Dall’ultima indagine Itinerari Previdenziali-Format Research emerge chiaramente come gli over 50 non siano spaventati tanto dall’invecchiamento in sé quanto piuttosto dalla possibile perdita di autonomia fisica e decisionale. Poco citate le preoccupazioni economiche ma, a domanda diretta, i Silver italiani si scoprono vulnerabili e poco attrezzati alla gestione del cosiddetto longevity risk finanziario
Se, come ricordato da Alberto Brambilla nel suo ultimo libro “Longevity Economy. Da Silver a Longevity, la grande economia dei prossimi decenni”, la conquistata longevità della popolazione italiana è senza dubbio una buona notizia, e come tale va trattata, attrezzandosi cioè per tempo a gestire i cambiamenti socio-economici legati alla transizione demografica al netto da inutili allarmismi, è comunque indubbio che l’invecchiamento porti con sé diverse paure associate soprattutto alla gestione degli ultimi anni di vita, quelli potenzialmente più espositi a fragilità di natura fisica, e non solo. Mentre possibili incrementi di spesa a carico del sistema di protezione sociale spaventano a livello pubblico, sul piano individuale sono soprattutto perdita di salute e non autosufficienza a suscitare timori tra gli over 50, almeno secondo quanto emerge dalla survey “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani” realizzata da Itinerari Previdenziali e Format Research su un campione di 5.120 individui statisticamente rappresentativo della popolazione Silver del nostro Paese.
Figura 1 – I timori associati all’invecchiamento (possibilità di risposte multiple)

L’88,7% del campione è preoccupato dall’ingresso nell’età senile, individuando nella non autosufficienza una delle conseguenze più temute. Se a questo si aggiunge un 19,7% che indica invece la perdita di autonomia come principale timore, la fotografia scattata dall’indagine demoscopica appare subito chiara: a spaventare non è tanto la malattia in sé, quanto piuttosto la perdita di controllo sul proprio corpo e sulla quotidianità. Un risultato, peraltro in linea con il forte attaccamento alla propria indipendenza trasversale a tutte le risposte del questionario, che, comprensibilmente, tende a rafforzarsi al crescere dell’età, raggiungendo i valori più elevati tra gli over 74. I Silver più maturi indicano infatti, tra le principali paure, problemi di salute e perdita di autosufficienza nel 41,8% dei casi, a fronte del 38,9% registrato dalla media riferita all’intero campione e del 37,3% segnato dalla fascia 50-64 anni.
Se la seconda grande area di apprensione riguarda appunto la correlata perdita di autonomia, intesa come difficoltà nella gestione della casa, dei risparmi e delle decisioni quotidiane, la dimensione relazionale rappresenta un ulteriore polo di grande attenzione. Il 16,5% degli intervistati ha paura di perdere gli affetti più cari, il 14,3% è spaventato dalla solitudine: una condizione che alimenta ansia soprattutto tra le donne e, ancora una volta, tra gli over 74. Seppur con inevitabili oscillazioni legate alla variabile reddituale, interessante infine rimarcare come la povertà risulti la conseguenza dell’invecchiamento che genera meno ansia: con il 10,7% delle indicazioni, ultima nel confronto con le altre opzioni disponibili, la dimensione economica appare meno centrale rispetto alla perdita di benessere psico-fisico, relazioni o autonomia.
La gestione del longevity risk tra preoccupazioni e paradossi
Il quadro muta però nel momento in cui gli intervistati vengono direttamente sollecitati sul tema del longevity risk finanziario, vale a dire il rischio che, vivendo a lungo, le proprie riserve economiche possano non essere sufficienti a coprire le spese future, come quelle per salute e assistenza. In questo caso, infatti, i timori si fanno decisamente più diffusi, con più di 7 Longennial su 10 che manifestano livelli di preoccupazione medio-alti: nel dettaglio, il 35% dei rispondenti è molto preoccupato, mentre il 42,5% lo è abbastanza. Sul versante opposto, il 14,7% dichiara un basso livello di preoccupazione e il 7,8% si dice invece “per nulla preoccupato”.
Figura 2 – Le preoccupazioni associate alla gestione del longevity risk

Come forse piuttosto prevedibile, il reddito è la variabile che più influisce sulla risposta, con la percezione del longevity risk fortemente mediata dal posizionamento economico e patrimoniale: basti pensare che il 53,4% di quanti dichiarano redditi netti mensili fino a 1.000 euro è “molto preoccupato” a fronte dell’8,4% di quanti ne dichiarano più di 3.500; al contrario, mentre tra i redditi più elevati il 26,2% non ha preoccupazioni, tra i rispondenti di fascia più bassa l’opzione “per nulla preoccupato” non raccoglie preferenze. Al di fuori del perimetro reddituale, i timori associati al longevity risk risultano piuttosto trasversali, pur con qualche differenza di rilievo, che vede ad esempio le donne più sensibili al rischio economico di lungo periodo, soprattutto in relazione a salute e assistenza.
Tante dunque le preoccupazioni, poche però le azioni per prepararsi a una vecchiaia più serena dal punto di vista finanziario. Nonostante i timori, infatti, la survey delinea l’immagine di una Silver Generation consapevole e selettiva nelle strategie di preparazione all’invecchiamento quando si parla di stili di vita e abitudini di consumo (dieta, prevenzione, etc), ma decisamente più passiva nell’approccio a quegli strumenti previdenziali o assicurativi che potrebbero agevolare la gestione del longevity risk. Di particolare rilievo in questo senso le risposte alla domanda sui comportamenti adottati alla soglia dei 50 anni per migliorare, in prospettiva, la propria vecchiezza: le azioni più diffuse riguardano proprio modifiche allo stile di vita quotidiano, come l’incremento dell’attività fisica (74,2% del campione), il miglioramento delle scelte alimentari (70,7%) o la riduzione nell’assunzione di alcolici (68,8%). Sul piano economico e assicurativo, si evidenzia una maggiore selettività: solo il 20,8% ha sottoscritto un fondo pensione complementare e il 16,4% una polizza sanitaria. Ancora più ridotta è la quota di chi ha attivato strumenti specifici per la non autosufficienza (8,6%).
Figura 3 – I comportamenti adottati per migliorare l’approccio all’invecchiamento

Uno scarto che, secondo l’indagine, riflette l’asimmetria nella percezione delle conseguenze dell’invecchiamento. I Longennial appaiono molto consapevoli dei rischi sanitari e funzionali, ma meno propensi a tradurre tale consapevolezza in strumenti finanziari strutturati, palesando una certa preferenza per tutte quelle soluzioni o attività che vengono percepite come gestibili nell’immediato. Più rarefatte, viceversa, le scelte complesse che richiedono pianificazione di lungo periodo o una qualche forma di intermediazione. Ambito nel quale tanto gli attori del welfare complementare tanto il mondo del risparmio gestito hanno dunque davanti a sé ampi margini di azione, a condizione di saper intervenire, una volta superate le iniziali barriere rappresentate da scarsa informazione e resistenze di natura culturale, con prodotti e servizi ad hoc, in linea con le particolari esigenze di questa fascia sempre più consistente di popolazione.
Investimenti e risparmi: l’approccio fin troppo prudente degli over 50 italiani
Coerentemente, del resto, anche nella gestione patrimoniale sembra prevalere un approccio conservativo più che prudente, dove a prevalere è una certa passività. Premessa indispensabile a farsi è che il 58,8% del campione dichiara in realtà di non avere risparmi al di fuori del proprio conto corrente: trascurando la varabile reddituale, che resta comunque la più dirimente (tra chi dispone di meno di 1.000 euro al mese l’assenza di risparmi diventa la norma), la percentuale sale al 65,6% tra le donne e addirittura al 74,1% tra gli over 74, a indiretta riprova di come – ancora di più in assenza di una pianificazione accorta – il tempo possa incidere significativamente sull’erosione delle risorse economico-finanziarie.
Tra chi risparmia e investe, i profili di investimento si confermano poi fortemente orientati alla protezione. La scelta più diffusa sono le polizze assicurative (35,8%), seguite a distanza ravvicinata da titoli di Stato o obbligazioni (25,6%) e dai fondi comuni (25,3%). D’altro canto, tra coloro che dichiarano di avere risparmi emerge una forte prevalenza all’autonomia nella gestione delle proprie finanze: l’84,9% afferma infatti di occuparsi personalmente dei propri investimenti, mentre solo il 15,1% dichiara di non mantenere un controllo diretto. Ancora una volta, è il reddito a influenzare maggiormente le scelte degli intervistati, anche in merito al tipo di delega conferita: se tra i redditi più bassi prevalgono approcci più difensivi e tradizionali, come il fai da te, soluzioni informali e non specialistiche o al più la banca, salendo di fascia inizia a emergere con maggiore evidenza il ruolo di consulenti finanziari e servizi private, particolarmente diffusi (59%) tra i rispondenti con redditi mensili superiori ai 3.500 euro.
Nel complesso, l’ulteriore conferma delle necessità di incentivare e promuovere comportamenti più adeguati alla gestione dei rischi della longevità non solo in campo sanitario, ma anche economico dove – almeno per il momento – manca ancora la capacità, e forse anche le giuste competenze e conoscenze, per passare dalla teoria (la percezione del longevity risk) alla pratica (un’adeguata pianificazione finanziaria).


