Lavoro indipendente: fisiologica contrazione o crisi di settore?

In un periodo in cui si susseguono record per l'occupazione italiana, si tendono a trascurare alcuni ambiti meno positivi per il nostro mercato: è il caso del lavoro indipendente che, da qualche tempo, mostra segni di rallentamento

Lorenzo Vaiani

Il mercato del lavoro italiano ha chiuso il 2023 con l’ennesimo record positivo, facendo segnare un nuovo massimo nel numero di occupati. Dati importanti e altisonanti che, oltre a nascondere alcune difficoltà e insidie, fanno da contraltare a un settore, quello degli indipendenti [1], che mostra sul medio periodo tutt’altra dinamica e che fatica a recuperare dopo la crisi dovuta a COVID-19.

Difatti, analizzando l’andamento registrato negli ultimi 4 anni si osserva come il settore del lavoro indipendente - dopo il crollo legato alle restrizioni del primo periodo pandemico che ha portato il numero di autonomi a 4 milioni e 846mila unità nel febbraio 2021 (-362 mila unità rispetto a gennaio 2020) – nel successivo biennio non è riuscito a recuperare i valori pre-pandemici arrivando a fine dicembre 2023 a circa 5.035 unità, con una crescita media dello 0,12%. 

Figura 1 – L’andamento di breve periodo dell’occupazione indipendente. Anni 2020-2023

Figura 1 – L’andamento di breve periodo dell’occupazione indipendente. Anni 2020-2023

Fonte: Istat

Provando ad ampliare l’orizzonte temporale si comprende meglio come l’andamento rilevato nell’ultimo periodo rappresenti solo la coda di una dinamica cominciata diversi anni addietro e che vede il settore in costante decrescita da quasi due decenni.

La figura 2 riporta l’evoluzione del numero di lavoratori indipendenti a partire da gennaio 2004 fino a novembre 2023. Osservando il grafico si nota in maniera evidente un trend a gradoni discendenti, che comincia con una prima discesa tra l’inizio del 2004 e la fine del 2005, periodo durante il quale il numero di autonomi è passato da oltre 6,25 milioni di unità a poco più di 5,85. Segue poi un periodo di stabilità (o di assenza di crescita) durato più o meno fino alla crisi del 2008 (ad aprile 2008 il numero di indipendenti era pari a circa 5,96 milioni). 18 mesi dopo, il numero si è contratto di oltre 500mila unità arrivando a quasi 5,54 milioni, numero che rimarrà pressoché stabile, con leggere variazioni sino a metà 2012 e al quale seguirà una nuova caduta che porterà gli autonomi a poco più di 5,1 milioni a inizio 2018. Nei successivi 2 anni, sostanzialmente fino allo scoppio della pandemia, il numero rimane sostanzialmente invariato arrivando a superare di poco le 5,2 milioni di unità a gennaio 2020. Quello che accade dopo, invece, come abbiamo visto, ha portato a raggiungere il dato più basso degli ultimi vent’anni.  

Figura 2 - L’andamento di medio periodo dell’occupazione indipendente. Anni 2004-2023

Figura 2 - L’andamento di medio periodo dell’occupazione indipendente. Anni 2004-2023

Fonte: Istat

Alla luce di quanto emerso da quest’ultima fotografia appare pertanto chiaro come la dinamica di breve periodo, indubbiamente aggravata da quello che è accaduto a seguito della pandemia, non sia altro la “normale” prosecuzione di quanto registrato negli ultimi anni, come mostrato anche dalla linea tendenziale.  

Indubbiamente fare una riflessione a livello aggregato sul settore risulta quantomeno complesso. Occorre, infatti, considerare che la diversificazione di questa categoria tanto per caratteristiche professionali o di settore quanto di reddito, rende difficile trovare una spiegazione unica e univoca del declino evidenziato dalle statistiche appena raccontate. Basti pensare che per numerosità le quattro-macrocategorie in cui viene diviso il settore da Confprofessioni (tralasceremo in questa sede sulle discrepanze presenti tra le diverse fonti di dati) possono inficiare in maniera significativa sulle dinamiche aggregate. Una crisi che riguardi il comparto degli autonomi, che incidono per oltre il 55%, indubbiamente ha un peso maggiore rispetto a quella dei cosiddetti “altri indipendenti” (principalmente coadiuvanti familiari), quantomeno sui dati e sulle statistiche aggregate.

Tabella 1 – Dettaglio dell’occupazione indipendente per macro-raggruppamenti, in migliaia di unitàTabella 1 – Dettaglio dell’occupazione indipendente per macro-raggruppamenti, in migliaia di unità
​Fonte: elaborazioni a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Confprofessioni

Tuttavia, come ricordato dal Presidente del Comitato scientifico per la valutazione delle misure di contrasto della povertà, Natale Forlani, in un recente articolo su Il Sussidiario: “Un fattore unificante è la forte riduzione della propensione a promuovere nuove imprese, frutto dei cambiamenti culturali e della perdita del valore e dello status collettivamente percepito dei mestieri e delle professioni. Una tendenza accentuata dalla riduzione delle coorti d’ingresso giovanili nel mercato del lavoro, che ha ridotto dal 27% a meno del 15% la quota dei giovani under 34 anni che promuovono nuove imprese, e del numero delle imprese che si mantengono attive a seguito del passaggio delle consegne dai genitori ai figli. L’incremento dell’età media dei lavoratori autonomi e dei professionisti risulta superiore a quello della popolazione attiva e i tassi di uscita dal lavoro autonomo che sono attesi per motivi di pensionamento fanno presagire un’ulteriore contrazione della componente dei lavoratori autonomi nel mercato del lavoro.”

A questo si affianca poi un’ulteriore riflessione di carattere comparativo, per così dire, e che riguarda l’incidenza storica di queste professioni sul complesso dell’occupazione e della generazione del reddito delle famiglie, di gran lunga superiore rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europea (21,5% rispetto al 14,7%). Situazione che, oltre a trovare giustificazione nelle peculiarità del tessuto produttivo del nostro Paese, si spiega anche attraverso fenomeni come quello delle false partite IVA che tendono a ingrossare il numero di lavoratori del settore. 

Nel complesso, quindi, emerge come il lavoro indipendente, nelle sue molteplici sfaccettature, presenti una condizione di contrazione generale, forse dovuta a un'eccessiva e non sana diffusione, alla quale si affianca una situazione di crisi più acuita dipesa, almeno in parte da condizioni economiche avverse, quantomeno nell’ultimo periodo, nonché da una mancanza di prospettiva nella politica economica. È pertanto indispensabile trovare le giuste iniziative di sostegno alla creazione di nuove imprese e gli strumenti adatti per migliorare la qualità e le competenze delle attività professionali, cosicché si possa rilanciare anche l’altra faccia del mercato del lavoro che, storicamente, riveste un ruolo rilevante in termini di contributo attivo alla crescita economica del Paese. 

Lorenzo Vaiani

19/2/2024


[1] In base alla definizione Istat sono da intendersi indipendenti coloro i quali svolgono la propria attività lavorativa senza vincoli formali di subordinazione. Sono compresi: imprenditori; liberi professionisti, lavoratori autonomi, coadiuvanti nell’azienda di un familiare (se prestano lavoro nell’impresa senza il corrispettivo di una retribuzione contrattuale come dipendenti), soci di cooperativa, collaboratori (con e senza progetto) e prestatori d’opera occasionali

 

 
 

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