anni è cresciuto del 43%, mentre la manifattura è rimasta sostanzialmente piatta.
Eppure, questo motore è composto quasi interamente da “piccoli pezzi”. In quasi tutti i sotto-segmenti del settore Servizi italiano, infatti, i primi cinque operatori coprono meno del 30% del mercato. Il restante 70% è in mano a centinaia o migliaia di imprese locali, ben gestite e radicate ma sole: ciascuna con i propri sistemi gestionali, le proprie procedure, i propri fornitori. Tutti pagano gli stessi costi – di compliance, tecnologia o marketing — ma in maniera indipendente, senza economie di scala, infrastruttura condivisa, massa critica per attrarre talenti manageriali o accedere ai mercati internazionali.
Il mondo dei Servizi italiano è, in sostanza, una sorta di “gigante frammentato”: un comparto enorme che stenta a esprimere il suo vero potenziale perché strutturato in modo opposto a ciò che il mercato moderno richiede.
La sfida dimensionale delle PMI italiane
La questione dimensionale non è nuova nel dibattito economico nazionale. Da anni si discute del limite strutturale delle imprese italiane e della loro difficoltà a raggiungere la scala necessaria per competere con i concorrenti europei. Nel settore dei Servizi questa sfida assume contorni particolarmente urgenti, con le PMI strutturalmente svantaggiate su più fronti. In questo contesto, la digitalizzazione — principale fattore abilitante di evoluzione e produttività per i Servizi nel prossimo decennio — rischia di acuire il divario anziché colmarlo.
L’intelligenza artificiale, in particolare, sta riscrivendo l’economia di tutti i servizi knowledge-intensive con una discontinuità paragonabile alla meccanizzazione industriale di un secolo fa: siamo solo all’inizio, ma lo spazio di trasformazione è già visibile. Se le PMI non raggiungono la dimensione sufficiente per investire in strumenti digitali, il gap si amplierà ulteriormente, lasciandole esposte alla concorrenza di operatori stranieri più strutturati o di piattaforme digitali che disintermediano l’intera filiera.
La risposta, però, non può essere che le PMI crescano organicamente da sole, in mercati frammentati e con risorse limitate, mentre il passaggio generazionale è già in atto. L’unica via è l’aggregazione: costruire, intorno a eccellenze già esistenti, piattaforme di scala capaci di unire le forze, condividere l’infrastruttura, digitalizzare i processi e competere come leader nazionali.
Aggregare per crescere: una tesi industriale, non finanziaria
Aggregare non significa solamente acquisire aziende e sommare fatturati. Comporta la costruzione di un progetto unitario coerente – promosso, tipicamente, da un soggetto come un fondo di private equity – in cui più imprenditori scelgono di mettere insieme le proprie aziende sotto una holding comune della quale diventano tutti azionisti, reinvestendovi accanto al soggetto aggregante e mantenendo un ruolo attivo nella gestione operativa.
Un’architettura che presenta importanti vantaggi strutturali, soprattutto per il settore dei Servizi. La condivisione di funzioni come vendite, IT, amministrazione, compliance e marketing — che, nel settore, pesano tipicamente tra il 15% e il 25% del fatturato — genera risparmi significativi anche solo ottimizzando il 30% di quella voce. C’è, poi, una variabile discriminante: la qualità umana degli imprenditori coinvolti. In un modello aggregativo, i fondatori non escono di scena dopo il closing ma restano partner attivi per anni. Devono credere nel progetto industriale e nel gruppo di persone che si sta costruendo insieme, per proteggere il valore nel lungo periodo.
Guardando ai mercati più maturi — quello britannico, tedesco, nordeuropeo — si vede già il risultato di questo processo: settori dei Servizi strutturati intorno a leader nazionali di scala, capaci di competere a livello europeo, e fondi come Waterland, IK Partners, August Equity, Inflexion e Consolid che hanno costruito alcuni dei migliori track-record europei proprio su questa logica.
L’Italia è ancora all’inizio di questo percorso; quasi tutti i fondi nazionali di private equity, infatti, finora hanno costruito la loro reputazione sull’industria e non esiste ancora un operatore chiaramente associato al mercato dei Servizi e alla loro aggregazione in maniera esclusiva. Uno spazio importante che rappresenta, per chi ha visione industriale di lungo periodo e gli strumenti giusti, una delle opportunità di creazione di valore più significative dei prossimi anni.
Il settore Servizi: sei verticali per creare valore dall’aggregazione
Non tutti i segmenti del mercato dei Servizi si prestano all’aggregazione con la stessa intensità: occorre individuare quelli in cui la frammentazione è massima, la componente tecnologica più dirompente e la domanda strutturalmente in crescita. Su questo terreno, si possono mappare sei macroaree di riferimento:
- healthcare services, spinti da demografia e domanda in crescita;
- education services, in rapida evoluzione;
- digital & technology services, legati direttamente alla trasformazione digitale delle imprese;
- professional services, caratterizzati da eccellenze diffuse;
- business services, segmento ancora fortemente frammentato;
- leisure, tourism & mobility services, in grande espansione anche dal punto di vista tecnologico e di innovazione.
Il ruolo degli operatori specializzati: accompagnare le PMI con competenza imprenditoriale
Costruire piattaforme aggregate nei Servizi richiede capacità di leggere la struttura industriale di un mercato e identificarne le potenzialità, visione, credibilità imprenditoriale e strumenti — tecnologici, gestionali, organizzativi — per accompagnare la trasformazione lungo tutto il percorso. Il passaggio generazionale in atto nelle PMI italiane del settore apre una finestra temporale di 7-10 anni. Chi saprà coglierla con la giusta combinazione di visione industriale, capitale paziente e DNA imprenditoriale potrà costruire i campioni nazionali del settore Servizi italiano.
In questo contesto, gli operatori specializzati di private equity possono trovare uno spazio significativo per sviluppare progetti di aggregazione che, a partire da situazioni di frammentazione settoriale, riescano a introdurre una visione industriale chiara per sviluppare player in grado di diventare leader capaci di competere anche a livello internazionale. Alcuni esempi sono già realtà. Tra questi, le piattaforme Futur-A Group (R&D engineering), Meduspace Società Benefit S.p.A. (educazione medico-scientifica) e Ventha Group (impiantistica) promosse da Koinos Capital SGR – società di investimento indipendente multi-strategy focalizzata su imprenditorialità e tecnologia – che sta orientandosi sempre di più verso il segmento italiano dei Servizi per finalizzare operazioni di buy-and-build facendo leva sulle opportunità di scala che questo offre.
Il settore italiano dei Servizi ha le dimensioni e il potenziale per esprimere campioni in decine di verticali. Quello che serve — e che sta cominciando ad arrivare — sono operatori capaci di accompagnare questo processo con competenza, visione e rispetto per la cultura imprenditoriale che ha costruito quelle aziende.


