In che modo la conquista della longevità e il progressivo invecchiamento della popolazione stanno incidendo su abitudini, consumi e stili di vita? Presentati i risultati della seconda indagine demoscopica di Itinerari Previdenziali e Format Research sugli over 50 italiani: un’occasione per definire le caratteristiche di una popolazione, quella dei Longennial, sempre più rilevante non solo in termini numerici ma anche e soprattutto socio-economici
Una fascia anagrafica complessivamente soddisfatta della propria quotidianità e desiderosa di tutelare la propria autonomia malgrado alcuni comprensibili timori verso le conseguenze dell’invecchiamento (su tutte, proprio la perdita di autosufficienza), che svolge un ruolo sociale importante dedicandosi sia ad attività di volontariato sia di cura della propria famiglia e che vive i consumi mostrandosi consapevole e selettiva nelle strategie di preparazione a un invecchiamento attivo, con particolare attenzione soprattutto nei riguardi della casa e del proprio benessere psico-fisico.
Figura 1 – I timori associati all’invecchiamento (valori %, possibilità di risposte multiple)

È questo il ritratto degli ultra50enni del nostro Paese che emerge della survey “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani”, ideata dai Professori Alberto Brambilla e Gian Carlo Blangiardo per il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e condotta in collaborazione con Format Research. Realizzata su un campione di 5.120 unità statisticamente rappresentativo della popolazione italiana di età superiore ai 50 anni, stratificato per genere, classe anagrafica (50-64 anni, 65-74 anni, dai 74 anni in su) e macroarea geografica di residenza (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e Isole), l’indagine analizza i tratti salienti della platea di riferimento indagandone stili di vita, aspettative per il futuro e abitudini nei confronti di salute, prodotti di consumo e gestione della propria posizione finanziaria, con il duplice obiettivo di circoscriverne i bisogni – presenti e prospettici – e di offrire spunti utili sui principali settori toccati dall’economia della longevità. Proprio per questa ragione, i risultati sono stati poi “pesati”, in proporzione percentuale, rispetto all’universo nazionale della popolazione italiana e interpretati anche alla luce delle ulteriori segmentazioni del campione, come quelle relative a titolo di studio e reddito netto mensile.
Welfare familiare e volontariato, il ruolo (centrale) dei Silver nelle reti informali
Chi sono dunque i Silver italiani? Tra i primari ambiti indagati dal questionario – complessivamente composto da 80 domande, ripartite per ambito di indagine in 13 sezioni principali – spicca indubbiamente il ruolo degli over 50 all’interno di reti informali. Spesso desiderosi di compagnia per contrastare i rischi connessi alla solitudine, i Silver intervistati sono infatti di frequente nonni a tempo pieno o quasi; non di rado continuano a svolgere qualche attività lavorativa anche dopo il pensionamento, oppure frequentano associazioni e centri di aggregazione, con buona predisposizione per progetti di utilità sociale facenti capo alla comunità di riferimento o alla Pubblica Amministrazione.
Nel dettaglio, circa un terzo del campione si occupa di un familiare fragile: il 19,8% lo fa regolarmente e il 12,4% ogni tanto; percentuali che evidenziano una realtà piuttosto diffusa, tanto che solo il 27,5% dichiara di non avere familiari fragili e di non aver pertanto mai avuto esperienza di una simile forma di accudimento. In media, il 40,3% degli intervistati si prende poi cura di figli o nipoti regolarmente, dato in rialzo di quasi 5 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione del 2022, mentre il 27,3% lo fa quantomeno ogni tanto. Solo il 18,7% degli intervistati non si dedica a oneri di welfare familiare, indicando tra le motivazioni principali la distanza geografica (35,5%); seguono quindi eventuali problemi di salute, con una percentuale media dell’8,1% destinata a salire fino al 14,9% una volta superata la soglia dei 74 anni di età. Lì dove non arriva la prossimità fisica, intervengono però gli aiuti finanziari: il sostegno economico nei confronti di figli o nipoti è saltuario per il 41,1% degli intervistati e addirittura assiduo per il 32% dei rispondenti. Poco più di 1 rispondente su 10 (il 13,7%), infine, non ha figli o nipoti; il che, secondo il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, impone un rovesciamento di prospettiva e una riflessione sulla crescente atomizzazione dei nuclei familiari.
«Una tendenza che, combinata al progressivo invecchiamento della popolazione, potrebbe da una parte porre il problema del mancato sostegno per le attività di cura e, dall’altra, aprire opportunità per il mondo dei servizi alla persona, andando così a colmare una potenziale vulnerabilità», il commento del Professor Brambilla nel corso dell’evento di presentazione.
Un’ulteriore riprova di un ruolo sociale di rilievo non solo in ambito domestico ma anche a supporto della propria comunità arriva poi dai dati relativi alle attività di volontariato e/o associazionismo: il 36,7% del campione (era il 32,7% nel 2022) fa volontariato, benché per lo più occasionalmente. La frequenza è saltuaria per il 27,8% dei rispondenti. Del resto, tra coloro che supportano maggiormente la propria comunità spicca soprattutto la fascia anagrafica tra i 65-74 anni di età, verosimilmente avvantaggiata dal maggior tempo a disposizione dopo il pensionamento – 62 anni l’età media di accesso alla pensione del campione – e da una condizione fisica ancora vicina a quella ottimale, motivazione che potrebbe al contrario spiegare il calo al di sopra dei 74 anni. Fattore che sembra incidere sulla propensione al volontariato anche il titolo di studio, tanto che sono soprattutto i laureati a praticarlo con regolarità: a fronte di una media nazionale del 7,6%, la percentuale sale all’8,4% tra i laureati magistrali o del vecchio ordinamento e addirittura al 15,5% in caso di ulteriori specializzazioni post-laurea.
Risulta invece più trasversale l’alta idealizzazione di un ruolo sociale attivo dopo il pensionamento, seppur legato soprattutto alla sfera personale: quasi 8 intervistati su 10 (il 77,8%) sono o si immaginano attivi dopo aver lasciato il lavoro. Se il 42,8% si dichiara interessato soprattutto a perseguire i propri interessi, ad esempio di natura culturale, il 21,3% vorrebbe mantenere impegni di tipo professionale (21,3%) contro un 22,1% che si immagina più passivo e senza eccessivi oneri. Un sentimento che prevale, anche per ragioni legate alla propria condizione fisica, dai 75 anni in su: in questa fascia di età, la percentuale di quanti preferiscono dedicare il pensionamento più al riposo che a impegni particolari raggiunge infatti il 36,6%.
«Salute e condizione fisica, permettendo – la precisazione del Professore – è evidente il desiderio di essere ancora utili alla collettività, di avere un ruolo sociale riconosciuto e non essere considerati, come spesso purtroppo oggi accade, come un “peso”. Perché quelli che ai tempi della riforma Brodolini del 1969 erano legittimamente ritenuti “vecchi”, oggi sono “giovani anziani” che non vogliono essere messi in panchina, ad esempio da leggi discutibili come quella Madia sulla Pubblica Amministrazione». Secondo il Prof. Brambilla, il potenziale ritorno di questo impegno non riguarda infatti la sola sfera sociale ma anche la vita economica del Paese: «Volendo, con un pizzico di fantasia, stimare il valore aggiunto sul PIL di questo blocco silenzioso e operoso di persone, spesso sostitutive del welfare state, si potrebbero stimare, con riferimento ai soli over 65, almeno 30 miliardi di euro per quel che riguarda le attività di cura in ambito familiare e circa 20 per quella di volontariato prestata alla propria comunità».
I Silver e la casa di abitazione
In tema di abitazione la principale evidenza emersa dal questionario è che oltre l’80% degli over 50 italiani vive in una casa di proprietà con una distribuzione pressoché identica sia tra classi d’età e aree geografiche. Ben 2 intervistati su 10 (il 24,1%) possiede poi almeno un altro immobile oltre alla propria abitazione. In generale, i Silver tendono a vivere in case di dimensioni medio-grandi che non sembrano però adeguatamente attrezzate per affrontare condizioni di non autosufficienza o disabilità, che peraltro figurano tra le conseguenze dichiaratamente più temute dell’invecchiamento.
Eppure, solo il 17,5% degli intervistati vive in un’abitazione tecnologicamente attrezzata per garantire sicurezza e autonomia nei movimenti anche in vecchiaia: benché la percentuale non salga neppure tra i grandi anziani, la survey rileva quantomeno una certa sensibilità al tema, con il 79% che ha messo in conto in modo più o meno rilevante la possibilità di investimenti futuri, ma che resta forse attendista in assenza di evidenti problemi di salute o mobilità.
«Risulta quindi chiaro – ha precisato il Professor Brambilla – come nel settore dell’abitare e in particolare della domotica, ci siano ampi margini di miglioramento e di investimento, tramite i quali assecondare sia il bisogno di continuare a svolgere senza eccessive difficoltà le principali attività di vita quotidiana (elettrodomestici smart, ausili alla mobilità interna, etc) sia un altro importante trend emerso dalla ricerca, vale a dire l’attenzione verso la sostenibilità ambientale e risparmio energetico».
Oltre il 76,6% del campione presta infatti attenzione, benché perlopiù in via solo occasionale, a questi fattori nel pianificare i lavori di manutenzione; la maggior parte dei rispondenti (il 97,9%) pratica poi regolarmente la raccolta differenziata e cerca di limitare il dispendio di gas ed energia elettrica (il 91,9%).
C’è però un altro aspetto interessante da considerare in merito al rapporto dei Silver con la propria abitazione, vale a dire il disbrigo delle faccende domestiche, ambito rispetto al quale si evidenzia una forte propensione all’autonomia (almeno finché la condizione fisica lo consente). L’85,5% degli intervistati amministra da sé la casa, preferendo farsi carico personalmente di bollette, spese condominiali o affini: un dato trasversale alle diverse segmentazioni del campione, con la sola eccezione del genere, che vede gli uomini, con una media del 91,8%, più autonomi delle donne (80,1%). Solo il 13,6% riceve aiuto da parte di un familiare, mentre è residuale (0,9%) la percentuale di coloro che si fanno aiutare da persone estranee alla famiglia: per chi richiede supporto, le principali esigenze riguardano pulizie e faccende domestiche, e in misura minore la manutenzione ordinaria.
Per quanto riguarda la gestione degli immobili in chiave prospettica, vale a dire nel corso della senescenza o successivamente alla morte, va infine rilevato che solo il 5,9% degli intervistati ha ceduto la nuda proprietà della propria abitazione, indice di attaccamento a usi e tradizioni che tuttavia non tengono conto dei grandi vantaggi in termini di copertura del longevity risk finanziario; tra loro, il 52,3% ha ottenuto del capitale dalla cessione. Ancora contenuta poi l’attrattività di soluzioni di senior living, cui risulta interessato solo il 20% del campione: sembra però incidere fortemente sul dato soprattutto la scarsa conoscenza di caratteristiche, costi e potenziali benefici di soluzioni abitative ancora relativamente poco diffuse in Italia. Il 92,8% dichiara di non conoscere senior housing e soluzioni affini, con percentuali che restano molto alte – al di sopra dell’80% – anche tra gli intervistati con titoli di studio più elevati.
Stili di vita e abitudini di consumo
Anche stili di vita, consumi e disposizione del proprio tempo libero risultano influenzati da invecchiamento della popolazione e trasformazioni nella composizione dei nuclei familiari, lasciando spazio a un’offerta di mercato al momento nel complesso ancora contenuta, per quanto in rapida espansione e già trainata da attività di marketing dedicate. Tra gli ambiti che, in chiave prospettica, potrebbero rivelare le potenzialità maggiori automotive, turismo, food and bevarage, grande distribuzione, device per la telemedicina e la cura della persona. Basti pensare a titolo esemplificativo ai cibi monoporzione, di cui oggi già si avvale il 44,8% del campione (il 3,7% li acquista spesso, il 41,1% qualche volta).
Nel dettaglio, tra le voci di spesa cui vengono dedicate le maggiori risorse, vengono segnalati proprio prodotti e cibi per una corretta alimentazione con il 50,5% delle preferenze; seguono prodotti e servizi per la casa (48,1%) e abbigliamento (35%). Ci sono poi i device finalizzati al controllo del benessere fisico (24,4%), mentre al momentosono piuttosto ridotte le spese per la domotica (3,7%) – intesa in questo contesto con riferimento a tutti quei dispostivi che possono rendere la casa più “intelligente” per chi invecchia e/o ha problemi di salute e di movimento – e per la mobilità, per esempio moto carrozzelle o similari: entrambi i temi spiccano già come rilevanti per la vita dei Longennial italiani, ma lo saranno verosimilmente di più in futuro, anche per contrastare la temuta perdita di autonomia. L’interesse è invece trasversale a tutte le fasce di età per soluzioni che possano garantire sicurezza, continuità nelle relazioni e autosufficienza, tanto nel controllo dell’abitazione quanto dei propri spostamenti, elementi indispensabili per evitare la marginalizzazione dei più anziani in favore di un invecchiamento più attivo.
I rischi della longevità: la tutela della propria salute
Quasi la totalità degli intervistati (l’88,7%) ha paura dell’invecchiamento e la ragione principale risiede nel timore di problemi di salute, quando non addirittura nella perdita di autosufficienza, citata dal 38,9% del campione, in crescita rispetto al 35,4% del 2022, quando era già indicata quale motivazione prevalente. Seguono la perdita di autonomia (19,7%), la morte o perdita di affetti (16,5%) e quindi la solitudine o la povertà (14,3%). Seppur con inevitabili oscillazioni legate al reddito, interessante quindi rimarcare come, dinanzi a una scelta tra più opzioni, il fattore economico passi in secondo piano rispetto al benessere psico-fisico e alla dimensione relazionale.
D’altro canto, nonostante l’ampio ricorso a farmaci (l’82,1% li assume regolarmente), il 70,2% degli intervistati giudica il proprio stato di salute come buono o discreto, a fronte di un 5% che dichiara invece di soffrire di patologie croniche o invalidanti. La percentuale cresce però fino al 10,6% tra gli over 74, confermando l’assunto di un’Italia sì longeva ma più “debole”, anche nel confronto europeo, per quanto riguarda l’invecchiamento in buona salute. Scenario del quale i rispondenti sembrano consapevoli, palesando la volontà di non subire l’invecchiamento ma di “governarne” eventuali effetti negativi attraverso l’adozione di buone pratiche volte alla tutela del proprio benessere psico-fisico: quasi 8 Silver italiani su 10 prestano attenzione alla dieta, con la metà dei rispondenti (il 51,1%) che dichiara di scegliere cibi in funzione di salute ed età con una certa regolarità. Il fai da te viene però preferito al supporto specializzato, tanto che solo 1 rispondente su 10 si rivolge a dietologi o nutrizionisti e, tra coloro che lo fanno, è stata la necessità (65,5%) a condizionare la scelta. Mentre forte è la consapevolezza dell’importanza di mantenere anche la mente in allenamento, con il 77,8% dei rispondenti che dichiara di farlo con letture, esercizi o pratiche di meditazione, migliorabile è l’approccio all’esercizio fisico. Solo il 35,4% svolge con regolarità attività fisica o camminate per tenersi in forma. Sale invece la percentuale di coloro che fanno prevenzione: il 63,9% si sottopone ad almeno un check-up nel corso dell’anno (era il 58,6% del 2022).
Più delicati i rapporti con la sanità pubblica, con il SSN che raccoglie giudizi più tiepidi al Sud e nelle Isole, dove è ritenuto insufficiente, rispettivamente, dal 35,3% e dal 37,3% dei rispondenti a fronte di una media complessiva del 23,9%. La valutazione, tuttavia, migliora nel caso dei rapporti con il medico di base, ritenuti complessivamente buoni. Ancora piuttosto limitato, poi, il ricorso a forme di assistenza sanitaria integrativa: quasi la metà degli over 50 non si avvale di coperture integrative rispetto a quelle offerte dal SSN. A goderne è solo il 22% dei rispondenti cui si aggiunge un ristretto 6,6% del campione che sta quantomeno pensando di farvi ricorso in futuro. Le adesioni si confermano più numerose tra pensionati/lavoratori e occupati, mentre sono più basse per gli anziani già da molto tempo in quiescenza, i casalinghe/i e chi è in cerca di occupazione: categorie, quest’ultime, che risultano non a caso essere anche quelle che hanno sostenuto le maggiori spese out of pocket.
«In un moderno welfare mix, la sanità complementare svolge un ruolo cruciale sia per i singoli sia per lo Stato ma gli italiani, Silver compresi, non sembrano averne compreso appieno le potenzialità, in termini sia di risparmio sia di efficienza dei servizi prestati: per questo, occorrerà puntare maggiormente in futuro – ha rimarcato il Professore – sulle forme di sanità integrativa, fondamentali per una vita longeva e in buona salute a 65 anni e più, e sulle protezioni LTC per la copertura dei rischi di non autosufficienza. Purtroppo, va oltretutto ricordato che per queste due fondamentali prestazioni manca ancora una legge quadro».
I rischi della longevità: il rapporto con risparmio e patrimonio
Benché il timore di finire in povertà sia tra i meno citati tra quelli associati all’invecchiamento, la gestione delle proprie finanze occupa comunque un ruolo di rilievo nella vita degli over 50 italiani, per quanto il ricorso a forme pensionistiche integrative sia ancora piuttosto limitato (solo il 20,8% degli intervistati ha sottoscritto un fondo pensione); il che sembra indicare una modesta propensione alla pianificazione di lungo periodo.
In generale, la survey rileva come sia limitato – e concentrato soprattutto tra le fasce di reddito più elevato – il ricorso a supporti esterni per la gestione del proprio patrimonio mobiliare. D’altra parte, se è vero che il 58,8% del campione dichiara di non avere risparmi oltre al proprio contro corrente, con punte che raggiungono il 74,1% al di sopra dei 74 anni di età, lo è altrettanto che – anche in presenza di risparmi – la maggioranza degli over 50 preferisce detenere il controllo diretto del proprio patrimonio. Il supporto consulenziale è diffuso ma la delega riguarda solo una quota minoritaria di rispondenti, e in particolare i titolari di redditi elevati e/o di grandi patrimoni, i quali preferiscono appoggiarsi a servizi private (36,2%) o a consulenti finanziari (21,4%) oltre che alla propria banca (31,4%). In caso di investimenti a prevalere sono invece polizze assicurative (35,8%), titoli di Stato o obbligazioni (25,6%) e fondi comuni (25,3%).
Il quadro sulle paure associate all’invecchiamento cambia poi quando gli intervistati vengono direttamente sollecitati sul tema del longevity risk finanziario: il timore che, vivendo a lungo, le proprie riserve economiche possano non essere sufficienti a coprire le spese future, come quelle per salute e assistenza, è diffuso. Il 77,5% dei rispondenti è molto o abbastanza preoccupato (rispettivamente, il 35% e 42,5%), mentre il 22,5% dichiara un livello di preoccupazione basso o nullo (14,7% e 7,8%). Come prevedibile, il reddito è la variabile che più influisce sulla risposta: il 53,4% di quanti dichiarano redditi netti mensili fino a 1.000 euro è “molto preoccupato” a fronte dell’8,4% di quanti ne dichiarano più di 3.500; al contrario, mentre tra i redditi più elevati il 26,2% non ha preoccupazioni, tra i rispondenti di fascia più bassa l’opzione “per nulla preoccupato” non raccoglie preferenze.
Figura 2 – La percezione del longevity risk finanziario: accentuazioni per genere, età e reddito
(valori % su un campione di 5.120 casi. I dati sono riportati all’universo)

Quanto, infine, al passaggio generazionale emerge la consapevolezza di un tema importante ma da molti percepito come fortemente interconnesso agli ultimi anni della propria vita e non a una progettazione di lungo periodo. Con questi presupposti, solo il 14% degli intervistati ha già preso decisioni attive circa la propria eredità: la media percentuale sale al 21,5% tra gli over 74, mentre cala al 9,9% nella fascia di età compresa tra i 50 e i 64 anni. Se è comunque elevata la quota di quanti ancora non ci hanno pensato, pari al 53,2% dei rispondenti, merita attenzione quel 2,6% di intervistati che dichiara, in assenza di figli o nipoti, di aver pensato a un lascito. Un’eventualità che potrebbe farsi ben più ricorrente in futuro alla luce delle profonde trasformazioni non solo demografiche ma anche sociali documentate dall’indagine.


