Nelle preoccupazioni di molti analisti, l’attuale trend demografico determinerà la perdita di una fetta di popolazione in età da lavoro, con riflessi sulla sostenibilità del sistema di protezione sociale. Tra le possibili soluzioni prospettate un aumento dei flussi migratori, ma cosa dicono (davvero) i dati sugli stranieri in Italia?
L’Italia, come è ormai ben noto, sta attraversando una transizione demografica che comporterà un progressivo invecchiamento della popolazione, con timori circa la perdita di persone in età da lavoro a favore di un aumento del numero di pensionati che metterà sotto pressione la sostenibilità del sistema di welfare. In particolare, una delle principali preoccupazioni riguarda il sistema pensionistico, basato sul patto intergenerazionale per cui le pensioni vengono pagate dai lavoratori attivi.
Una risposta al problema spesso auspicata per sopperire alla futura mancanza di forza lavora riguarda quindi l’attingere dai flussi migratori, ma viene allora da chiedersi: cosa dicono i dati sulla condizione lavorativa degli stranieri in Italia?
Innanzitutto, vale la pena fare una premessa: nel 2024, l’Italia ha raggiunto un tasso di occupazione 15-64 anni del 62,2%, pari a circa 24 milioni di persone. Un valore che rappresenta un record assoluto per il nostro Paese ma che risulta ancora al di sotto di circa 8 punti percentuali rispetto alla media UE27. D’altro canto, il tasso di inattività si mantiene intorno al 33%, il che equivale a oltre 12 milioni di persone che non lavorano e non sono in cerca di occupazione. Tradotto, tutto ciò significa che ci si preoccupa per la futura perdita di milioni di lavoratori, ma nella realtà già oggi esiste una platea molto ampia che non contribuisce al finanziamento del nostro welfare.
Per quanto riguarda gli stranieri, nel 2024 il numero rilevato dall’INPS – che comprende lavoratori, pensionati e beneficiari di disoccupazione classificati come “non comunitari”, se in possesso di regolare permesso di soggiorno, oppure “comunitari”, se nati in un Paese dell’Unione europea (tra i comunitari, sono considerati “stranieri” anche gli eventuali cittadini italiani nati all’estero) – è pari a 4.611.267, di cui 3.980.609 lavoratori (86,3%), 378.645 pensionati (8,2%) e 252.013 percettori di prestazioni a sostegno del reddito (5,5%).
Figura 1 – Numero di stranieri per anno e area di provenienza

Analizzando la serie storica dal 2015 si rileva che il numero di lavoratori e di percettori di sostegno al reddito è aumentato a un tasso medio annuo del 2,6% e rispettivamente di un 29,8% e di un 29% complessivo, con un’incidenza sul totale scesa dall’88,5% all’86,3% e rimasta sostanzialmente stabile al 5,5%. Il numero di pensionati, invece, ha registrato un ritmo di crescita nettamente superiore segnando un +6,4% medio annuo e un +85,7% complessivo, con un’incidenza sul totale salita dal 5,9% all’8,2%.
Dal punto di vista dell’area di provenienza, il peso degli stranieri non comunitari è aumentato dal 63,7% del 2015 al 75,4% del 2024 raggiungendo 3.474.728, mentre quello dei Paesi UE15 e dagli altri Paesi UE è sceso rispettivamente dall’8,5% al 6,2% e dal 27,7% al 18,4% con differenze piuttosto marcate nella distribuzione per età. In particolare, nel 2024, il 46,1% degli stranieri non comunitari ha meno di 40 anni rispetto al 29,9% degli stranieri comunitari), il 42,4% ha tra i 40 e i 59 anni (contro il 52,7% degli stranieri comunitari) e l’11,5% ha più di 60 anni (contro il 17,3% degli stranieri comunitari).
Da una prima lettura di questi dati, uniti alle statistiche riguardanti la quota crescente di giovani italiani che scelgono di trasferirsi all’estero, emerge una criticità nella relazione tra mercato del lavoro e flussi migratori: l’interscambio con l’estero appare fortemente sbilanciato sul piano delle competenze. Siamo infatti esportatori netti di forza lavoro qualificata (soprattutto tra i giovani), mentre “importiamo” manodopera soprattutto da Paesi che spesso presentano uno sviluppo economico e livelli di istruzione molto diversi da quelli italiani. L’inevitabile conseguenza è quella di alimentare uno dei principali problemi del mercato del lavoro italiano, ossia non tanto la mancanza di persone occupabili quanto piuttosto il mismatch tra domanda e offerta, con ricadute negative a livello salariale e di potenziale sviluppo della produttività.
Il tema delle retribuzioni, e quindi di contributi e imposte che, come l’IRPEF, concorrono più o meno direttamente alla spesa sociale, sembrerebbe confermare questa ipotesi: nel 2024 gli stranieri dipendenti privati sono 3.498.849 con una retribuzione media annua di 16.693 euro. Si tratta cioè di lavoratori appartenenti a quelle fasce di reddito che rappresentano il 72,6% del totale dei contribuenti ma versano solo il 23,1% dell’IRPEF complessiva e che, di fatto, non sono “autosufficienti” per le funzioni base del welfare.
Capitolo pensioni, in termini assoluti il numero più alto di pensionati si registra per gli albanesi (43.118 pensionati su un totale di 445.579 soggetti) e riflette la storia degli immigrati provenienti dall’Albania che, negli anni Novanta, rappresentavano la principale nazionalità di immigrazione (superati ora dalla Romania), mentre il Paese con la quota maggiore è la Germania con 20.134 su un totale di 124.051 soggetti, pari al 16,2% (dato che può riferirsi anche a cittadini italiani nati in Germania). Situazione agli antipodi rispetto ai cinesi, quarto Paese per stranieri in Italia con 229.391 persone, di cui il 97,3% sono lavoratori e solo il 2% pensionati.
Nel complesso, nel 2024 il numero di pensionati stranieri ammonta a 378.645, con una pensione media annua di 11.246 euro. Tra questi prevalgono i percettori di sole pensioni assistenziali, quindi non sostenute da contributi di scopo: 194.986 soggetti (51,5%), ripartiti tra 150.010 non comunitari (76,9%) e 44.976 comunitari (23,1%), con un importo medio annuo pari a 7.398 euro, per una spesa complessiva di 1,44 miliardi di euro. Percepiscono, invece, una pensione di tipo previdenziale (invalidità, vecchiaia o superstiti) 136.913 soggetti (il 36,2%) con un importo, legato alla contribuzione, molto diverso tra non comunitari e comunitari: i percettori di pensioni IVS non comunitari sono 58.034 (42,4%) con un importo medio annuo delle prestazioni pari a 10.727 euro, mentre i comunitari sono 78.879 (57,6%) per un reddito pensionistico annuo di 19.175 euro. Marginale la quota dei percettori di sole pensioni indennitarie (17.416 soggetti, 4,6%), mentre a percepire più di una prestazione pensionistica sono 29.330 individui (7,7%).



