Su 16,3 milioni di pensioni, in Italia oltre 7,2 risultano essere totalmente o parzialmente assistite: un dato che fotografa alla perfezione un Paese troppo spesso incline a pagare a piè di lista, elargendo bonus e sussidi senza neppure verificare la sussistenza di condizioni di reale necessità
Analizzando i dati della spesa pensionistica indicati dall’Istat e dalla Ragioneria dello Stato, valori che poi vengono comunicati a Eurostat e alla Commissione europea per le valutazioni sui singoli Paesi, emerge una spesa per pensioni molto alta prodotta da una mescolanza di prestazioni assistenziali e pensionistiche.
In questa spesa trovano spazio molte prestazioni che sono di natura assolutamente assistenziale.
Prendiamo ad esempio le ex pensioni sociali che la riforma Dini ha opportunamente rinominato “assegno sociale”: negli ultimi 3 anni ne hanno fatto richiesta circa 270mila italiani che, raggiunti i 67 anni di età, si sono ricordati che lo Stato c’è. Peccato che la maggior parte di loro fosse sconosciuta a INPS e fisco, il che significa che questi signori hanno vissuto, insieme alle loro famiglie, a carico della collettività per tutta la vita e, come “premio fedeltà”, a fine carriera lo Stato paga a piè di lista. Potrebbe succedere un fatto del genere in Germania o in altri Paesi europei? Assolutamente no! Perché se arrivato a una certa età (intorno ai 30/33 anni), il cittadino non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi la locale “Agenzia delle Entrate” lo convoca e, se le giustificazioni non sono congrue, sono dolori per lui e per la famiglia. Chissà quanti malavitosi scopriremmo in Italia, dato che le “mafie” non fanno certo i fogli paga regolari e non pagano tasse e contributi.
Poi ci sono le pensioni integrate al minimo che vengono erogate ai lavoratori i quali, ai 67 anni di età, non raggiungono l’importo del trattamento minimo ordinario pari per il 2026 a 611,84 euro e 619,79 euro per gli over 75. Per raggiungere questi importi in genere bastano 15/17 anni di contributi regolari ma su uno stock di 9,916 milioni di pensioni IVS in pagamento, quasi 3 milioni sono integrate al minimo o maggiorate. Si consideri che per la pensione di vecchiaia occorrono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi ma la maggior parte di queste pensioni beneficia di un numero di contributi figurativi (cioè contributi a carico dello Stato per coprire i periodi disoccupazione, malattia, infortuni vari e così via) anche per oltre 5 anni. Quindi, se va bene, queste persone hanno contribuito – poco – per 14/15 anni e, ovviamente, nessuno se ne è accorto tanto che, a fine carriera, lo Stato non solo eroga la differenza tra la pensione a calcolo in base ai contributi versati, che è in media pari a 300/350 euro mese, ma la raddoppia e, come per gli assegni sociali, grazie al buonismo dei vari governi, offre ancora di più. La CGIL si è esercitata meritoriamente su tutte le mini (ma non tanto) prestazioni assistenziali che rimpolpano l’assegno sociale ordinario, il cui importo mensile per il 2026 è pari a 546,22 euro, o le pensioni integrate al minimo. Risultato, come appare anche nel Rapporto annuale di Itinerari Previdenziali, queste pensioni arrivano anche a 768,30 euro al mese per 13 mensilità, grazie alle maggiorazioni sociali gentilmente offerte da vari governi, a cui si sommano la cosiddetta quattordicesima mensilità (655 euro l’anno), la social card o la Carta “Dedicata a te” (480 euro l’anno) e i vari bonus per canone TV, affitto (fino a 3.500 euro l’anno), bollette e così via.
Il tutto rigorosamente esentasse!
Quindi, un soggetto che ha versato poco o nulla tra tasse e contributi potrebbe avere un reddito annuo tra 11.000 e 15.000 euro, beneficiando di tutte le altre agevolazioni sanitarie e sociale per i redditi sottosoglia ISEE.
A proposito di ISEE: nel 2024 sono 10,371 milioni le richieste ISEE con DSU, di cui 10,077 nuclei familiari con una media di 2,9 componenti: gli italiani che hanno chiesto assistenza allo Stato dovrebbero essere dunque oltre 32 milioni nel 2025, cioè ben il 55% della popolazione. Ovviamente, per beneficiare dell’ISEE occorre avere redditi bassi quindi dichiarare (e lavorare) il meno possibile. E infatti, nell’ultima dichiarazione dei redditi, il 49,90% dell’italico popolo ha dichiarato redditi fino a 20mila euro e pagato il 5,64% dell’IRPEF totale; solo per garantire la sanità a questi cittadini, che giustamente si lamentano perché manca il personale sanitario e le liste di attesa sono lunghe, quel 25% di cittadini che si fa carico di quasi tutte le imposte dirette deve pagare 56,4 miliardi di euro ogni anno (131,119 miliardi di spesa sanitaria nel 2023 per un pro capite di 2.222 euro). Poi, ci sono tutte le altre prestazioni offerte dallo Stato come la scuola, l’assistenza sociale, viabilità, etc, ovviamente tutto gratis.
Non ci dobbiamo stupire se poi siamo ultimi per numero di persone che lavorano, per produttività, per versamenti fiscali e primi per evasione, malavita organizzata, gioco d’azzardo, animali domestici, telefonini e così via: tanto paga Pantalone! Sempre nel computo della spesa pensionistica troviamo gli assegni di invalidità civile spesso abbinati all’indennità di accompagnamento e, dulcis in fundo, anche le pensioni di guerra (95.000).
In totale, i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono oltre 7,2 milioni su 16,3 milioni di pensionati.
ISEE e prestazioni sociali erano state studiate per quel 6/8% massimo di popolazione con gravi problemi. Se diventano oltre il 50% significa che il sistema non funziona più. Quindi, la prima cosa da fare è evitare confusioni tra assistenza e previdenza e la seconda è rivedere l’ISEE, i bonus e introdurre i controlli ex ante. Il fatto che Istat dica che la spesa per pensioni è pari al 16,61% del PIL, contro una media europea del 12,8%, espone i cittadini onesti che pagano i contributi a ulteriori riduzioni delle loro pensioni come accaduto con la riforma Fornero e con la mancata indicizzazione delle pensioni alte del governo Meloni.


