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Welfare verticale: la responsabilità sociale dell’assicuratore tra prevenzione e Long Term Care

Assicurazioni
Categorie Categorie Trend demografici, Non autosufficienza

In un’Italia che invecchia, l’assicuratore è chiamato ad assumere un nuovo ruolo, quello di facilitatore nel pianificare una fase della vita, quella più anziana, quanto più possibile lunga, serena e in buona salute: non si tratta più solo di “vendere un prodotto” ma di diventare parte attiva di un modello di welfare verticale in cui prevenzione, cura e assistenza di lungo periodo sono strettamente collegate tra loro

a cura di Blue Assistance

Il welfare integrativo sta diventando una componente sempre più rilevante del sistema socio-sanitario italiano. Di fronte a un Servizio Sanitario Nazionale sotto pressione, a una spesa privata in crescita e a una popolazione che invecchia rapidamente, il mondo assicurativo è chiamato a ripensare il proprio ruolo. Non basta più limitarsi a rimborsare spese o riconoscere indennizzi a evento avvenuto: occorre contribuire a costruire un ecosistema di tutela che accompagni le persone nel tempo, dalla prevenzione alla gestione della cronicità, fino alla Long Term Care (LTC) e alla non autosufficienza.

In questo scenario si afferma il concetto di “welfare verticale”: un modello che integra servizi sanitari, strumenti digitali e soluzioni assistenziali lungo una filiera continua di cura, con l’obiettivo di creare valore sia per le persone sia per il sistema nel suo complesso.

I numeri aiutano a comprendere l’urgenza del tema. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 185,1 miliardi di euro: il 74,3% è coperto dalla spesa pubblica, il 22,3% ricade direttamente sulle famiglie sotto forma di spesa out of pocket, mentre solo il 3,4% passa attraverso fondi sanitari e assicurazioni. Nello stesso anno, oltre 5,84 milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato a prestazioni sanitarie. Il risultato è un sistema nel quale il SSN rimane un pilastro fondamentale, ma non riesce a rispondere pienamente a tutti i bisogni, e nel quale una quota rilevante di spesa dipende dalla capacità economica individuale.

In questo contesto, il ruolo dell’assicuratore assume una chiara dimensione sociale. Favorire una migliore integrazione tra pubblico e privato significa ridurre le barriere di accesso alle cure, dare continuità ai percorsi assistenziali, permettere alle persone di investire in prevenzione anziché limitarsi a intervenire quando il problema è già esploso. Una maggiore accessibilità, infatti, si traduce in diagnosi più precoci, migliore gestione delle patologie e minor probabilità che disturbi inizialmente gestibili sfocino in condizioni complesse e costose, sia sul piano umano sia su quello economico.

L’idea di welfare verticale parte proprio da qui. Non si tratta più solo di “vendere un prodotto”, ma di disegnare un modello in cui prevenzione, cura e assistenza di lungo periodo siano tra loro collegate.

L’assicuratore non è più un mero pagatore di prestazioni, ma un soggetto che partecipa alla costruzione di percorsi personalizzati, mettendo in relazione coperture sanitarie, servizi di supporto, soluzioni LTC, strumenti di orientamento e di presa in carico. Si passa così da una logica di compensazione del danno a una logica di gestione complessiva del bisogno, che considera il contesto familiare, le fragilità, la capacità di autosostentamento e le prospettive di invecchiamento.

All’interno di questo modello, la digital health gioca un ruolo decisivo. La telemedicina, in particolare, consente di alleggerire il carico del SSN sulle prestazioni a bassa complessità ma ad alta frequenza, come controlli periodici, follow-up, consulti di chiarimento. Grazie a televisite, consulti online e accesso rapido a un medico, anche h24, diventa più semplice intercettare precocemente i segnali di malessere, evitare ritardi diagnostici, gestire meglio le patologie croniche. La prevenzione, così, non resta solo un principio, ma si traduce in pratiche concrete: programmi di screening organizzati, monitoraggio da remoto di alcune condizioni, percorsi di educazione alla salute e alla terapia. Questo ha effetti positivi sul sistema: si riducono le prestazioni inappropriate, si evitano ricoveri e accessi in pronto soccorso che potrebbero essere prevenuti, si liberano risorse per concentrarsi su patologie acute e situazioni ad alta complessità. Allo stesso tempo, si migliora la qualità percepita dell’assistenza: il paziente non è costretto a spostarsi per ogni consulto, riceve risposte più rapide, vive un rapporto più continuativo con i professionisti della salute.

Se sul fronte sanitario la digital health offre un potente strumento di razionalizzazione, sul fronte della non autosufficienza la sfida è ancora più impegnativa. L’Italia è un Paese che invecchia: la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,4 anni, un quarto dei residenti ha almeno 65 anni, gli ultraottantenni sono quasi 4,6 milioni e gli ultracentenari hanno superato le 23.500 unità. Ma con l’aumento dell’età cresce anche il rischio di perdita di autonomia: tra gli over 85, due anziani su tre risultano non autosufficienti. Le risposte strutturate, però, non sono ancora all’altezza del fabbisogno. Solo circa 300mila persone trovano accoglienza nelle RSA, pari a circa l’8% del totale dei non autosufficienti anziani. I centri diurni coprono meno dell’1%. Tutto il resto si scarica sulle famiglie, che spesso si arrangiano come possono: si stima che in Italia operi circa un milione di badanti, per una spesa privata annua superiore ai 7 miliardi di euro. È un sistema frammentato, in gran parte informale, che rischia di diventare sempre più insostenibile, sia per i nuclei familiari sia per i conti pubblici.

In questo contesto, la Long Term Care rappresenta uno snodo cruciale. Le coperture LTC, però, da sole non bastano.

Per generare vero valore è necessario integrarle in un ecosistema di servizi che accompagni l’individuo lungo tutto il percorso di fragilità: dalla fase in cui emergono i primi segnali di riduzione dell’autonomia, alla gestione strutturata della cronicità, fino all’assistenza intensiva e al supporto organizzativo e psicologico alla famiglia. Ed è proprio dall’integrazione tra digital health e LTC che può nascere un salto di qualità. La digitalizzazione dei percorsi di cura permette, per esempio, di riconoscere prima la fragilità: un monitoraggio regolare, consulti frequenti anche da remoto, comparazione nel tempo dei parametri clinici e funzionali possono segnalare in anticipo il deterioramento delle condizioni di un anziano. Intervenire precocemente significa spesso poter rallentare il declino, organizzare meglio l’assistenza, dilazionare nel tempo il bisogno di cure intensive.

La gestione della cronicità – che è spesso l’anticamera della non autosufficienza – beneficia a sua volta dell’integrazione tra strumenti digitali e servizi assicurativi. Controlli programmati, monitoraggio a distanza, supporto all’aderenza terapeutica, possibilità di consultare rapidamente uno specialista riducono complicanze, ricoveri ripetuti e improvvisi peggioramenti. Il risultato è un percorso più lineare, meno frammentato, in cui la persona e la sua famiglia non si trovano a gestire emergenze continue, ma possono contare su una regia più chiara e prevedibile.

Quando la non autosufficienza si manifesta in modo conclamato, le soluzioni LTC possono entrare in gioco non solo come erogazione di una rendita o di un indennizzo, ma come porta d’accesso a una rete di servizi: assistenza domiciliare qualificata, supporto nella selezione e nella gestione dell’assistente familiare, orientamento tra le diverse forme di residenzialità (RSA, centri diurni, senior living), servizi di teleassistenza e di sollievo per i caregiver. In questa prospettiva, l’assicuratore diventa un facilitatore, un soggetto che aiuta a “mettere ordine” in una fase della vita spesso segnata da confusione, urgenza e carico emotivo elevato. Le efficienze generate da questo modello si distribuiscono su più livelli. Il sistema sanitario può concentrare le proprie risorse sulle situazioni davvero critiche, riducendo la domanda impropria e i costi legati a ricoveri evitabili. Le famiglie, grazie a uno strumento di protezione strutturato, sono meno esposte a spese impreviste, possono programmare meglio l’assistenza e non sono lasciate sole nel reperire informazioni e soluzioni.

Il settore assicurativo, dal canto suo, può gestire in modo più sostenibile il rischio, perché prevenzione e monitoraggio riducono la gravità dei sinistri, e può sviluppare prodotti e servizi più aderenti ai bisogni reali delle persone.

In un Paese che invecchia e in cui le risorse pubbliche non sono illimitate, un welfare verticale che integri digital health e LTC non è solo un’evoluzione tecnica dell’offerta, ma una scelta di responsabilità. Significa contribuire a costruire un modello di welfare più equilibrato, capace di proteggere meglio le persone lungo tutto il ciclo di vita e, allo stesso tempo, di portare nuove efficienze a un sistema che ha bisogno di essere ripensato in chiave integrata, collaborativa e orientata alla prevenzione.

MM
Marco Mazzucco, AD Blue Assistance e Direttore Vita&Welfare Reale Mutua

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