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Fondi pensione: sistema in crescita, ma resta il nodo della contribuzione

Pensioni
Categorie Categorie Previdenza complementare

Prosegue la crescita del sistema italiano della previdenza complementare, sebbene permangano delle criticità legate all’ammontare dei versamenti effettuati dagli iscritti che contribuiscono a determinare l’entità delle posizioni individuali. I livelli di contribuzione, infatti, risultano ancora subottimali e si traducono in montanti finali non sufficienti a garantire prestazioni pensionistiche integrative adeguate

Anche nel 2025 è proseguita la crescita del sistema italiano di previdenza complementare italiano: rispetto all’anno precedente, gli iscritti sono aumentati del 4,8% a 10.425 milioni, le risorse complessivamente destinate alle prestazioni del 7,7% a 262 miliardi di euro e i contributi raccolti dell’8,6% a 22,4 miliardi di euro.  Un ulteriore segnale positivo che arriva in un momento in cui il settore dei fondi pensione si trova nella fase di attuazione delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, dopo anni di dibattiti sulla necessità di rafforzare il secondo pilastro pensionistico. Tra i punti principali della riforma figurano  l’entrata in vigore del meccanismo di adesione automatica dei lavoratori dipendenti neoassunti del settore privato e l’innalzamento della soglia annuale di deducibilità fiscale dei contributi da 5.164,57 euro a 5.300 euro, con l’obiettivo di accelerare ancora la crescita del sistema.

In particolare, infatti, una delle maggiori criticità riguarda il nodo di come incentivare la contribuzione alla previdenza complementare, al fine di alimentare il montante degli iscritti affinché sia in grado di garantire prestazioni pensionistiche integrative adeguate.

Tralasciando il tema degli iscritti non versanti (pari a 2.748 milioni, circa il 27% del totale), tra i versanti la contribuzione media risulta essere di 2.990 euro, con l’eccezione dei fondi preesistenti che, potendo contare su platee più mature e su settori caratterizzati da retribuzioni più elevate, registrano un contributo medio di 8.840 euro. Più in generale, la contribuzione pro capite è più alta per i lavoratori dipendenti (3.110 euro), che possono beneficiare anche dei flussi di TFR, rispetto ai lavoratori autonomi (2.780 euro), mentre a livello territoriale e di genere le differenze rispecchiano sostanzialmente alcune delle principali divergenze del mercato del lavoro italiano. Le donne, infatti, contribuiscono in media il 16,1% meno degli uomini, 2.680 euro contro 3.190 euro, con un divario che tende ad allargarsi al crescere dell’età, mentre su base regionale valori superiori alla media si registrano in quasi tutte le regioni del Nord Italia e anche in alcune regioni del Centro. Sono invece ampiamente più bassi nelle regioni meridionali e nelle Isole.

Nel complesso, depurando i dati sui versamenti dalle quote di TFR che non fanno parte dei contributi da considerare per il raggiungimento del limite di deducibilità fiscale di 5.164,57 euro in vigore fino al periodo d’imposta relativo all’anno 2025, l’87,4% degli iscritti versa contribuiti inferiori a tale soglia, di cui i tre quinti versano meno di 1.000 euro. Viceversa, gli iscritti che a livello di sistema si situano nella fascia tra 4.500 e 5.500 euro, ossia quella che include la soglia di deducibilità fiscale, sono il 9,2% del totale, circa 680mila soggetti, mentre coloro che versano più di 5.500 euro sono il 3,4%, circa 251mila individui.

Figura 1 – Iscritti versanti per classi di contribuzione nelle diverse forme pensionistiche complementari

Figura 1 – Iscritti versanti per classi di contribuzione nelle diverse forme pensionistiche complementari

Fonte: Relazione annuale COVIP per l’anno 2025

Chiaramente l’ammontare dei versamenti effettuati, insieme agli anni di adesioni e alla scelta della linea di investimento, rappresenta una variabile fondamentale che influenza l’entità delle posizioni individuali. Il capitale medio pro capite si attesta a 25.030 euro, presentando significative differenze tra le diverse forme pensionistiche: per i fondi preesistenti il valore medio è di 107.940 euro, contro i 18.700 euro per i fondi negoziali, i 19.230 euro per i fondi aperti e i 15.560 euro per i PIP. Com’è logico attendersi, inoltre, il capitale medio pro capite dipende in modo rilevante dall’età, con valori che, in linea di massima, dovrebbero essere più elevati all’avvicinarsi del momento della prestazione finale. Tuttavia, la posizione individuale accumulata in media dalle fasce più prossime alla pensione si attesta su importi comunque modesti e insufficienti a garantire una significativa integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio: tra i 60 e i 64 anni la posizione media è di circa 30.820 euro nei negoziali, 31.490 nei fondi aperti e 21.430 euro nei PIP. Solo per i fondi preesistenti assume importi più consistenti, in media pari a 179.810 euro. Nel complesso, il 3,3% degli iscritti totali ha una posizione individuale nulla e per il 21,7% non supera i 1.000 euro.

Va da sé che posizioni individuali di importo contenuto si traducono spesso in montanti finali che non garantiscono assegni pensionistici integrativi significativi, facendo propendere la scelta dell’aderente nella maggior parte dei casi verso il capitale per quanto riguarda la modalità di erogazione delle prestazioni. Nel 2025, il numero di posizioni trasformate in rendita continua a risultare piuttosto esiguo: su 162.200 nuove prestazioni pensionistiche 158.100 sono state trasformate in capitale e 4.100 in rendita. Le rendite in corso di erogazione alla fine del 2025 sono rimaste sostanzialmente invariate e pari 96.300, quasi la totalità riferite ai fondi preesistenti.

Ferma restando la libertà di scelta degli iscritti, nei limiti imposti dalla disciplina, questa tendenza risulta in contrasto con l’obiettivo primario della previdenza complementare, ossia quello di integrare il primo pilastro pensionistico garantendo un adeguato tenore di vita una volta terminata l’attività lavorativa.

La nuova normativa è intervenuta ampliando le modalità di utilizzo del montante con forme più flessibili e alternative alla rendita vitalizia. Nel dettaglio, a partire dall’1 luglio 2026 tutte le forme pensionistiche complementari interessate dalle nuove disposizioni saranno tenute a consentire agli aderenti di richiedere la “rendita a durata definita”, che distribuisce il montante per un numero di anni pari alla vita attesa residua, e i “prelievi liberamente determinabili”, nel limite della somma delle rate maturate e non riscosse dalla rendita a durata definita. Dall’1 ottobre 2026 potrà inoltre essere richiesta “l’erogazione frazionata del montante accumulato”, che consente di ricevere il montante in più rate per un periodo predeterminato, non inferiore a cinque anni. Ciascun tipo di rendita può essere abbinata alla scelta di ricevere fino al 50% del montante finale in forma di capitale (limite confermato dopo l’iniziale proposta di innalzarlo al 60%), a meno che la rendita derivante dalla conversione di almeno il 70% del montante finale sia inferiore al 50% dell’assegno sociale dell’anno, nel qual caso la prestazione può essere erogata al 100% in forma di capitale.

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