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Il futuro dell’ESG nei fondi pensione italiani: più prudenza che slancio

Finanza
Categorie Categorie Sostenibilità, Fondi negoziali, Fondi preesistenti, Investimenti

Tra convergenze e divergenze, l’adozione degli investimenti ESG nei fondi pensione negoziali e preesistenti italiani mostra un’evoluzione timida, ma ancora caratterizzata da approcci e livelli di intensità differenti. Un potenziale di slancio ancora ampio si scontra però con le incertezze del contesto geopolitico e con un persistente scetticismo sulla sostenibilità come leva di performance

L’analisi congiunta dei dati raccolti sui fondi pensione peesistenti e dei fondi pensione negoziali, tramite il sesto Quaderno di Approfondimento “ESG e SRI, le politiche di investimento sostenibile degli investitori istituzionali italiani”, condotta dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, restituisce un quadro articolato ma molto chiaro delle dinamiche in atto nel mondo degli investitori istituzionali italiani, con riferimento all’integrazione dei criteri ESG e delle politiche di investimento sostenibile nei portafogli.

Nel complesso del campione, composto da 133 enti istituzionali rispondenti al questionario, i fondi pensione negoziali e preesistenti partecipanti sono stati rispettivamente 31 e 22. Nel contesto di riduzione strutturale che sta interessando i fondi preesistenti, riconducibile al fenomeno di razionalizzazione dei sistemi bancari e assicurativi italiani, il lieve incremento dei rispondenti della categoria (+1 rispetto al 2025) assume particolare rilevanza, rappresentando un segnale positivo di crescente partecipazione.

Il campione analizzato risulta altamente rappresentativo delle due categorie, soprattutto in termini di attivo netto destinato alle prestazioni (ANDP). I 22 fondi pensione preesistenti rispondenti contano complessivamente 56,6 miliardi di euro, pari all’ 81,43% dell’ANDP totale e i 31 fondi pensione negoziali sono praticamente esaustivi della categoria, in quanto con i loro 73,30 miliardi di attivo netto destinato alle prestazioni rappresentano il 98,27% del totale.

Politiche SRI, crescita a due velocità tra fondi pensione negoziali e preesistenti

Entrando nel dettaglio dell’applicazione dei criteri di sostenibilità, il quadro evidenzia sia una divergenza strutturale tra i due universi, sia tra le dinamiche interne alle singole categorie.

Tra i fondi negoziali, il 58% dichiara di adottare formalmente una politica SRI pari, in termini assoluti, a 18 fondi su 31. Il dato è in crescita rispetto agli anni precedenti, il che conferma il progressivo consolidamento dell’adozione di politiche sostenibili formali. Inoltre, l’83% di questi applica formalmente le strategie su una quota compresa tra il 75% e il 100% del patrimonio. Nei preesistenti, invece, la quota di applicazione di una politica SRI si attesta al 45%, stabile rispetto al 2025, ma con il 90% che la estende a una quota quasi totalitaria del portafoglio.

È doveroso sottolineare come, nonostante una quota non marginale non formalizzi la politica sostenibile, diversi enti rispondenti decidano comunque di investire in strumenti sostenibili tramite la detenzione in portafoglio di strumenti finanziari classificati come Art. 8 e Art. 9 secondo la normativa SFDR. Nei preesistenti, la quota che non detiene fondi Art. 8 e 9 è pari a circa il 45%;  tra i restanti, il 23% investe in entrambe le categorie, mentre il 32% si concentra esclusivamente su strumenti Art. 8. Nei negoziali la percentuale di non applicazione è inferiore (35%) e si osserva una maggiore diffusione di prodotti classificati Art. 8, pari al 42%, con i fondi Art. 9. Al 23%.

Figura 1 – Percentuale di adozione di fondi Art.8 e Art.9 tra fondi pensione negoziali, preesistenti
e totale degli investitori istituzionali intervistati

Figura 1 – Percentuale di adozione di fondi Art.8 e Art.9 tra fondi pensione negoziali, preesistenti e totale degli investitori istituzionali intervistati
Fonte: Quaderno di Approfondimento 2026 – “ESG e SRI, le politiche di investimento sostenibile degli investitori istituzionali italiani”

Anche la modalità di applicazione dei criteri ESG evidenzia differenze strutturali. Nei negoziali, l’83% dei fondi applica tali criteri all’intero patrimonio, contro il 62% dei preesistenti. Questi ultimi, tuttavia, mostrano una maggiore propensione all’utilizzo diretto di strumenti ESG, piuttosto che all’assegnazione di mandati sostenibili dedicati (18%). Dato ulteriormente inferiore nei fondi negoziali: solamente il 6% ha affidato dei mandati con obiettivi sostenibili. Nel complesso, l’elevata diffusione dei principi ESG sul patrimonio totale delinea un assetto istituzionale orientato a privilegiare un approccio sostenibile “integrato”, tramite fondi o singoli titoli all’interno di strutture di gestione, piuttosto che in strumenti mandatari dedicati.

Strategie ESG: esclusioni al primo posto, tra armi tabacco e gioco d’azzardo

Analizzando le strategie maggiormente adottate, emerge una convergenza solo parziale. Le esclusioni restano la strategia dominante per entrambe le categorie: circa il 55% nei negoziali e 59% nei preesistenti. Nel campo delle esclusioni, vediamo una linearità anche a livello di sensibilità settoriale.

Il settore degli armamenti è escluso dal 94% dei fondi negoziali e dall’85% dei preesistenti; tuttavia, solo una quota limitata applica un’esclusione totale (rispettivamente l’11% e 18%), mentre la maggioranza si limita a escludere le armi vietate dalla Legge 220/2021 (59% dei negoziali e 82% dei preesistenti). Alla luce dell’attuale contesto geopolitico e del piano “Readiness 2030”, più della maggioranza di entrambe le tipologie di fondi reputa adeguata l’attuale politica di investimento, senza necessità di revisione. Tra gli altri settori esclusi risultano ampiamente toccati: il tabacco (59% FPN; 62% FPP), il gioco d’azzardo (53% FPN; 62% FPP) e le società coinvolte in controversie legate ai diritti umani (59% FPN; 46% FPP).

Tra le altre strategie, nei fondi negoziali si osserva una progressiva evoluzione verso approcci più attivi, in particolare l’engagement, che raggiunge il 48% (in forte crescita rispetto al 37% del 2025), diventando la seconda strategia più utilizzata. Elemento incisivo in questa maggiore propensione all’intervento attivo può essere stato il Progetto Engagement di Assofondipensione, avviato nel 2025, che coinvolge oltre 20 fondi con il fine di promuovere la sostenibilità e una governance responsabile nelle aziende in cui investono i fondi pensione negoziali italiani. Nella classifica delle preferenze dei negoziali seguono poi: best in class con il 45%, le convenzioni internazionali al 29% e marginalmente al 3% sia l’impact investing che gli investimenti tematici.

Diverso è l’approccio tra i fondi preesistenti, dove l’engagement resta più contenuto al 23%, coerentemente al livello aggregato del panorama istituzionale, dove il valore medio è circa al 30%. Tra i preesistenti le strategie restano quindi più concentrate su approcci tradizionali come le esclusioni e il best in class (27%), per poi seguire sugli investimenti tematici (18%), le convenzioni internazionali (18% dei rispondenti di cui il 75% si ispira agli UNPRI e i principi del Global Compact dell’ONU) e l’impact investing (14%).

Figura 2 – Strategie di investimento sostenibile usate da fondi pensione negoziali, preesistenti e totale degli investitori istituzionali intervistati

Fonte: Quaderno di Approfondimento 2026 – “ESG e SRI, le politiche di investimento sostenibile degli investitori istituzionali italiani”
Perché viene scelto un approccio ESG? La risposta sta tra la gestione del rischio e l’aspetto reputazionale

Le motivazioni che guidano l’adozione delle politiche SRI risultano in parte convergenti ma con pesi differenti. Nei negoziali prevalgono la volontà di contribuire alla sostenibilità ambientale e sociale (52%) e la gestione del rischio (52%), seguite dal miglioramento reputazionale (29%) e, in misura crescente, dalla pressione regolamentare (23%). Nei preesistenti, invece, emerge con maggiore forza la dimensione reputazionale (50%) e la gestione del rischio (32%), mentre l’impatto sui rendimenti risulta ormai nullo.

Infine, anche la percezione dei benefici evidenzia un’evoluzione significativa, mostrando come in entrambi i comparti il miglioramento dei rendimenti non è più un driver rilevante. Nei preesistenti prevale il beneficio reputazionale (50%), seguito dalla gestione del rischio (32%), mentre nei negoziali si osserva un maggiore equilibrio tra reputazione (42%) e diversificazione del rischio (52%). In entrambi i casi, dunque, la sostenibilità viene sempre più interpretata come strumento di gestione del rischio e rafforzamento della credibilità istituzionale, più che come leva di performance.

Cosa attenderci dal futuro dei fondi pensione in materia ESG?

Con riferimento alle prospettive future, i dati evidenziano un atteggiamento generalmente prudente. Tra i fondi preesistenti, solo l’8% manifesta l’intenzione di rafforzare la propria strategia SRI, un dato in netto calo rispetto al passato (si consideri che nel 2021 tale quota era pari al 100%). Analogamente, solo il 36% pensa di incrementare la quota di investimenti sostenibili, peraltro su una quota marginale del patrimonio. Tra i negoziali privi di una strategia SRI formale, il 54% dichiara di non avere intenzione di implementarla, ma il 48% pensa di aumentare l’esposizione a investimenti sostenibili, principalmente tramite l’engagement.

Nonostante i progressi compiuti, il percorso verso una piena integrazione della sostenibilità nei portafogli istituzionali è ancora lontano dall’essere compiuto. Le incertezze del contesto macroeconomico e geopolitico, unite a una crescente cautela nel considerare l’ESG come leva di performance, sembrano infatti rallentare un processo che, pur avviato, non ha ancora espresso tutto il suo potenziale.

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