Per la Fondazioni di origine Bancaria la sostenibilità è un obiettivo strategico di lungo periodo che, nonostante il recente raffreddamento dell’interesse generale, non merita ripensamenti neppure sull’attualissimo tema delle armi e della difesa: i risultati dell’ultima indagine Itinerari Previdenziali
Il tema della sostenibilità, nonostante il recente raffreddamento dell’interesse generale, resta un punto di riferimento per gli investitori istituzionali, in particolare per le Fondazioni di origine Bancaria, e non merita ripensamenti. Coniugare sostenibilità e investimenti è infatti un obiettivo strategico di lungo periodo come dimostrano i risultati dell’ottava indagine sulle strategie di sostenibilità degli investitori istituzionali italiani, punto di partenza del sesto Quaderno di Approfondimento “ESG e SRI, le politiche di investimento sostenibile degli investitori istituzionali italiani” a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.
L’indagine coinvolge 133 investitori per un patrimonio rappresentato di oltre 600 miliardi di euro. Con riferimento alle Fondazioni di origine Bancaria, hanno risposto al questionario 40 soggetti (+1 rispetto allo scorso anno, +2 sul 2024, + 3 sul 2023, + 12 sul 2022 e + 23 sul 2021), per un totale attivo di 42 miliardi di euro, che corrispondono all’83% del totale di tutte le 85 FoB operative a fine 2024, ultimo anno disponibile. Di questi 40 rispondenti, il 54% dichiara di aver adottato una politica di investimento sostenibile (in aumento rispetto al 46% dello scorso anno). Oltre le metà delle Fondazioni che ancora non adottano una politica SRI ha però dichiarato di aver già affrontato il tema in CdA e di volerlo implementare in futuro: solo 5 Fondazioni ammettono di non averne mai discusso e 2 di aver affrontato il tema ma preferito non includere questa politica di investimento.
La complessità di queste tematiche e l’assenza di competenze specifiche all’interno della struttura (il 98% dei rispondenti dichiara che non sono presenti figure con certificate competenze in materia di investimenti ESG) sembrano essere confermate anche dal fatto che solo il 32% delle Fondazioni indagate considera buona la conoscenza della materia da parte degli organi e il 65% riterrebbe utile approfondire gli aspetti normativi avviando percorsi di formazione interna (pur non avendoli ancora avviati). Il 57% dei rispondenti si avvale pertanto di supporto esterno. Come emerge dalla XV indagine su investitori istituzionali e gestori finanziari curata da Itinerari Previdenziali, nelle scelte di investimento e/o nelle valutazioni, le Fondazioni infatti vengono affiancate nel 90% dei casi da un advisor finanziario per l’attività di asset allocation e selezione dei gestori. Questo provider di servizi molto spesso fornisce consulenza anche in merito alle tematiche ESG. E, infatti, nel 77% dei casi le Fondazioni non si avvalgono di un advisor specifico per gli aspetti di sostenibilità.
Le strategie più diffuse e l’esclusione del settore armamenti
Per quanto riguarda le strategie adottate, le esclusioni mantengono la prima posizione in classifica con l’84% dei voti, percentuale in forte crescita rispetto al 53% dello scorso anno anche per effetto dell’applicazione da parte di un numero sempre più significativo di Fondazioni che non adottano una politica formale. L’impact investing rimane anche quest’anno la seconda strategia più diffusa, indicata dal 45% dei rispondenti (contro il 39% del 2025), seguito dagli investimenti tematici, che si attestano al 42% nelle preferenze. Stabili agli ultimi posti convenzioni internazionali, best in class (rispettivamente 16% e 23%) ed engagement che rallenta per il secondo anno consecutivo dopo tre anni di costante crescita.
Figura 1 – Le strategie di investimento sostenibile più diffuse tra le Fondazioni di origine Bancaria

Passando ai settori ai quali le strategie vengono applicate, le esclusioni si concentrano soprattutto sul settore armamenti (indicato dal 97% dei rispondenti), della pornografia (63%), del gioco d’azzardo (56%), del tabacco e del lavoro minorile (47%). Per quanto riguarda le armi, considerata l’attualità del tema, nel questionario di quest’anno sono state introdotte alcune domande specifiche in merito alle tipologie escluse: dalle risposte fornite emerge che il 42% delle Fondazioni esclude tutte le tipologie di armi, sia convenzionali sia non convenzionali, un altro 42% solo le armi escluse dalla Legge 220/2021 (mine antiuomo e munizioni a grappolo) e il restante 15% solo le armi non convenzionali – quindi le armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e armi biologiche) – e le armi nucleari.
Passando alle strategie utilizzate, al primo posto si confermano le esclusioni con il 90% delle preferenze, seguite da best in class (70%) e dalle convenzioni internazionali (60%), quest’ultima in lieve discesa rispetto allo scorso anno. In lieve calo anche strategie più attive come l’engagement (50%), mentre gli investimenti tematici e l’impact investing rimangono nella parte bassa della classifica per diffusione entrambe con il 40%. Scendendo ancora più nel dettaglio, interessante notare, per quanto riguarda le esclusioni, come tutti i rispondenti applichino questa strategia (anche) al settore delle armi. Proprio alla luce della revisione dei criteri ESG relativi al settore degli armamenti, volti a una maggiore inclusione delle aziende di difesa nei portafogli sostenibili, nella survey di quest’anno è stato quindi aggiunto un ulteriore approfondimento finalizzato a indagare le tipologie di armi escluse: 4 Compagnie escludono tutte le tipologie (sia convenzionali che non convenzionali), 12 solo le armi non convenzionali (quindi le armi controverse come mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e armi biologiche) e le armi nucleari e in 2 solo le armi controverse con riferimento al PAI 14.
Figura 2 – Le strategie di investimento sostenibile adottate

È stato poi chiesto se, alla luce del mutato contesto geopolitico e del lancio del piano per la difesa europea, presentato come ReArm Europe e ridenominato successivamente Readiness 2030, le Fondazioni avessero rivisto la propria politica di investimento verso settori coinvolti nella fabbricazione o vendita delle armi. La maggioranza del campione (l’89%) ha dichiarato l’intenzione di mantenere la propria politica di investimento verso questi settori, mentre 2 Fondazioni l’hanno già modificata in passato e altre 2 intendono farlo in futuro.
Come si conciliano queste scelte con la presenza di determinati prodotti d’investimento in portafoglio? Innanzitutto, sotto il profilo della classificazione SFDR, in attesa di conoscere gli esiti del processo di revisione del regolamento, continua ad aumentare il peso dei prodotti che rispondono alla normativa europea: dopo il calo registrato nel 2024, probabilmente dovuto sia alla riduzione dell’offerta sia alla riclassificazione operata dalle società di gestione, si attestano al 70% del totale i rispondenti che hanno in portafoglio fondi articolo 8 e articolo 9. Nello specifico, il 53% delle Fondazioni possiede fondi che rispondono a entrambi gli articoli e il 17% detiene solamente fondi Art. 8.
Si consideri che, a partire dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, i fondi ESG europei hanno aumentato significativamente la loro esposizione al settore della difesa. Secondo i dati Morningstar, circa il 43% dei fondi azionari europei ESG detiene un’esposizione al settore aerospaziale e della difesa (A&D), riducendo il divario rispetto ai fondi non ESG, che hanno un’esposizione del 56%. L’esposizione alla difesa è cresciuta in particolare tra i fondi articolo 8: oggi in Europa oltre la metà (54%) dei fondi azionari così classificati ha esposizione alla difesa, praticamente 1 fondo su 2, e 1 su 5 (19%) investe almeno il 5% in titoli aerospazio e difesa, rispetto al 3% del 2022. Sul tema, la Commissione europea ha specificato che le limitazioni normative riguarderebbero solo le armi controverse e che il principio DNSH (“do no significant harm”) non precluderebbe gli investimenti nel settore della difesa. E i fondi Art. 8 e Art. 9 comunemente escludono le armi controverse ma non le armi militari utilizzate dalle forze di difesa dello Stato. I gestori rimangono tuttavia divisi sulle definizioni, sulle soglie e sui rischi di includere i produttori di armi nei loro portafogli. Alcuni gestori, per esempio, escludono qualsiasi società coinvolta in armi nucleari, mentre altri consentono di detenere partecipazioni in aziende con sede in Paesi firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare. Esistono ulteriori distinzioni in base al fatto che un’azienda produca armi intere o si limiti a fornire componenti o logistica. Insomma, ancora una volta il tema è complesso e le definizioni non sono univoche.
La valutazione degli effetti della politica ESG e le prospettive future
Trattandosi di un obiettivo strategico di lungo periodo, per il 62% delle Fondazioni rispondenti la valutazione degli effetti dell’applicazione della politica di sostenibilità avviene almeno una volta all’anno (il 38% una volta e il 24% più volte). Da queste valutazioni emergono effetti positivi in termini di reputazione dell’ente e diversificazione del rischio, rispettivamente votati dal 73% e dal 43% dei rispondenti. In termini, però, di mitigazione del rischio complessivo di portafoglio, il 72% dei rispondenti dichiara che l’aver incluso strategie di investimento sostenibili non ha contribuito né positivamente né negativamente alla gestione di situazioni di mercato particolarmente critiche. Infine, in linea con le risposte degli anni precedenti, resta sullo sfondo l’aumento del rendimento conseguente all’applicazione delle politiche di investimento sostenibile, votato solo da 2 Fondazioni.
Guardando alle intenzioni future, a differenza degli anni passati, si riduce al 47% la percentuale delle Fondazioni che immaginano di incrementare la propria esposizione agli investimenti sostenibili (dal 31% del 2023 si è passati al 43% del 2024 e al 58% del 2025), mantenendo la preferenza per le strategie già attualmente adottate come esclusioni (con l’80% delle preferenze), impact investing (53%) e investimenti tematici (47%). I settori maggiormente interessati si confermano l’housing sociale e le energie rinnovabili, rispettivamente individuati dal 37% e dal 57% dei rispondenti ma da quest’anno anche intelligenza artificiale (34%) e tecnologia (26%). Le intenzioni future sembrano, dunque, seguire un approccio prudenziale, anche in virtù della quota di patrimonio già coinvolta: nel 94% dei casi, l’incremento previsto riguarda solo una porzione di patrimonio compresa tra lo 0% e il 25%.



