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Mercato del lavoro, sempre bene l’occupazione ma il sistema rimane fragile

Lavoro
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Le statistiche Istat relative al mese di aprile confermano il trend di crescita, contenuto ma comunque consolidato, del mercato del lavoro italiano. Ampliando però lo sguardo oltre il solo tasso di occupazione, si scoprono diversi persistenti elementi di fragilità: su tutti, produttività e retribuzioni

L’Istat ha di recente pubblicato i dati sull’occupazione nel mese di maggio che, com’è ormai d’abitudine a partire dal dopo COVID, sono moderatamente positivi (+3,8% dal dicembre 2021) e confermano una tendenza, modesta ma sostanzialmente consolidata, alla crescita: negli ultimi 12 mesi si registra un +1,1%, prodotto di un’altalena costante di segni più e meno tra un mese e l’altro. Analogo l’andamento del tasso di disoccupazione (-3,9% da dicembre 2021) con un -1% tendenziale. Meno significativo il dato del tasso di inattività, calato dell’1,4% rispetto al periodo della pandemia ma sostanzialmente immutato negli ultimi anni, con il dato tendenziale di fatto pari a 0.

Nulla di nuovo, dunque: un quadro sostanzialmente immobile, del resto perfettamente descritto dalla speculare variazione tendente allo zero dei tassi di attività e inattività.

Sarebbe però opportuno evitare la beata contemplazione di questi dati illudendosi di essere entrati a sorpresa in un’inaspettata età dell’oro.

Queste statistiche vanno lette in relazione con altri indicatori per avere un quadro realistico e non “artistico” della situazione. Un primo dato cui prestare attenzione è quello delle ore lavorate per dipendente: fatto 100 l’indice del 2021, siamo ora al 101,9 per il complesso delle imprese, con un aumento quindi dell’1,9%, a fronte di un +3,9% dell’occupazione. L’incremento dell’input di forza lavoro dipende principalmente dall’aumento delle posizioni lavorative piuttosto che dall’aumento delle ore lavorate pro capite. L’indice della produzione industriale scende di mezzo punto negli ultimi due anni e il fatturato in volume è tornato ai livelli del 2021; quello dei servizi è sostanzialmente fermo dal 2023. Come naturale in una situazione simile, soffre la produttività del lavoro, che infatti negli ultimi 10 anni è rimasta al palo: +0,2% contro l’1,2% della media UE. 

L’indicatore negativo che più richiama l’attenzione (anche al di là del dato reale) è quello relativo alle retribuzioni: a partire dal 1991 a oggi hanno perso mediamente il 3% del potere d’acquisto, e l’8% dal 2019. Il rialzo registrato tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 è modesto e distribuito in modo non uniforme, e mediamente non basta a recuperare il potere d’acquisto rosicchiato dall’inflazione. La forte perdita registrata negli ultimi anni di inflazione è dovuta soprattutto al malfunzionamento del sistema della contrattazione, che non rinnova i CCNL alla scadenza naturale e non prevede recuperi per gli adeguamenti  ritardati, ma il trend pluridecennale di sostanziale crescita zero dei salari reali ha le radici in una produttività del lavoro che, come visto, non cresce e in buona parte anche in scale retributive contrattuali dove i livelli alti sono molto schiacciati su quelli bassi (aspetto che meriterebbe un esame e una riflessione ad hoc).

Nonostante queste prestazioni imbarazzanti sul piano retributivo, tuttavia, salgono il reddito e la spesa delle famiglie, per la gioia di chi si è entusiasmato per la crescita occupazionale: nel 2025 il reddito lordo delle famiglie è cresciuto del 2,45% rispetto al 2024, e il potere d’acquisto dello 0,9%; la spesa è aumentata del 2,5% (da notare che però, nel primo trimestre 2026, questi numeri sono leggermente peggiorati).

Paradosso generato da due eventi concomitanti.

In primo luogo, l’aumento dell’occupazione ha portato in molti casi ad aumentare il numero dei lavoratori all’interno della famiglia, e per quanto si possa trattare di un salario basso aumenta significativamente il reddito familiare. In secondo (e determinante) luogo dal 2021 abbiamo avuto una serie di interventi di politica fiscale che hanno significativamente ridotto la pressione fiscale e contributiva sui redditi da 10mila a 32mila euro (tanto da annullare il fiscal drag); inoltre, secondo i dati CNEL, le famiglie con redditi inferiori a 35mila hanno ottenuto benefici netti per 18,6 miliardi nel triennio, esclusi gli interventi IRPEF

Ed ecco l’equilibrio – precario, verosimilmente –  su cui si regge la nostra economia: scarsa partecipazione al lavoro, bassi salari, alta spesa pubblica assistenziale rendono sostenibile un modello di produzione a basso costo che spinge l’export e permette alla baracca di stare in piedi. Nel decennio 2018-2027, secondo il Fmi, il PIL reale pro capite italiano cresce in media dell’1,1% annuo: poco, ma più di Francia (0,7%), Germania (0,3%) e Spagna (0,9%). L’area euro fa +1%. Il dato sorprende perché ribalta il racconto abituale: l’Italia resta fragile su produttività e salari ma sul PIL pro capite del decennio, tra i grandi d’Europa, è il Paese che se la passa meglio. Un miracolo? No: un Paese che si sta ritirando in sé stesso, non cresce, vive delle scorte.

L’immobilità è la sua sicurezza, la conservazione del presente il suo scopo, l’evaporazione del futuro il suo conforto. Finché dura…

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