L'aumento delle richieste di spesa pubblica

La pandemia da COVID-19 ha contribuito ad aggravare il bilancio dello Stato italiano, già prima dell'emergenza sanitaria alle prese con un debito pubblico difficile da sostenere per un Paese che spende più di quanto produce. Evidenze e numeri con i quali la politica è necessariamente chiamata a fare i conti in vista dalla Legge di Bilancio

Alberto Brambilla

Nel nostro Paese, a dar retta alle dichiarazioni di molti politici e non solo, sembra partita una specie di “corsa all’oro” incentrata sulle continue richieste di aumento della spesa pubblica: tutto ciò quasi nell’oblio totale dell’immane debito pubblico italiano.

Andiamo con ordine e iniziamo dal debito che è balzato dai 2.409,9 miliardi (134,7% del PIL) del 2019 ai 2.569,3 miliardi di euro del 2020 (157,5% del PIL) e ad agosto 2021 ha toccato il record di 2.734,4 miliardi contro i 2.696,2 miliardi di giugno Si tratta di un aumento stratosferico in soli 8 mesi di 165,1 miliardi, che si sommano ai 159,4 miliardi accumulati nell'anno precedente; a questi, nel corso dei prossimi anni, occorrerà aggiungere non meno di altri 30 miliardi di prestiti con garanzia dello Stato (i famosi 30mila euro) che le tantissime imprese a rischio di chiusura nel terziario, e già in difficoltà prima di COVID, non potranno restituire. sono i contributi COVID che, se vi ricordate, i maggiori leader politici del 2020, di maggioranza e opposizione, volevano che lo Stato erogasse “a domanda”, senza alcuna analisi della situazione finanziaria di questi soggetti, una parte dei quali erano praticamente già falliti. A oggi si tratta di 46.130 euro di debito a testa bambini compresi, molto più del reddito medio annuo degli italiani... E pensare che nel 2007/8 eravamo riusciti a contenere il rapporto debito pubblico/PIL lievemente sotto quota 100 (99,8%).

Come se il problema dell’enorme debito pubblico non esistesse, le richieste miliardarie dei partiti sono all’ordine del giorno. Vediamone alcune: 1) La riforma degli ammortizzatori sociali proposta dal ministro Orlando capovolge lo schema virtuoso del Jobs Act di Renzi e Poletti proponendo l’utilizzo delle casse integrazioni per tutti settori - lavoratori domestici compresi, come argutamente osservato da Natale Forlani - estendendone l’utilizzo anche alle aziende che chiudono o falliscono (la CIG è un'integrazione al reddito prevista nelle fasi di ristrutturazione in vista della ripresa delle attività aziendale, non per mantenere posti di lavoro inesistenti). In pratica, l’estensione in via ordinaria del modello delle casse integrazioni in deroga, utilizzato nel corso della crisi COVID. La proposta prevede inoltre di ridurre il numero dei contributi versati per accedere alle indennità di disoccupazione (NASpI e DIS-COLL), aumentando gli importi e la durata delle prestazioni: il tutto a carico dello Stato (noi) con oneri che, per i primi tre anni, sono stimati in circa 8 miliardi, cui si devono sommare altri miliardi per la ripartenza dei centri per l’impiego e l’assunzione dei navigator. Per alcuni esponenti politici, ci vorrebbero ancora più soldi: non importa se, sommando i lavoratori in CIG, NASpI, quelli che beneficiano del reddito di cittadinanza e i beneficiari degli anticipi pensionistici, fanno oltre 4 milioni di individui che - se va bene - lavorano in nero o stanno comodamente sul divano lasciandoci penultimi in Europa per tasso di occupazione. 

2) L’estensione strutturale dell’APE sociale come soluzione alla fine di Quota 100 senza sistemare definitivamente i tre difetti della riforma Fornero, tra cui le sfavorevoli regole per quelli che hanno iniziato a lavorare nel 1996, e introdurre un minimo di flessibilità per tutti i lavoratori. La stessa parte politica, nel silenzio totale, propone pure un'estensione dei lavori gravosi - di cui non v’è traccia in Europa e neppure nella letteratura medico-scientifica - che confluirebbero pure loro nell’APE sociale strutturale, per una quantità di mansioni da “giungla pensionistica” che, con le riforme degli ultimi 25 anni, pensavamo di aver eliminato. Un'estensione che potrebbe consentire di disporre di un assegno da 1.500 euro al mese per soggetti che hanno 63 anni di età e 36 di contributi (quota 99), che si riduce a quota 93 perché per alcuni profili dovrebbero bastare 30 anni di contributi. Stimata una platea iniziale di oltre 500mila persone con costi di qualche miliardo e un pericoloso incremento del rapporto pensionati su attivi. 

3) L’AUUF. Come fu per il Reddito di Cittadinanza che, nel 2021 ci costerà forse più di 9 miliardi, anche per l'AUUF (Assegno Unico Universale per i Figli), è partita la corsa per accedere al beneficio che viene esteso a tutti, disoccupati, incapienti, percettori di RdC e altre simili provvidenze, senza un minimo di controlli. Si tratta, escludendo i nascituri dal settimo mese di gravidanza in poi, di circa 10 milioni di cittadini fino ai 18 anni: se l’assegno fosse tra 150 e 250 euro al mese, costerebbero tra18 e 30 miliardi di cui una parte recuperabile dagli attuali sussidi, assegni familiari e bonus vari. Una cifra comunque enorme. 

4) La riforma fiscale voluta a gran voce da quasi tutti i partiti associata a richieste di stralcio delle cartelle esattoriali, anno bianco fiscale, sconti contributivi e altre richieste. L’ipotesi di riduzione della curva IRPEF, almeno mei primi due/tre scaglioni, potrebbe costare 5-8 miliardi che però sono ritenuti insufficienti da molti politici, sindacalisti e altri buonisti.

Si potrebbe andare avanti ma solo queste richieste non bastano 25 miliardi: e chi li paga? Quelli che hanno la seconda casa e che con la loro IMU e TARI sono gli unici finanziatori dei borghi turistici e dei loro abitanti? Quegli abitanti che non volevano i turisti durante la pandemia ma pretendevano il versamento della tassa sui rifiuti mai prodotti? I proprietari di case a seguito della revisione del catasto? Oltre a non considerare la sperequazione fiscale italiana, dove il 79% circa dei cittadini versa solo il 28,36% di tutta l’IRPEF ma riceve in servizi (sanità, assistenza e istruzione) oltre 170 miliardi di euro pagati dal resto della popolazione (un simile livello di redistribuzione dovrebbe far riflettere tutti), i famelici partiti politici e i loro leader a caccia sfrenata di voti, non considerano altri tre problemi fondamentali che abbiamo già esaminato su queste colonne, e cioè l’inflazione - con la probabile riduzione degli acquisti di titoli da parte della BCE - e la ripartenza del Patto di Stabilità. 

L’inflazione in Italia a fine agosto ha toccato il massimo degli ultimi 8 anni con il 2,1%, 3% in UE e 5,2% negli USA. Il rischio è di tornare nei prossimi anni ai livelli del 2012 con un costo di finanziamento del debito pubblico di oltre 84 miliardi, contro gli attuali 57, il che provocherebbe una riduzione di qualsiasi manovra espansiva sedal 2023 venisse reintrodotto il Patto di Stabilità, considerando che il deficit 2020 è stato pari all’11,07% e per il 2021 è previsto al 9,4%, con una crescita intorno al 4,5%. E ciò avrebbe riflessi molto negativi anche sui flussi di finanziamento del PNRR. E poi c’è la vicenda Monte Paschi con un probabile esborso di oltre 5 miliardi e la cassa integrazione per 2 anni degli oltre 7mila dipendenti Alitalia (altro miliardo).

Davvero vogliamo ancora spendere più di quello che produciamo? Siamo sicuri di fare il bene dei nostri giovani e del Paese o invece stiamo mantenendo le fameliche voglie di voti dei capi di partito?

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

9/11/2021

L'articolo è stato pubblicato su Il Messaggero del 2/11/2021
 
 

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