I dati delle Casse dei professionisti al 2024: iscritti e investimenti

In attesa del Dodicesimo Report Itinerari Previdenziali e del sempre più discusso "Decreto Investimenti", qualche dato che sintetizza l’andamento delle Casse di Previdenza al 2024: mentre cresce il numero degli iscritti, trovano conferma sia la tendenza alla femminilizzazione delle libere professioni sia l'impegno a favore dell'economia reale del Paese

Alessandro Bugli

I professionisti nel 2024 tornano a crescere dopo un paio di anni in cui si registrava una loro riduzione. Si tratta di un rimbalzo in positivo, a fronte di una contenuta flessione negli anni precedenti.

 

Istantanea degli iscritti

Secondo i dati del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, al 31 dicembre 2024, gli iscritti alle Casse privatizzate dei liberi professionisti sono 1.849.219. Interessante notare come dal 2005 al 2023, secondo AdEPP, i lavoratori indipendenti sono diminuiti del 15,77%, mentre i liberi professionisti invece sono cresciuti del 20,89% (arrivando al 5,8% del totale degli occupati). Se la propensione al lavoro indipendente si riduce, in ragione di tanti fattori noti, la tendenza si inverte per i professionisti.

È certo che ogni professione vada analizzata singolarmente, ma nel complesso si tratta di buoni numeri. Crescono in termini relativi, su base annua, gli infermieri (+7,91%) e gli psicologi (+6,78%), mentre altre categorie scontano una leggera riduzione percentuale. Esattamente in linea con le richieste del mercato e il trend demografico. Notevole il numero dei “pensionati attivi”: coloro che pur formalmente pensionati, continuano a lavorare e a contribuire al sistema (sono circa 120mila, con un incremento percentuale dal 2005 al 2023 del 183%). Insomma, volente o nolente, la soglia di pensione di legge non ferma questi professionisti dall’esercitare il loro mestiere, e di questo di dovrà tenere conto nell’adeguare le regole delle Casse professionali al mondo che ci aspetta.

Quanto agli iscritti attivi non ordinistici, AdEPP fa tuttavia notare come, in aggiunta ai dati esposti, tanti di questi professionisti siano lavoratori non iscritti ad alcun albo, non avendone uno di riferimento, e finiscano per aderire alla gestione separata INPS (514mila lavoratori, +59% in un decennio di rilevazione).

In questo quadro, le professioniste passano dal 30% del totale nel 2007 al 41% del 2023. Si badi questo incremento è un unicum delle professioni, non valendo gli stessi dati per il restante mercato del lavoro. Per quanto riguarda il gender pay gap, in termini assoluti e relativi questo resto un tema centrale: le donne rimangono sotto la soglia del reddito medio per fasce di età, ma questo non sembra legato a una discriminazione di genere legato all’apprezzamento del contributo intellettuale di queste professioniste, bensì – come dice il Rapporto AdEPP – a “dimensioni individuali, familiari, collettive e sociali”; qui, aggiungiamo, da superare.

 

Gli investimenti delle Casse di Previdenza

Il 2025 ha atteso (come gli anni precedenti) l’emanazione della normazione sugli investimenti delle Casse Professionali. Dalle indiscrezioni di stampa, si immaginava un arrivo in estate: cosa non avvenuta e che forse non avverrà a breve.Il punto dolente, sembra, attenga alla volontà di sottoporre i mandati di investimento delle Casse alla disciplina oggi vigente per gli enti pubblici. 

Per quanto il Consiglio di Stato sia perentorio (tra gli altri parere 328/2025) e sia ineccepibile in diritto, si dubita – con tutto il rispetto – che il risultato possa essere apprezzabile. Rendere più articolata la selezione del gestore è certamente cosa coerente con la normativa vigente, ma non sembra aumentare il quadro di servizio di questi enti. Secondo chi scrive, l’attenzione andrebbe invece posta altrove e, tra l'altro, alla trasparenza dei bilanci. Trattandosi di investimento di contributi versati obbligatoriamente dai lavoratori è fondamentale che i bilanci consolidati siano massimamente trasparenti nell’indicare come e dove sono investiti questi importi (di quasi 6 miliardi del totale, non sappiamo la sorte).

Veniamo quindi ai numeri. Sono 115 miliardi il totale risorse delle investite di cui 15 miliardi in mandato e 100 circa in investimenti diretti. Una somma notevole che per quasi 20 miliardi va a finanziare la cosiddetta economia reale, cioè le imprese italiane e il mercato nazionale. Il dato non tiene conto poi degli investimenti in titoli di Stato, che conterebbero altri 13,5 miliardi di euro e porterebbero al 32% del totale degli investimenti quelli in economia domestica.

Si tratta di importi notevoli a beneficio di tutti, spesso richiesti anche impropriamente in aumento a favore dell’economia nazionale da politica e dalla opinione pubblica, ma – che di tutta evidenza – ci si permette di segnalare come debbano essere destinati primariamente a investimenti diversificati per garantire le pensioni del futuro. Esporre al rischio interno le nostre future pensioni, investendo prevalentemente in questo mercato, significa non ricordare come i sistemi a capitalizzazione debbano tentare di legarsi alle migliori economie globali e non solo a quella “domestica”. Insomma, si tratta di evitare la possibilità che l’economia nazionale andando male, finisca anche per ridurre le future pensioni; almeno quelle che non seguono (come il modello INPS) l’andamento del PIL per rivalutare i contributi versati. Allo stesso tempo, seppur con l’attenzione detta, un investimento nell’economia nazionale può aiutare a sostenere l’intero sistema nazionale e, se ben orientato, le professioni che sono chiamate a contribuire alle singole Casse, stimolando un circolo virtuoso che aiuta e fa crescere gli iscritti a questi enti di previdenza.

Di equilibrio si tratta e in questo senso confidiamo nella possibile futura regolamentazione.

Alessandro Bugli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, 
Partner Studio Legale THMR 

 

28/8/2025

 
 

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