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L’innovazione diventa una responsabilità di portafoglio

Finanza
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Un tema senza dubbio da monitorare, ma non ancora una lente trasversale di analisi come lo sono diventati negli ultimi anni sostenibilità, clima e governance: gli investitori istituzionali si mostrano attenti all’innovazione benché, per molti player, resti ancora una categoria esterna al portafoglio

a cura di Pictet Asset Management

Per molti investitori istituzionali l’innovazione resta ancora una categoria esterna al portafoglio: un tema da monitorare, un settore da pesare, una fonte di disruption da cui proteggersi. Questa lettura però è sempre meno sufficiente. Ogni scelta di allocazione non si limita infatti a riflettere il cambiamento economico, ma contribuisce a indirizzarlo. Il capitale, insomma, non è uno spettatore dell’innovazione: ne è una delle precondizioni.

Il capitale non osserva l’innovazione: la finanzia

In un contesto simile, la domanda non è più soltanto relativa a quanto rendimento possa generare l’esposizione ai trend tecnologici, ma quale tipo di innovazione venga effettivamente finanziata attraverso i portafogli. Un fondo pensione, una Compagnia assicurativa, una Fondazione o un fondo sovrano non allocano solo tra asset class, aree geografiche e fattori di rischio. Decidono, anche implicitamente, se sostenere infrastrutture mature, modelli di business consolidati, piattaforme dominanti, tecnologie in fase di adozione o frontiere ancora incerte ma potenzialmente trasformative.

Questo passaggio è cruciale perché l’innovazione non procede in modo lineare. L’invenzione tecnica può rimanere a lungo confinata nei laboratori, mentre la vera creazione di valore arriva quando imprese, filiere e sistemi produttivi vengono riprogettati attorno ad una nuova tecnologia. È accaduto con elettricità, ferrovie e Internet: il capitale ha finanziato infrastrutture, eccessi, fallimenti e vincitori, ma il surplus economico più duraturo è emerso nella fase di adozione sistemica, quando il cambiamento ha modificato organizzazione del lavoro, logistica, produzione e consumo.

Una lente per investitori di lungo periodo

Per gli investitori pazienti, l’innovazione dovrebbe essere letta come una mappa composta da quattro fasi: invenzione, innovazione, adozione e diffusione sistemica. Ogni fase presenta un profilo diverso di rischio, rendimento, liquidità, governance e orizzonte temporale. L’invenzione richiede capitali capaci di accettare esiti incerti e ritorni indiretti; l’innovazione è spesso dominata da narrazioni forti e rischi di eccesso; l’adozione è il momento in cui si definiscono standard, margini e vincitori; la diffusione sistemica trasforma la tecnologia in infrastruttura stabile, ma esposta a rischi regolatori, geopolitici e di sostituzione.

Molti portafogli istituzionali sono naturalmente sbilanciati verso la parte destra di questa curva. È una conseguenza comprensibile di vincoli regolamentari, esigenze di liquidità e necessità di rendicontazione. Tuttavia, questa prudenza può diventare una concentrazione inconsapevole. Esporsi solo a innovazioni già diventate infrastrutture significa spesso acquistare crescita quando gran parte del valore è stata già prezzata, mentre aumentano i rischi di regolazione, saturazione competitiva e disruption da parte dell’ondata tecnologica successiva.

Da qui nasce una nuova domanda di governance: dove vive oggi il capitale lungo la curva dell’innovazione? Non basta sapere se un portafoglio è esposto all’intelligenza artificiale, alla transizione energetica o alla salute. Occorre invece capire se tale esposizione riguarda la ricerca di frontiera, il build-out industriale, la trasformazione dei processi o le infrastrutture mature.

I dati confermano il ruolo del capitale privato

I dati macroeconomici confermano che il tema è strutturale. Nell’area OCSE, la spesa in ricerca e sviluppo è cresciuta del 2,4% in termini reali nel 2023, in rallentamento rispetto al 3,6% del 2022, mentre la componente business rappresenta ormai il 74% della spesa complessiva, contro il 66% del 2010. Questo significa che l’innovazione è sempre più guidata da decisioni di capitale privato e da logiche di mercato, non solo da programmi pubblici o accademici.

Anche in Europa la dimensione è rilevante: nel 2024 la spesa in R&S dei Paesi Ue ha raggiunto quota 403 miliardi di euro, pari al 2,24% del PIL. È un livello significativo, ma ancora insufficiente se confrontato con l’ambizione di competere nelle tecnologie strategiche e ridurre dipendenze esterne. La traiettoria globale, inoltre, mostra segnali di rallentamento: secondo il Global Innovation Index, la crescita della R&S mondiale è scesa al 2,9% nel 2024 ed è prevista al 2,3% nel 2025, il ritmo più debole da oltre un decennio.

Questi numeri suggeriscono due conclusioni. La prima è che l’innovazione non può essere trattata come un’esposizione satellite o puramente tematica: è una dimensione strutturale della crescita potenziale. La seconda è che la qualità dell’allocazione conta almeno quanto la quantità. In un mondo in cui la crescita della R&S rallenta e il capitale si concentra su pochi grandi temi, distinguere tra finanziamento produttivo e inseguimento delle narrazioni diventa essenziale.

Dalla prudenza difensiva alla prudenza intenzionale

La prudenza istituzionale non può più coincidere con la distanza dall’innovazione fino a quando questa non appare “sicura”. Su orizzonti di venti o trent’anni, il rischio non è solo subire volatilità nel breve periodo, ma anche quello di ritrovarsi con troppo capitale ancorato a settori, infrastrutture e modelli destinati a perdere centralità nell’economia futura.

Una prudenza più moderna implica la capacità di abitare consapevolmente la curva. In alcune aree il capitale può agire da costruttore di infrastrutture: reti, data center, impianti energetici, logistica, piattaforme sanitarie. In altre, può assumere il ruolo di abilitatore del cambio di paradigma, finanziando la convivenza fra vecchi e nuovi sistemi. In altre ancora, deve evitare di diventare semplice amplificatore di mode, entrando nelle fasi di massimo entusiasmo quando il rapporto tra capitale impiegato e valore economico reale è più fragile.

L’innovazione dovrebbe quindi diventare una lente trasversale di analisi, come lo sono diventati negli ultimi anni sostenibilità, clima e governance. Non per aggiungere un’etichetta, ma per migliorare la comprensione del portafoglio nel suo insieme. La domanda rilevante non è soltanto se un investimento sia innovativo, ma quale funzione svolga nel ciclo del cambiamento economico. Finanziare innovazione non significa inseguire il futuro a qualsiasi prezzo: significa scegliere in modo deliberato quale parte del futuro si intende sostenere, e con quale disciplina.

Le informazioni, opinioni e stime contenute nel presente documento riflettono un’opinione espressa alla data originale di pubblicazione e sono soggette a rischi e incertezze che potrebbero far sì che i risultati reali differiscano in maniera sostanziale da quelli qui presentati.

GC
Giambattista Chiarelli, Head of Institutional Pictet Asset Management

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