Salari reali, spinta inflattiva e produttività: il caso Italia

Nel suo ultimo Outlook sul tema, l'OCSE rivela come nella maggior parte dei Paesi la crescita dei salari non è riuscita a tenere il passo dell'inflazione, erodendo il potere d'acquisto delle famiglie. Quale la situazione italiana nel confronto con alcune delle principali economie mondiali?

Bruno Bernasconi

Secondo l'Employment Outlook dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, lo scorso maggio il livello totale di occupazione nei Paesi Ocse era più alto di circa il 3% rispetto a dicembre 2019, con un tasso di disoccupazione medio del 4,8% (circa mezzo punto percentuale al di sotto dei livelli pre-crisi) e solo 4 Paesi che mostravano un incremento di almeno lo 0,5% rispetto ai livelli pre-crisi. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, il tasso di disoccupazione si attesta al 7,6%, facendo meglio solo di Spagna (12,7%), Grecia (10,8%), Turchia (10,2%), Colombia (10,2%), Costa Rica (10,1%) e Cile (8,3%), seppur ben al di sotto del 9,7% di dicembre 2019. 

Tornando al quadro generale, nonostante i segnali di miglioramento visti nei primi mesi del 2023, le previsioni indicano un periodo di crescita moderata e di inflazione persistente, con il pieno effetto della stretta monetaria delle Banche Centrali che dovrebbe manifestarsi tra quest’anno e l’inizio del prossimo. Il PIL OCSE è stimato al di sotto dell’1,4% sia nel 2023 sia nel 2024, sebbene dovrebbe accelerare gradualmente su base trimestrale nel corso del prossimo anno grazie al raffreddamento dell’inflazione e alla crescita dei redditi reali. Complice la discesa dei prezzi energetici degli ultimi mesi, l’inflazione media nell’OCSE è invece ora stimata scendere rapidamente dal 9,4% del 2022 al 6,6% nel 2023 e al 4,3% nel 2024.

 

La diminuzione dei salari reali in scia all’inflazione 

Come è ormai ben noto, la crisi COVID è stata seguita da una forte impennata dei prezzi a causa del rapido rimbalzo dell’economia e dei conseguenti colli di bottiglia nelle supply chain, a cui si è aggiunto il caro-energia in scia allo scoppio della guerra in Ucraina. In tale contesto, la crescita nominale dei salari è stata inferiore a quella dell’inflazione, portando a un calo generalizzato dei salari reali. Alla fine del 2022, i salari reali erano inferiori ai livelli del quarto trimestre del 2019 in media del 2,2% in 24 su 34 Paesi Ocse, nonostante un incremento del 14,3% di quelli nominali. Tra i singoli Paesi, l’Italia ha segnato un -7,5% (+8% i salari nominali), risultando agli ultimi posti in classifica, seguita solo da Repubblica Ceca (-8,3%), Estonia (-9,6%) e Costa Rica (-10,8%). Per fare un confronto con le altre principali economie europee, la Francia ha registrato un aumento reale dell’1,5%, mentre la Germania ha contenuto il calo al 3,2%. 

Figura 1 – La variazione dei salari nel triennio 2019-2022

Figura 1 – La variazione dei salari nel triennio 2019-2022

Fonte: Employment Outlook OCSE

Nel primo trimestre del 2023, invece, la crescita anno su anno dei salari nominali ha superato i livelli pre-crisi in quasi tutti i Paesi Ocse, raggiungendo il +5,6%. Tuttavia, i salari reali sono diminuiti in media del 3,8%, con solo quattro Paesi che hanno mostrato una variazione positiva. Per quanto riguarda l’Italia, nei primi tre mesi dell’anno i salari reali sono diminuiti del 7,3% su base annua, a fronte di una crescita dell’1,6% di quelli nominali, facendo meglio solo di Ungheria (-15,6%), Lettonia (-13,4%), Repubblica Ceca (-10,4%), Svezia (-8,4%), Finlandia (-7,8%) e Slovacchia (-7,6%), e rispetto al -3,3% della Germania e al -1,8% della Francia. 

Figura 2 – L’andamento dei salari nel primo trimestre 2023

Figura 2 – L’andamento dei salari nel primo trimestre 2023

Fonte: Employment Outlook OCSE

Il report OCSE prosegue poi sottolineando come negli ultimi tre anni i costi del lavoro per unità di output reale siano aumentati in molti Paesi in scia al fatto che la crescita dei salari nominali sia stata superiore a quella della produttività. Al tempo stesso, però, i margini di profitto sono aumentati in diversi Stati, mostrando come le aziende siano riuscite ad alzare i prezzi oltre l’incremento dei costi. Come risultato, negli ultimi due anni gli utili societari hanno avuto un contributo insolitamente elevato sulla crescita delle pressioni sui prezzi, grazie in molti casi al pass through a valle dei costi di produzione che ha pesato sui consumatori finali, evidenziando come l’aumento del costo della vita non sia stato equamente distribuito. 

 

In conclusione: il caso Italia

Nel complesso, l’Organizzazione con sede a Parigi conclude che, sebbene non ci siano indicazioni di una spirale prezzi-salari, il rischio principale guardando al futuro consiste nell’ulteriore acuirsi della crisi del costo della vita. Se da una parte, infatti, l’inflazione si sta lentamente raffreddando, dall’altra la crescita dei salari nominale continua a non tenere il passo, causando quindi un costante calo dei salari reali. 

Attraverso forme di sostegno fiscale, i governi di molti paesi OCSE hanno fornito alle famiglie un cuscinetto contro il carovita, spesso con costi gravosi sulle finanze pubbliche, anche se ora tali misure devono essere maggiormente indirizzate verso le categorie più vulnerabili per evitare che diventino uno stimolo permanente alla domanda che alimenti ulteriormente l’inflazione. Nel breve periodo, quindi, una soluzione potrebbe essere, ad esempio, quella di agevolare il welfare aziendale: eventualità che, in Italia, significherebbe proseguire sulla strada tracciata dal governo Draghi di limitare i meccanismi di decontribuzione e favorire erogazioni di retribuzioni esentasse.

In ogni caso, guardando al futuro, il focus dovrebbe essere sul far sì che i salari recuperino gradualmente potere di acquisto in modo stabile: un traguardo raggiungibile nel lungo periodo solo attraverso una crescita sostenibile della produttività anche grazie al contributo dello sviluppo tecnologico. Secondo i dati OCSE, l’Italia è l’unico Paese tra quelli industriali nel quale il valore reale del salario si è ridotto tra il 2010 e il 2020, limitando però la diminuzione a un -2,5% a fronte di un calo del 12% della produttività. 

L’Istat, invece, sottolinea come nel confronto con i partner europei, le imprese italiane si caratterizzino per una debole crescita della produttività. Nel periodo 2010-2020, il tasso di crescita medio annuo in termini nominali è stato pari allo 0,1% calcolato sul totale delle imprese non finanziarie, e di poco superiore (0,6%) nel manifatturiero. In un quadro di bassa crescita della produttività, per difendere il vantaggio competitivo di prezzo, le imprese devono necessariamente mantenere una crescita salariale moderata, per evitare impatti negativi su redditività e remunerazione del capitale e, di conseguenza, su dinamica degli investimenti e crescita nel lungo periodo. A questo riguardo, i dati Eurostat mostrano che in Italia la crescita nominale dei costi medi del personale nel decennio considerato è stata inferiore a quella nominale della produttività, tanto per il totale delle imprese, quanto per il settore manifatturiero. Questa evidenza è in contrapposizione con quanto si osserva in Francia, Spagna e, soprattutto in Germania, che hanno invece registrato una crescita in termini nominali dei salari superiore a quella della produttività.

Allargando l’orizzonte temporale, i risultati mostrano, complessivamente, la persistenza di un ampio differenziale negativo nella dinamica della produttività del lavoro dell’Italia rispetto alle altre economie europee. Nel periodo 1995-2021, la crescita media annua della produttività del lavoro in Italia (+0,4%) è stata decisamente inferiore a quella registrata sia nel resto d’Europa (+1,5% nell’Ue27), sia in Francia (+1,2%) e Germania (+1,3%).

Bruno Bernasconi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

31/7/2023 

 
 

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