Negli ultimi mesi, anche a seguito delle proiezioni statistiche elaborate da istituti nazionali e internazionali, è stata molto dibattuta la tesi secondo la quale l’ingresso di cittadini stranieri sarebbe indispensabile per mantenere un equilibrio sostenibile tra lavoratori contribuenti e percettori di prestazioni sociali.
Ma quali sono i reali effetti dei flussi migratori sull’occupazione italiana e sul suo sistema di welfare pubblico?
Questa la domanda che si pone l’approfondimento curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali “I dati sull’immigrazione, verità scientifiche o teoremi?”, con l’obiettivo di verificare l’esattezza delle argomentazioni oggi più diffuse e discusse sia dai media sia dalla politica in materia di immigrazione, a cominciare da quelle – spesso critiche – rivolte alla scelta attuata, a partire dal 2011, di bloccare nuove quote d’ingresso per motivi di lavoro. A tal fine e avvalendosi in particolar modo di dati Istat e delle fonti statistiche di Ministeri dell’Interno e del Lavoro e delle Politiche Sociali, il documento analizza le conseguenze esercitate dal blocco di nuove quote d’ingresso (2011-2016) per motivi di lavoro e la correttezza delle stime sul contributo dei lavoratori neo- ed extracomunitari alla sostenibilità del sistema di protezione sociale del nostro Paese.
Nell’auspicare politiche sulla migrazione concretamente ponderate sulla base dei fabbisogni della domanda e dell’offerta di lavoro sul territorio nazionale, nell’ambito di intese con i Paesi extracomunitari (e non solo in via di sviluppo) che favoriscano una reciprocità di accesso a nuove opportunità professionali, il documento passa quindi in rassegna soprattutto il tema del contributo dei migranti alla tenuta della previdenza pubblica, da molti commentatori ritenuto ancor più rilevante alla luce delle tendenze demografiche in atto nel Paese. In particolare, muovendo dal presupposto che i lavoratori immigrati – come del resto quelli italiani – stiano offrendo un importante sostegno alle pensioni vigenti, come del resto proprio di qualsiasi sistema a ripartizione, l’approfondimento analizza le stime INPS che quantificano in un vantaggio di 36,5 miliardi il differenziale storicamente prodotto tra i contributi previdenziali versati dagli immigrati e le prestazioni pensionistiche potenzialmente maturate. Un dato che, secondo il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, si presta però a molteplici obiezioni anche tecniche, sia in merito alla quantificazione delle entrate contributive sia in relazione al calcolo delle future prestazioni.
Ecco perché la pubblicazione – redatta da Alberto Brambilla e Natale Forlani – si chiude con alcune considerazioni di natura metodologica sul calcolo costi/benefici dell’immigrazione, evidenziando l’importanza di una maggiore consapevolezza in merito anche al fine di mettere in atto politiche che siano effettivamente in linea con le reali esigenze dell’Italia e del suo mercato del lavoro.








