A fronte di una durata corretta sotto il profilo attuariale che non dovrebbe superare i circa 20 anni per le pensioni di anzianità e i 35 per le anticipate, l’INPS conta oltre 400mila trattamenti con durata ultra40ennale, tra i quali spiccano più di 200mila trattamenti erogati all’incirca dal 1975: numeri che dovrebbero fare da monito ai fautori delle troppe anticipazioni
Dall’analisi sulle decorrenze delle pensioni condotta dal Tredicesimo Rapporto Itinerari Previdenziali emergono interessanti spunti di riflessione sulla durata delle pensioni italiane: all’1 gennaio 2025 risultavano in pagamento presso l’INPS ben 240.754 prestazioni pensionistiche – comprese quelle ex INPDAP relative ai dipendenti pubblici – con durata media di 49,7 anni, vale a dire erogate a persone andate in pensione prima del 1980. Una percentuale forse esigua nel confronto con le prestazioni IVS vigenti (l’1,4% del totale) ma, proprio perché riferita a trattamenti di durata “monstre”, meritevole di analisi: una situazione, frutto di requisiti di pensionamento eccessivamente permessivi concessi in passato, che meriterebbe di essere attentamente considerata quando si discute di riforme o interventi sul sistema, considerando che prestazioni corrette sotto il profilo attuariale dovrebbero essere correlate alla durata della vita contributiva attiva, che in media in Italia è di circa 20 anni per le pensioni di vecchiaia e di 35 anni per le anticipate.
«Questi trattamenti riguardano uomini, ma soprattutto donne, oggi mediamente ottantottenni che hanno raggiunto la pensione nel lontano 1975», ha commentato il Professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, evidenziando nel corso della presentazione anche un calo piuttosto importante benché fisiologico rispetto alla precedente rilevazione (-14,2%, pari a 39.930 prestazioni in meno in un anno). «Nel computo – ha precisato il Professore – sono comprese 93.343 prestazioni dirette di invalidità del settore privato reversibili, fruite da invalidi ante legge 222/1984, cui vanno aggiunte 102.452 pensioni ai superstiti, la gran parte delle quali erogate a pensionate di genere femminile (il 93,6%). Per i dipendenti pubblici si osservano invece 31.717 pensioni con una durata media di 48,6 anni (erano 35.676al 2024), rappresentative dell’1% del totale delle pensioni IVS vigenti nelle gestioni INPS del settore pubblico».
Figura 1 – Numero di pensioni IVS INPS vigenti all’1/1/2025 per classe di durata della pensione

Estendendo il periodo di osservazione, la pubblicazione conta poi 473.910 le prestazioni erogate da oltre 40 anni, di cui 91.013 somministrate a uomini e 382.897 a donne che, in virtù della loro maggiore longevità, risultano anche le principali beneficiarie di pensioni ai superstiti. Il 33% delle pensioni IVS – circa 5,6 milioni su 16,8 – supera il ventesimo anno di durata alla decorrenza.
Durata delle prestazioni, età medie effettive alla decorrenza del pensionamento e loro evoluzione nel tempo
Attraverso l’esame in serie storica delle pensioni ancora in vigore all’1 gennaio 2025, a partire da quelle decorrenti dal 1980 (o anni precedenti), il documento consente di ricavare importanti indicatori sull’evoluzione della normativa italiana in ambito pensionistico e sugli effetti prodotti dalle diverse leggi sulla spesa pubblica del Paese.
Come puntualizza la pubblicazione, «i dati del Rapporto dimostrano quanto soprattutto tra il 1965 e il 1990 i decisori politici abbiano perso di vista la correlazione tra contributi e prestazioni, adottando spesso con finalità squisitamente elettorali requisiti di eccessivo favore che appesantiscono tuttora il bilancio del welfare italiano».
Con il chiaro intento di evidenziare errori da non ripetere nonostante alcune pericolose e recenti tentazioni.
Ecco perché il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali non si limita a conteggiare i trattamenti ma ne osserva anche la distribuzione nel tempo, dove risalta, tra i vari effetti a fisarmonica imputabili alle diverse riforme di sistema, soprattutto l’andamento anomalo delle invalidità ante legge n. 222/1984, che registrano tuttora durate oltre il 45esimo anno di età.
Figura 2 – Pensioni IVS vigenti all’1/1/2025 per anno di decorrenza, anni di durata e categoria
(INPS, settore pubblico e privato)

D’altra parte, affinché il sistema resti in equilibrio, non si può prescindere un giusto rapporto tra periodi di vita lavorativa (e dunque di contribuzione) e durata del trattamento pensionistico. Presupposto appunto più volte venuto meno in passato: basti pensare che, come rileva il Rapporto, l’età media alla decorrenza dei pensionati del settore privato che oggi percepiscono la rendita da 44 anni e più era di 38,1 anni (35,5 anni gli uomini e 38,6 le donne). Detto altrimenti, stiamo parlando di prestazioni percepite da soggetti che, grosso modo nei primi anni Ottanta, hanno lasciato il mondo del lavoro a nemmeno 40 anni di età: un quadro su cui gravano soprattutto le età giovanili di pensioni di invalidità e ai superstiti, che trova conferma anche guardando ai dipendenti pubblici. Nella pubblica amministrazione, l’età media della classe di durata “44 anni e oltre” è di 38,6 anni: 35 per gli uomini e 40,1 per le donne. Per avere un termine di confronto, si consideri che, nel settore privato, le età medie dei lavoratori andati in pensione nel 2024 erano rispettivamente di 68,2 per la vecchiaia, 62,2 per anticipate e prepensionamenti, 56,7 per le invalidità e 78,7 per le prestazioni ai superstiti degli uomini e di 68,0 (vecchiaia), 62,0 (anticipate e prepensionamenti), 55,4 (invalidità) e 75,7 (superstiti) con riferimento alle donne.
Per quanto riguarda invece le durate in senso stretto, le pensioni più remote – vale a dire quelle erogate nel 1980 o prima e ancora vigenti – toccano in media i 49,9 anni nel settore privato e i 48,6 in quello pubblico.
«Siamo insomma davvero oltre quel paletto dei 20/25 anni che dovrebbe rappresentare il punto di mediazione tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza. Oggi la situazione è diversa perché i requisiti di accesso alle prestazioni sono diventati più alti ma, alla luce dell’elevata aspettativa di vita del nostro Paese, compiere scelte coerenti con la demografia, favorendo i lunghi nastri contributivi piuttosto che le troppe deroghe all’età pensionabile, è l’unica via per garantire il rispetto di quel patto intergenerazionale su cui si fonda la tenuta della previdenza italiana», la precisazione del Professore.
Eppure, a oggi sono in pagamento tra pubblici e privati 5.559.179 prestazioni IVS che hanno già superato una durata di 20 anni, vale a dire circa un terzo di quelle complessivamente vigenti. Nel dettaglio, le donne con 3.222.967 pensioni di durata ultraventennale rappresentano il 34,7% del totale delle prestazioni IVS femminili, mentre gli uomini, con 2.336.212 prestazioni, il 31% del totale di genere. Per quanto riguarda invece la tipologia dei trattamenti più diffusi si segnalano in particolare prestazioni di invalidità, superstiti e vecchiaia che, nel caso delle pensionate, hanno generalmente importi più bassi rispetto a quelle degli uomini ma che, a seguito di decorrenze più elevate, comportano una spesa complessiva maggiore.
«Un tempo prepensionamenti, avvenuti anche con 8-10 anni di anticipo rispetto ai requisiti vigenti al momento dell’uscita dal mercato del lavoro, e persino trattamenti di invalidità venivano utilizzati, come negli ultimi anni si è rischiato di impiegare le varie salvaguardie, “Quote”, APE sociale o lavori gravosi, più come ammortizzatori sociali “mascherati” e misure di sostegno al reddito che come misure di flessibilità in uscita, di cui pure l’Italia necessiterebbe (ma con moderazione)», ha ulteriormente puntualizzato il Professor Brambilla, osservando come queste soluzioni – lungi dal correggere le eccessive rigidità della legge Monti-Fornero – abbiano in verità finito con l’erodere parte dei risparmi che la riforma si prefiggeva di ottenere per preservare l’equilibrio di sistema pensionistico e conti pubblici.
Equilibrio che deve ora essere mantenuto evitando riduzioni delle età di pensionamento a favore ora di questa ora di quella categoria senza un disegno preciso alle spalle.
«Spesso gli italiani si lamentano perché l’età pensionabile è (in alcuni casi anche molto nettamente) più elevata che in passato. Il che è vero – ha concluso il Professore – ma succede perché appunto viviamo di più e dobbiamo agire di conseguenza nel rispetto dei lavoratori più giovani, con i cui contributi vengono pagati pensioni e anticipazioni. Senza colpevolizzare quanti hanno potuto beneficiarne, questa vasta schiera di prestazioni ancora in pagamento, seppur concesse ormai molti anni fa, deve allora diventare un promemoria per la politica e soprattutto un monito per i fautori delle troppe anticipazioni».





