Dalla valutazione del SSN all’utilizzo di coperture sanitarie integrative fino all’investimento sulla salute futura: gli esiti dell’ultima survey Itinerari Previdenziali-Format Research definiscono il rapporto degli over 50 con sanità, prevenzione e cure
Istituito nel 1978 dalla Legge n. 833 del 23 dicembre 1978, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha il compito di tradurre in pratica quanto definito dell’art.32 della Costituzione, che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana“.
I principi fondamentali su cui si basa il SSN sono l’universalità, perché le prestazioni sanitarie sono estese a tutta la popolazione, l’equità, in quanto i cittadini devono poter accedervi senza nessuna distinzione di condizioni individuali, sociali ed economiche, e infine l’uguaglianza, poiché, a parità di bisogno di salute, a tutti i cittadini è garantita parità di accesso. Si tratta di una conquista straordinaria di civiltà e rappresenta un indiscutibile indice di alto sviluppo sociale e democratico per un Paese. Eppure, molto spesso ci si dimentica dell’importanza di questi principi e le valutazioni sono particolarmente negative, mosse dalla consapevolezza che, a quasi 50 anni dalla sua istituzione, il sistema presenta molte luci (tra tutte, la presenza di centri d’eccellenza riconosciuti in tutto il mondo) ma anche tante ombre (dalla carenza di medici e infermieri alle liste d’attesa, alla disomogeneità territoriale, solo per citarne alcune).
Ma cosa facciamo per mantenerci in buona salute? Le attività preventive poste in essere sono sufficienti?
Come gli over 50 valutano il Servizio Sanitario Nazionale
Stando a quanto emerge dalla survey “Chi sono, cosa fanno, come vivono e cosa vogliono i Longennial italiani” realizzata da Itinerari Previdenziali e Format Research su un campione di 5.120 individui statisticamente rappresentativo della popolazione Silver del nostro Paese, la valutazione del Servizio Sanitario Nazionale restituisce un quadro ambivalente, in cui alla riconosciuta funzione di presidio universale si affianca una crescente percezione di affaticamento del sistema pubblico. Complessivamente, poco più di 4 over 50 su 10 esprimono un giudizio positivo (ottimo o buono),mentre la quota prevalente si colloca su valutazioni di tipo “sufficiente” (34,1%) o “insufficiente” (23,9%). Le differenze territoriali sono marcate: nelle regioni del Nord-Est e del Centro si concentrano le valutazioni più positive, mentre nel Sud e soprattutto nelle Isole cresce in modo significativo la percezione di insufficienza. Questa polarizzazione territoriale rafforza l’idea di un SSN vissuto come formalmente universale ma sostanzialmente diseguale, soprattutto agli occhi di una popolazione anziana più esposta ai bisogni sanitari continui. L’età introduce un ulteriore elemento di lettura: tra gli over 74 aumenta la quota di giudizi estremi, sia positivi sia negativi, suggerendo una relazione più diretta e intensa con il sistema sanitario, che tende a polarizzare l’esperienza. Il dato può essere, dunque, letto come una valutazione costruita sull’uso frequente e sulla concretezza delle risposte ricevute.
Diverso, e significativamente più positivo, è il giudizio sul medico di medicina generale, che continua a rappresentare per i Silver un vero e proprio pilastro della sanità di prossimità. Oltre il 70% degli intervistati valuta il rapporto con il proprio medico come ottimo o buono, con una netta distanza rispetto alla valutazione complessiva del SSN. Il medico di famiglia conserva la fiducia relazionale, ma fatica a compensare le criticità strutturali del sistema (tempi di attesa, accesso agli specialisti, carenza di servizi territoriali).
Il focus sugli over 50 che ricorrono al privato evidenzia una frattura importante. Tra questi, le valutazioni positive del SSN risultano più elevate rispetto a chi non utilizza servizi privati, una contraddizione solo apparente che in realtà segnala una strategia adattiva: il sistema pubblico viene giudicato più favorevolmente da chi può integrarlo con soluzioni private, riducendo l’impatto di eventuali inefficienze. In questo senso, la sanità integrativa appare soprattutto come uno strumento funzionale di compensazione, soprattutto per visite specialistiche, diagnostica e tempi di accesso.
L’utilizzo di coperture sanitarie integrative
Meno di un quarto degli intervistati (22%) dichiara di essere iscritto a una forma di assistenza sanitaria integrativa, mentre quasi la metà (48,7%) afferma di rivolgersi esclusivamente al Servizio Sanitario Nazionale. Secondo gli ultimi dati ufficiali resi dall’Anagrafe dei Fondi Sanitari istituita presso il Ministero della Salute, relativi all’anno fiscale 2022, sono infatti circa 16 milioni gli iscritti alle forme di assistenza sanitaria integrativa. Peraltro, si tratta prevalentemente di lavoratori dipendenti e relativi familiari a carico. L’ultimo dato disponibile relativo agli iscritti per tipologia, ripartito per lavoratori dipendenti, autonomi, familiari a carico e pensionati con i loro familiari, risale al 2016 quando il totale generale era indicato in 10,62 milioni così distribuiti: 6,68 milioni di lavoratori dipendenti, 1,07 milioni di lavoratori autonomi, 2,16 milioni di familiari a carico, 527.716 pensionati e 173.672 familiari di pensionati.
Accanto a questi due poli, emerge però un segmento altrettanto rilevante: il 22,7% non aderisce alla sanità integrativa, ma sostiene direttamente spese sanitarie, pagando visite specialistiche o prestazioni fuori dal SSN. Dati che starebbero a indicare una risposta pragmatica a tempi di attesa, accessibilità e continuità delle cure.
Figura 1 – L’utilizzo di coperture integrative rispetto al SSN

L’analisi per sottogruppi mostra con chiarezza che la propensione all’uso esclusivo del SSN cresce con l’età: tra gli over 75 supera il 56%, segnalando come l’accesso a strumenti integrativi e al privato tenda a ridursi nelle età più avanzate, quando aumentano i bisogni ma diminuisce la possibilità di accedere a coperture sanitarie integrative poiché non tutti i fondi garantiscono la copertura per tutta la vita, senza facoltà di recesso da parte dell’ente (stabilendo un cosiddetto limite di uscita, ovvero l’età massima in cui il fondo cessa di erogare le prestazioni). Dal punto di vista territoriale, invece, il ricorso esclusivo al SSN è più elevato nel Mezzogiorno e nelle Isole, mentre nel Nord e nel Centro emerge una maggiore diffusione di coperture integrative.
Nel complesso, i dati mostrano come l’economia della longevità sanitaria si stia strutturando attorno a un modello ibrido, in cui il SSN rimane centrale ma non più sufficiente a garantire tempestività e continuità percepite. In questo contesto, la crescita della sanità intermediata può svolgere quindi un ruolo cruciale sia per lo Stato sia per i singoli cittadini che pur, Silver compresi, non sembrano tuttavia ancora averne compreso le piene potenzialità, sia in termini di risparmio sia in termini di efficienza dei servizi prestati. Da qui, la necessità di puntare maggiormente su diffusione e consolidamento delle diverse forme di assistenza sanitaria integrativa, così come sulle protezioni LTC per la copertura dei rischi di non autosufficienza.
Prevenzione e salute futura
Dal punto di vista della prevenzione, il 63,9% dei rispondenti all’indagine si sottopone a check-up nel corso dell’anno, con il 45,6% lo fa con cadenza almeno annuale. Rimane, tuttavia, un 26,6% che realizza check-up meno di una volta l’anno, e un 9,5% del campione che addirittura non si sottopone mai ad attività preventive.
Figura 2 – Le attività di prevenzione: la frequenza di check-up

Coerentemente, il 60,3% dichiara di aver fatto esami e screening di prevenzione anche in virtù dell’anamnesi familiare e in vista del mantenimento di una buona salute. A fronte di un 21,8% che non si è ancora sottoposto a esami di questo genere ma intende farlo in futuro, solo il 17,9% dei rispondenti dichiara di non aver intenzione di sottoporsi a questo genere di attività medica.
Nel complesso, dunque, i risultati dell’indagine restituiscono l’immagine di una popolazione Silver che si colloca in una zona di equilibrio instabile: ancora sufficientemente in buona salute da progettare, investire e partecipare, ma al tempo stesso consapevole della progressiva esposizione a rischi fisici e funzionali. Questo dato rappresenta uno dei pilastri della Longevity Economy: non una “economia della malattia”, ma un’economia dell’anticipazione, dell’adattamento e della manutenzione della salute. È proprio in questa fase, prima della perdita significativa di autosufficienza, che si concentrano le scelte individuali e le opportunità di intervento pubblico e privato.


