Secondo la ricerca “Working from Home and Fertility” la flessibilità organizzativa concessa dal lavoro da remoto può favorire la conciliazione del trade-off tra lavoro e famiglia, sostenendo sia la natalità sia l’occupazione femminile. Secondo questa prospettiva, lo smart working può diventare una leva strategica per le criticità delle dinamiche demografiche italiane
La pandemia da COVID-19 ha rappresentato uno spartiacque nella concezione del metodo di lavoro, imponendo alle imprese una rapida riorganizzazione verso modalità da remoto. Quella che inizialmente si configurava come una soluzione emergenziale si è progressivamente consolidata, trasformandosi in una componente strutturale del mercato del lavoro. Oggi, a distanza di alcuni anni, il lavoro agile si colloca in una fase intermedia: non più di emergenza, ma nemmeno di piena maturità, bensì un equilibrio in evoluzione tra esigenze organizzative, preferenze individuali e vincoli strutturali.
Il distacco europeo e le discrepanze interne nella diffusione dello smart working
In questo contesto, i dati del 2025 elaborati dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano fotografano la situazione lavorativa in Italia. Lo scorso anno, i lavoratori da remoto sono stati circa 3,58 milioni, mostrando una lieve crescita rispetto ai 3,55 dell’anno precedente (+0,6%). L’incremento, tuttavia, non è uniforme e si concentra principalmente nelle Pubbliche Amministrazioni, arrivando in totale a circa 555mila dipendenti (+ 11%), e nelle grandi imprese, che raggiungono quasi 2 milioni di lavoratori coinvolti (oltre il 53% del personale). Al contrario, nelle micro, piccole e medie imprese si osserva una contrazione del fenomeno (-12,5% cumulato), a dimostrazione della tendenza di concentrazione dello smart working nei contesti lavorativi organizzativamente più strutturati sia a livello organico che strumentale.
Terminata la fase apicale della pandemia, la diffusione del lavoro da remoto in Italia ha però mostrato una fase di cristallizzazione. Sebbene ciò possa essere interpretato come un segnale negativo, in realtà è indicatore di maturazione del fenomeno ed esplicativo del tessuto aziendale italiano. La prevalenza di piccole e medie imprese di natura industriale non costituisce terreno fertile al lavoro da remoto, sia per i limiti organizzativi di adottabilità del lavoro telematico, che di resistenza culturale.
Allargando lo sguardo al contesto europeo, l’Italia rimane ancora indietro. Secondo i dati raccolti da Eurostat, nel 2024 solo 6,6% degli occupati1 ha lavorato da casa “qualche giorno”, contro una media del 13,7% dei Paesi UE. Il dato italiano si discosta relativamente poco dalla media europea, ma se il divario viene confrontato con il 39,2% dei Paesi Bassi e il 35,9% della Norvegia, assume un peso decisamente maggiore.
Figura 1 – Percentuale di occupati che lavorano da casa “qualche giorno” nel 2024

Questo confronto suggerisce che il limite italiano risiede nella difficoltà di adeguamento ai modelli europei più avanzati, caratterizzati da una maggiore integrazione tecnologica e cultura del lavoro.
La differenza nell’adozione del lavoro agile non si riscontra solamente tra le regioni europee, ma emergono anche all’interno del territorio nazionale. Secondo il recente Report Istat di febbraio 2026 “Smart working: da necessità a nuovo stile di vita”, il lavoro da remoto risulta maggiormente diffuso nelle regioni del Nord e nelle aree metropolitane (in ordine sul podio: Milano, Roma e Bologna). La motivazione? Queste aree rappresentano dei poli di maggior concentrazione di grandi imprese nel settore terziario avanzato e pubbliche amministrazioni strutturate, con livelli più alti di digitalizzazione che facilitano l’implementazione di modelli organizzativi flessibili aumentando la densità degli smart worker. In aggiunta, il telelavoro nei grandi centri urbani assume una valenza “ambientale” e di well-being, rappresentando una soluzione alla riduzione dell’inquinamento e del traffico, migliorando contestualmente lo stile di vita dei lavoratori.
Lo smart working e demografia possono davvero essere connessi?
“In un Paese in cui la forza lavoro si riduce e invecchia, lo Smart Working vissuto come stimolo continuo al miglioramento organizzativo può accompagnare l’innovazione tecnologica diventando leva strategica per rispondere alle dinamiche demografiche, mantenere la competitività sul mercato e rendere il lavoro più sostenibile per le persone”, dice Fiorella Crespi, Direttrice dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.
Tra i benefici del lavoro da remoto, la Direttrice dell’Osservatorio solleva un tema molto caro al nostro Paese (e non solo), la demografia. Qua la domanda sorge spontanea: può un diverso approccio lavorativo influenzare davvero la demografia di un Paese? Se così fosse, per un’Italia caratterizzata da una parte dal progressivo invecchiamento della popolazione e, dall’altra, da un calo della natalità, potrebbe essere un turning point decisivo.
A supporto di questa teoria sul legame tra smart working e demografia, è stato recentemente pubblicato un paper, “Working from Home and Fertility”, realizzato da un’equipe di economisti guidati da Cevat Giray Aksoy e finanziato dalla European Bank for Reconstruction and Development. Lo studio condotto su 38 Paesi, si è posto come quesito di ricerca, oltre che la possibile correlazione tra il lavoro agile e fecondità, anche la traduzione numerica dei possibili effetti. L’assunto di partenza del paper è che il lavoro da remoto consente una maggiore flessibilità riducendo il conflitto tra lavoro e famiglia, rendendo così più sostenibile la scelta di avere figli. Ne consegue quindi l’ipotesi che, aumentando i giorni di lavoro da casa, gli individui sarebbero più inclini a iniziare una famiglia, mentre coloro che hanno già avuto dei figli sarebbero più propensi ad allargare il nucleo familiare.
Questa possibile relazione viene analizzata attraverso tre misure di fertilità — realizzata, futura e totale — rispetto alle quali gli economisti riscontrano una correlazione positiva in tutti i casi. In particolare, le donne che lavorano da casa almeno un giorno a settimana presentano un numero medio di figli leggermente superiore rispetto a quelle che lavorano esclusivamente in presenza. Più in generale, le coppie che possono usufruire dello smart working mostrano livelli di fertilità complessiva più elevati, fino al 14% in più rispetto a chi non ne ha accesso.
In questo contesto, tra i 38 Paesi analizzati, Stati Uniti, Canada e Regno Unito si distinguono per la più elevata incidenza di lavoratori da remoto, costituendo il riferimento empirico per la definizione di un benchmark di diffusione ideale di telelavoro. Tale valore di riferimento viene fissato a 45%, valore che corrisponde alla quota media delle donne occupate (tra i 20 e i 45 anni) che lavorano da casa almeno un giorno a settimana nei Paesi sopra citati. Assumendo questo livello come obiettivo ideale anche per le altre regioni, gli effetti in termini di potenziale “extra fertilità”risultano significativi, soprattutto nei contesti in cui lo smart working è ancora poco diffuso.
Il caso italiano appare tra quelli particolarmente rilevanti. Con un tasso di fecondità pari a circa 1,2 figli per donna e un numero annuo di nascite in costante diminuzione, il Paese si confronta con un marcato fenomeno di denatalità. L’Italia, sulla base delle 370.000 nascite nel 2025, in ipotesi di adeguamento della diffusione del lavoro da casa al benchmark (passando da 21% 2 al 45%), potrebbe aumentare il tasso di natalità del 3,5%, corrispondente a 12.800 nascite in più all’anno (circa 0,042 figli in più per donna).
Un ulteriore elemento interessante che emerge dalla ricerca riguarda l’occupazione femminile. Il documento dimostra come la tradizionale relazione negativa tra fertilità e le donne occupate viene totalmente compensata quando si porta anche a un solo giorno a settimana il lavoro da remoto. Questo risultato suggerisce una riflessione più ampia: concedendo maggiore flessibilità nell’organizzazione lavorativa, non solo si potrebbe sostenere il numero delle nascite, ma anche l’occupazione femminile. L’Italia, il cui tasso occupazionale delle donne è del 57,4%, ben al di sotto rispetto al 70,8% della media dei Paesi UE, risulta nella posizione più bassa nella classifica dei 27 Paesi. Se si approfondisce l’analisi a livello territoriale emerge un’ulteriore criticità: il lavoro da remoto femminile, così come l’occupazione, risulta maggiormente concentrato nelle aree del Centro-Nord, mentre nel Sud e nelle Isole si registra una minore diffusione e una più elevata quota di donne che non vi hanno accesso.
Tabella 1 – Numero occupati e quota di coloro che lavorano da casa almeno “qualche giorno”, per genere e area geografica

Confrontando i dati sullo smart working per genere emerge come questa modalità sia più diffusa tra le donne (15,6% contro il 13,2% degli uomini), configurandosi come uno strumento potenzialmente utile per la riduzione del gender gap occupazionale. In questa prospettiva, il lavoro da remoto potrebbe affiancare le consolidate misure politiche di sostegno come l’asilo nido e i congedi parentali, contribuendo a costruire un sistema più inclusivo e sostenibile. Tuttavia, l’espansione del lavoro da remoto senza interventi mirati potrebbe beneficiare soprattutto alle regioni già avvantaggiate, creando un circolo vizioso che rischia di amplificare le disuguaglianze occupazionali a livello territoriale. L’area meridionale, dove l’occupazione femminile necessita maggiormente di sostegno, ospita meno imprese con le capacità organizzative e infrastrutturali necessarie per implementare efficacemente il lavoro agile e, di conseguenza, potrebbe non trarne i benefici attesi.
Queste dinamiche sociali si inseriscono in un quadro demografico complesso. Il rovesciamento della piramide demografica dovuto al costante calo delle nascite e al contestuale aumento della popolazione Silver, con particolare attenzione agli over 80, comporta delle forti pressioni sul sistema di welfare italiano, già in un equilibrio fragile, mettendo in discussione le basi del patto intergenerazionale. Le evidenze riscontrate da queste ricerche offrono uno spunto di ridefinizione delle misure, alternative o complementari, rispetto a quelle tradizionali di incentivo pubblico. Tuttavia, l’ampliamento dello smart working non rappresenta un sentiero facile e privo di insidie. Per renderlo sostenibile ed efficace, occorre rivalutare la struttura dei modelli organizzativi e lavorativi: investire non solo in infrastrutture digitali, ma anche nell’adozione di una cultura lavorativa orientata agli obiettivi, alla fiducia manageriale e alla responsabilizzazione dei singoli lavoratori. Sicuramente ciò si propone come una trasformazione profonda, che richiede tempo e investimenti, ma che potrebbe contribuire ad affrontare alcune delle principali fragilità economiche e sociali del nostro Paese.



