Secondo l’ultimo report Istat, oltre la metà degli italiani soffre di malattie croniche, tra cui l’obesità, con una prevalenza considerevole anche tra i Silver, che proprio per la loro longevità, dovrebbero salvaguardare il loro stile di vita per contrastare il rischio di invecchiare in cattiva salute
Nel 2025 il 46,8% della popolazione italiana adulta dichiara di essere affetto almeno da una malattia cronica e, se si include tra le patologie considerate anche l’obesità, secondo quanto riconosciuto dall’OMS, la quota sale addirittura al 51,1% del totale. Analizzando le specifiche della percentuale generale, si registra una marcata differenza di genere a sfavore delle donne, le quali presentano maggiori prevalenze rispetto agli uomini. Inoltre, le malattie cronico-degenerative sono più comuni tra gli adulti e gli anziani: già a partire dalla fascia di età 45-54 anni circa 2 persone su 5 (il 41,4%) dichiarano di soffrire di almeno una patologia cronica, mentre tra le persone ultra75enni si raggiunge la quota dell’87,5%.
Ma se è vero che l’Italia sta attraversando una profonda trasformazione demografica, in cui la popolazione si fa sempre più longeva e, come tale, preoccupata di vivere nelle migliori condizioni di salute possibili quegli anni in più che ha a disposizione, è necessario modificare e salvaguardare gli stili di vita, a partire dall’alimentazione. Infatti, in base ai dati Eurostat al 2022, in Italia la speranza di vita a 65 anni si attesta a 19 anni per gli uomini e 21,9 per le donne (dato superiore alla media EU27, rispettivamente a quota 17,7 e 21,1 anni), ma se la si considera in una prospettiva di “buona salute” i valori si riducono a 10,4 anni per gli uomini e a 9,9 anni per le donne, contro una media europea rispettivamente di 8,9 e 9,2. Quindi, è bene indagare quali sono i rischi maggiori da debellare non solo per avere una vita sana in generale, ma anche – e soprattutto – per godere di una vita longeva in salute.
Eccesso di peso, obesità e sedentarietà: la situazione in Italia
Secondo quanto si evince dal report Istat “Fattori di rischio per la salute: peso, sedentarietà, fumo e alcol”per l’anno 2025, la percentuale di persone maggiorenni in eccesso di peso in Italia è pari al 46,4%. Più nello specifico, il 34,8% di queste è in sovrappeso, mentre l’11,6% è in condizione di obesità: in quest’ultimo caso, si parla di circa 5 milioni e 750mila persone. Purtroppo, nonostante si sia registrato un decremento dell’indicatore di obesità negli ultimi tre anni, in realtà, se si guarda alla sua evoluzione nello scorso decennio, la percentuale si è relativamente innalzata, passando dal 9,8% all’attuale 11,6%, con un particolare riguardo alla popolazione compresa nella fascia 18-54 anni (+2,4%).
A volere differenziare i risultati dell’indagine per genere, emerge che, tra gli adulti, l’eccesso di peso si riscontra maggiormente tra gli uomini: il 55,1% di loro risulta in eccesso ponderale contro il 38,2% delle donne. È un divario che si fa più marcato nella fascia 35-59 anni, in cui gli uomini “superano” le donne di oltre 20 punti percentuali. Tuttavia, il picco di prevalenza dell’obesità, tanto per gli uni, quanto per le altre, si raggiunge tra i 65 e i 74 anni: rispettivamente il 16,4% e il 14,1%. Poi, superata questa fascia anagrafica, la percentuale si riduce, scendendo al 12% per gli uomini e al 13,7% per le donne.
Come si evince da questo primo e sommario resoconto, la quota di persone adulte in eccesso di peso cresce all’aumentare dell’età. In particolare, l’indicatore del sovrappeso passa dal 16,8% nella fascia di età 18-24 anni al 41,6% nella fascia over75. Allo stesso modo, l’obesità varia dal 4,4% nelle persone tra i 18 e i 24 anni al 15,2% tra i 65 e i 74 anni.
Figura 1 – Persone di 3-17 anni in eccesso di peso e persone di 18 anni e più in sovrappeso oppure obese
per sesso e classe di età (anno 2025)

Valutando l’indicatore dell’eccesso di peso in base alla territorialità, il report Istat fotografa un’Italia in cui la maggiore percentuale si registra nel Mezzogiorno (49,3%, di cui il 37% di persone in sovrappeso e il restante 12,3% in stato di obesità), mentre il Nord ha prevalenze più basse (rispettivamente il 32,1% e il 10,6%). Per l’eccesso di peso si registrano differenze anche rispetto al titolo di studio: tra le persone laureate la percentuale è pari al 35,9%, tra i diplomati al 47,1%, mentre tra coloro che hanno la licenza media raggiunge il massimo del 56,4%. Tale differenziazione basata sul percorso di studio non risente però di alcuna differenza di genere o di età: infatti, la minore esposizione delle persone con titolo di studio più alto a fattori di rischio dovuti all’eccesso di peso si riscontra uniformemente in ogni fascia anagrafica, sia tra gli uomini sia tra le donne.
A posizionarla nel quadro europeo (UE27), l’Italia presenta tassi molto bassi di obesità, distringendosi tuttavia anche per la scarsa diffusione dell’attività fisica tra gli adulti. Infatti, il nostro Paese è ancora lontano dagli standard per avere una vita in buona salute raccomandati dall’OMS, secondo cui, nell’età adulta e specialmente nella fascia over65, bisognerebbe privilegiare le pause attive, limitando il tempo seduti, ma anzi cercando di fare almeno 150-300 minuti di attività aerobica moderata alla settimana. Eppure, ci sono dei segnali incoraggianti sul versante sedentarietà. Infatti, il report Istat registra che nel 2025 l’indicatore di coloro che dichiarano di non svolgere alcun tipo di attività fisica si è ridotto di quasi 3 punti percentuali, passando dal 33,1% del 2024 all’attuale 30,8%. Si tratta di un positivo trend di diminuzione che riguarda generalmente tutte le fasce di età, con picchi maggiori tra i 20 e i 54 anni (-3,4%) e tra la popolazione anziana over75 (-3,6%).
Il consumo non moderato di alcol: adolescenti e anziani le fasce più a rischio
Per quanto riguarda la situazione relativa al consumo di alcol in Italia nel 2025 il 15,1% della popolazione dagli 11 anni in su adotta almeno un comportamento a rischio. Analizzando l’andamento dell’ultimo decennio emerge una trasformazione delle abitudini di consumo: mentre quello abituale eccedentario è diminuito di 2,3 punti percentuali, si è registrato un preoccupante aumento del binge drinking (le cosiddette ubriacature), salite dell’1,3%.
Questi comportamenti non moderati si manifestano con dinamiche differenti a seconda dell’età e del genere. Se il rischio coinvolge il 15,4% dei giovanissimi, nella fascia 11-17 anni, senza eccessive distinzioni tra ragazzi e ragazze, la situazione cambia drasticamente con l’aumentare dell’età. Nella fascia degli adulti fino ai 44 anni, il 17% del totale è a rischio, con una netta prevalenza maschile del 22,6% rispetto all’11,2% femminile. Il divario di genere raggiunge l’apice tra gli over65, con il 17,2% della popolazione è a rischio, ma con una sproporzione evidente: il 28,8% degli uomini contro il 7,8% delle donne.
Figura 2 – Persone di 11 anni e più per comportamento a rischio nel consumo di alcol,
per sesso e classe di età (anno 2025)

Proprio tra gli anziani il superamento delle dosi raccomandate di alcol avviene spesso attraverso il consumo abituale di vino durante i pasti: un’abitudine influenzata sia da fattori culturali sia da una scarsa consapevolezza dei rischi per la salute, considerando che per questa fascia d’età già l’assunzione di 2 o più unità alcoliche è da ritenersi pericolosa.
Anche in questo caso, il titolo di studio gioca un ruolo cruciale nella tipologia di consumo a rischio per la popolazione adulta tra i 25 e i 64 anni. Si osserva infatti che il binge drinking è più diffuso tra i laureati, con il 12,6%, rispetto all’8% rappresentato da chi possiede la licenza media. Al contrario, la tendenza si inverte per il consumo abituale eccedentario, che colpisce maggiormente chi ha titoli di studio inferiori. Anche nella popolazione più anziana la prevalenza di comportamenti a rischio rimane più elevata tra coloro che possiedono un livello di istruzione medio-alto.
Crescere e invecchiare in buona salute: quanta prevenzione, quanta informazione, quanta sperimentazione?
Come emerso dal report, salvaguardare il proprio stile di vita, curandosi dell’alimentazione e limitando i fattori di rischio macroscopici, non sembra essere una prerogativa che si sviluppa con quella che alcuni definirebbero “l’esperienza dell’età”. Infatti, appare quasi paradossale che una delle fasce maggiormente esposta al rischio sia quella dei Longennials, da cui si aspetterebbe maggiore accortezza, fosse anche solo per loro tornaconto personale. Non gli converrebbe “stare bene” nella loro longevità, invece che essere gravati dal peso di patologie che, talvolta, potrebbero essere aggirate con comportamenti più virtuosi? Alimentando oltretutto la vox populi per la quale gli anziani sono solo un costo?Un’aspettativa di vita lunga, ma non in buona salute, quindi con il rischio di condizioni di non autosufficienza, quella sì che ha un impatto notevole sulla società e sulla spesa pubblica.
Viene quindi da chiedersi a cosa sia imputabile questa tendenza a trascurare il proprio stile di vita, al netto dei segnali di miglioramento che si stanno registrando. Anche perché una condizione fisica precaria si accompagni a uno status psicologico fragile, con il rischio che le due situazioni si fomentino negativamente l’un l’altra, in un circolo vizioso che potrebbe essere spezzato se si decidesse di attuare una sana – non a caso – politica di promozione di stili di vita propedeutici a una vecchiaia in buona salute. Si tratterebbe di investire sia in prevenzione sanitaria – per la quale il nostro Paese, senza discostarsi troppo dal trend europeo, ha stanziato nel 2022 10,6 miliardi di euro, vale a dire lo 0,54% del PIL – sia in informazione, anche e soprattutto nel settore dell’alimentazione, per riuscire a ridurre tutte queste cronicità che pesano per il 70% sul sistema sanitario.Ma si potrebbe anche tentare la via della sperimentazione attiva, come ha fatto ad esempio il Comune di Genova lanciando un progetto per promuovere l’invecchiamento attivo degli over65, basato su tre incontri settimanali di attività aerobica. Un’iniziativa che punta a migliorare il benessere psicofisico e prevenire patologie croniche, combattendo al contempo la solitudine e il declino cognitivo attraverso la socializzazione e la partecipazione alla vita della comunità.
Insomma, posto il quadro di partenza fotografato da Istat, preso atto dei timidi passi avanti che, pur il nostro Paese sta compiendo, non resta che investire nella risorsa che, ad oggi, è quella più grande di cui disponiamo: i longevi, informandoli e dotandoli di quei servizi tali da garantirne l’attività, che diventa una ricchezza tanto per i cittadini, quanto per la società.


