Previdenza complementare pubblica? No, grazie!

In Italia il tema della pensione è da sempre considerato "ad alta tensione", non solo dai cittadini ma anche dai decisori politici. Cosa dire allora delle voci che vedrebbero di buon occhio la nascita di una previdenza complementare pubblica? Che sarebbe bene rimanessero solo voci...

Niccolò De Rossi

Anche il 2020 presenta tutte le premesse per rientrare a pieno titolo all’interno del nutrito gruppo di annualità dove la pensione sarà oggetto di acceso dibattito. È proseguita infatti, come sul finire dell’anno appena concluso, l’attenzione verso l’introduzione di margini di flessibilità rispetto alle regole introdotte dalla riforma Fornero. Quota 100, misura realizzata dal precedente governo gialloverde, con tutti i suoi limiti e le migliorie certamente apportabili, è andata proprio in questa direzione: offrire una finestra di uscita anticipata (volontaria), a determinati requisiti (almeno 62 anni di età e 38 di contributi), rispetto ai rigidi paletti della precedente citata riforma. La necessità è però quella di giungere, proprio poiché Quota 100 scadrà a fine dell’anno prossimo, a un suo superamento e a una riforma strutturale che introduca flessibilità ma, allo stesso tempo, non generi ulteriore debito implicito per le future generazioni.

Anche per queste ragioni, accanto alla previdenza di base (detta di primo pilastro) c’è quella complementare (secondo pilastro e privata) che, dalla sua introduzione, ha proprio lo scopo di integrare l’assegno pensionistico erogato dall’INPS. Una funzione che evidentemente gioca un ruolo importantissimo, soprattutto per le giovani generazioni (che vivono carriere maggiormente discontinue e dunque più esposte a possibili periodi di inoccupazione e buchi contributivi), e che in questi anni ha dimostrato di assolvere più che bene il proprio compito. Le varie forme di previdenza complementare previste dal nostro ordinamento (contrattuale, fondo aperto o PIP), nonostante abbiano risentito delle due pesanti crisi, hanno dimostrato di saper affrontare scenari avversi. Non solo dal punto di vista finanziario, ma modernizzando e consolidando le rispettive governance, anche attraverso percorsi di investimento in mercati più complessi.

Se si vanno infatti a leggere i dati contenuti all’interno dell’ultima Relazione Annuale COVIP, si scopre che le performance finanziarie a 10 anni (un sufficiente arco temporale per valutare i rendimenti di strumenti di investimento di lungo periodo quali i fondi pensione) battono la rivalutazione del TFR, benchmark utilizzato per valutare appunto la bontà della loro gestione finanziaria. Dal 2008 al 2018 i fondi pensione negoziali e quelli aperti hanno segnato un rendimento medio annuo composto pari rispettivamente al 3,7% e al 4,1%; il TFR, nello stesso periodo, si ferma al 2%. Una bella differenza se si considera che, oltre la pura redditività dell’investimento, c’è un risparmio fiscale accordato ai fondi pensione dal legislatore proprio per incentivarne l’adesione. Quindi, ancora una volta, torna di fondamentale importanza conoscere le differenze e i possibili vantaggi nell’aderire al fondo pensione almeno attraverso il versamento del proprio TFR maturando.

Diventa allora di difficile comprensione il perché arrivino proposte, tra le altre cose basate su dati quantomeno discutibili, riguardo non solo un fondo integrativo pubblico (gestito direttamente dall’INPS, che per la verità già esiste) e in concorrenza con il citato sistema dei fondi privati, ma dare la possibilità al lavoratore di effettuare versamenti aggiuntivi rispetto all’ordinaria imposizione mantenendone al contempo regole e strutture proprie del primo pilastro. Questa seconda ipotesi non disegna quindi un possibile schema alternativo e in concorrenza a quello privato dei fondi pensione, ma rafforzerebbe inequivocabilmente la previdenza di base, con annesse e connesse problematiche del sistema pubblico. Nondimeno, non si comprende come, in un Paese che si posiziona ai primi posti tra i Paesi OCSE per livello di imposizione obbligatoria, si possa anche solo prevedere di ampliare ulteriormente la contribuzione a un primo pilastro affetto da molteplici criticità.

Se a pensar male non è mai troppo tardi, a un occhio più attento, potrebbe venire il dubbio che quanto per ora solamente ipotizzato potrebbe essere realizzato non per offrire un ulteriore strumento di sostegno alla pensione (di cui, a dire il vero, non si riscontra la necessità) quanto piuttosto di ampliare le entrate per il bilancio dello Stato. C’è inoltre da rilevare che, trattandosi di una contribuzione volontaria e aggiuntiva, tale volontarietà mal si concilierebbe con il sistema a ripartizione del primo pilastro. La volontarietà del versamento ha infatti incorporata una caratteristica di aleatorietà dovuta alle decisioni del singolo individuo, evidentemente di rischiosa conciliazione con il patto generazionale su cui poggia il sistema pensionistico pubblico italiano a ripartizione.

Ad avvalorare quanto detto, con una nota di maggio 2019, l’Ufficio legislativo del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha chiesto al Consiglio di Stato di esprimere il suo parere in merito alla soppressione della forma pensionistica residuale istituita presso l’INPS (FONDINPS), intenzione già espressa con la Legge di Bilancio 2018. Il decreto legislativo n. 252 del 2005, all’articolo 9 del comma 1, ha disposto l’istituzione di quest’ultimo come forma pensionistica complementare a contribuzione definita alla quale far pervenire il TFR maturando dei lavoratori. Gli iscritti a FONDINPS sono lavoratori dipendenti che non hanno espresso alcuna scelta riguardo la destinazione del proprio TFR maturando e sono altresì sprovvisti di una forma di previdenza integrativa prevista dagli accordi o contratti collettivi, anche territoriali, di riferimento, cui altrimenti sarebbero destinati d’ufficio.

Ebbene, la richiesta di parere al consiglio di Stato deriva dal fatto che FONDINPS presenta un basso numero di partecipanti e ancor più basso numero di contribuenti; ciò ha determinato l’attenzione da parte del legislatore e spinto lo stesso a prevedere la liquidazione di tale forma di previdenza complementare e il trasferimento delle relative posizioni previdenziali. Così, il 16 gennaio scorso, il Consiglio di Stato si è espresso con parere favorevole alla soppressione di FONDINPS, individuando inoltre, di concerto con le rappresentanze datoriali e sindacali, il Fondo Pensione Cometa come destinatario delle posizioni in essere. Per l’avvio delle procedure servirà ora attendere la formalizzazione da parte dei Ministeri del lavoro e dell’economia.

Non si ravvede dunque alcuna necessità di prevedere versamenti volontari aggiuntivi nel primo pilastro previdenziale a scapito di quello privato o tantomeno l’istituzione di un fondo integrativo gestito dall’INPS (che già esiste e in via di liquidazione come visto). Leggendola inoltre dal punto di vista meramente finanziario, la letteratura economica ben insegna che tenere tutte le uova nello stesso paniere è tutto fuorché una soluzione efficiente (la famosa diversificazione del rischio). Perché andarvi contro?

La previdenza complementare di secondo pilastro ha invece dimostrato negli anni di essere uno strumento utile, redditizio e soprattutto con costi contenuti per l’aderente, che i risparmiatori possono sottoscrivere senza timore di perdere i propri risparmi (cosa che ad esempio non può essere detta per gli ormai numerosi casi di fallimento degli istituti bancari), fatto questo ormai assodato. L’unico “limite” - se così può essere definito - che si riscontra, è quello dell’ancora contenuta percentuale di adesione in particolare delle coorti più giovani. Ma qui, ancora una volta, c’è un colpevole silenzio e mancanza di campagne informative e di sensibilizzazione delle istituzioni e della politica. Si tornasse a spingere sull’educazione finanziaria e previdenziale anziché parlare di proposte di cui non c’è alcun bisogno. Perché i fatti restano, le parole invece le porta via il vento.

Niccolò De Rossi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

29/1/2020 

 
 
 

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