Pensioni e invecchiamento, le scelte sbagliate

Media, tv e politica sono in allarme per invecchiamento della popolazione e calo della natalità: le scelte fatte fin qui in materia di welfare dimostrano però che, al di là dei facili catastrofismi, manca la capacità di comprendere i veri problemi del Paese e progettarne di conseguenza il futuro

Alberto Brambilla

Ci preoccupiamo tanto per il calo della natalità ma non facciamo nulla per affrontare la maggiore fase di invecchiamento della popolazione che il nostro Paese abbia mai sperimentato.

L’Italia, secondo i dati del network sanitario USA NiceRx, è al quinto posto mondiale dopo Hong Kong, Giappone, Svizzera e Singapore per aspettativa di vita alla nascita che, nel 2022, è stimata in 80,5 anni per gli uomini (2,5 mesi in più rispetto all’anno precedente) e in 84,8 anni per le donne. Raggiunti i 65 anni di età, l’aspettativa di vita è di altri 21,7 anni per le donne e 18,3 per i maschi ma, e qui sta il problema, la vita in buona salute si riduce a 10,6 anni per le donne e a 10,3 per gli uomini; il che è indice di scarsi o inesistenti programmi di screening e di prevenzione, sia da parte dell’esausto SSN sia dei fondi di assistenza sanitaria integrativi, per i quali mancano pure una legge quadro e un'adeguata vigilanza, nonostante associno ormai quasi 14 milioni di italiani. E, senza prevenzione, la spesa sanitaria per le cronicità aumenterà con l’invecchiamento della popolazione ma, al momento, non si fa nulla. Manca poi totalmente una normativa sulla non autosufficienza (Long Term Care) la cui spesa, all’aumentare degli ultra80enni sarà sempre maggiore.

Eppure, i dati di Eurostat ci dicono che l’Italia è prima in Europa in tutte le classifiche per percentuale di ultra50enni, 65enni e 80enni sul totale della popolazione: insomma, siamo i più vecchi d’Europa e nessuno se ne preoccupa. Tutti a parlare di “culle vuote”. Oltre ai problemi sanitari legati all’invecchiamento della popolazione, c’è il tema delle pensioni: i nati nel periodo del Baby Boom, tra il 1946 e il 1964, sono oltre 14 milioni e hanno età tra i 59 anni e i 77 anni; a questi possiamo sommare i nati nella fase finale del boom, cioè fino al 1978 pari a circa altri 12,3 milioni con età tra i 58 e i 45 anni. In totale, nei 32 anni di boom, sono nati quasi la metà degli italiani: 26,3 milioni, un dato che non si è mai verificato nella storia e che non si verificherà mai più. Quindi, nei prossimi 22/25 anni, si pensioneranno all’incirca 8 milioni di lavoratori, pari a circa 364mila persone ogni anno. 

I catastrofisti "delle culle vuote e dell’inverno demografico” lanciano allarmi perché mancheranno sempre più lavoratori nei prossimi decenni senza considerare che i problemi li abbiamo già oggi. E non perché mancano braccia ma perché quelli che vogliono lavorare sono sempre meno e, in tema di pensioni e di tenuta dei conti, fanno esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare. Vediamo la situazione attuale: l’Italia ha 36,5 milioni di persone in età da lavoro ma gli occupati sono 23,471mila, un record di tutti i tempi. Eppure, nel confronto con i 27+1 Paesi europei, restiamo all’ultimo posto battuti anche da Grecia, Malta, Bulgaria ecc.  A fine 2022 i pensionati erano 16.090.000, in aumento di circa 90mila unità rispetto al 2018, l’anno con meno pensionati di sempre grazie alle riforme precedenti ma che sono cresciuti per i provvedimenti tipo Quota 100 e APE sociale. Pertanto, il rapporto fondamentale per la tenuta dei conti previdenziali, attivi/pensionati è di 1,46 ma, in vista della più grande fase di invecchiamento della popolazione italiana, lo dovremmo portare quantomeno a 1,5/1,6, non un dato stellare ma almeno sostenibile.

È bene non confondere mai il numero di prestazioni in pagamento con il numero di teste dei pensionati, altrimenti si fanno classifiche allarmistiche inutili. Lo scorso anno, per via delle forme assistenziali a cui non si è sottratto alcun governo di centro, sinistra o destra, le prestazioni - comprese le circa 8,7 milioni di assistenziali - erano quasi 23 milioni, cioè 1,42 pensioni per ogni pensionato. Cosa fa l'esecutivo a fronte di questi dati allarmanti? Anziché prevedere agevolazioni per le imprese per aumentare l’occupazione, quali il superammortamento dei costi del personale (120%), l’abbattimento dell’IRES e IRAP, l’introduzione dei premi di risultato esenti da imposte e contributi come fece il Governo Draghi, per ridurre il cuneo fiscale si è preso in carico 6/7 punti di contribuzione previdenziale. In pratica, il lavoratore dipendente (gli autonomi non interessano a nessuno), anziché pagare il 9,18% di contributi ne paga solo 2,18%, e il resto lo paga Pantalone, cioè tutti i contribuenti onesti, ma la pensione è sempre la stessa. Costo, circa 10 miliardi escluse le rivalutazioni: 5 anni così e il bilancio dell’INPS, oltretutto già gravato dall’eccessiva spesa assistenziale, dalla social card e dalle superrivalutazioni delle pensioni di quelli che tasse e contributi ne hanno pagati pochi o nulla in tutta la loro vita e che godono di tutti i servizi gratis, a partire dalla sanità, a carico degli onesti, sarà compromesso. 

Poi ci sono sindacati e politici che, prima, lanciano l’allarme che mancheranno lavoratori ma poi, nella pratica, propongono prepensionamenti, Quote varie, APE sociale, Opzione donna, insomma tutte le scappatoie per mandare la gente in pensione quanto prima. E anche qui, nella classifica Eurostat degli over 55 che lavorano, siamo agli ultimi posti. Nella stessa direzione va Quota 41 che agevolerà la maggior parte dei baby boomer di cui sopra e i cui costi si scaricheranno sul bilancio pubblico.

E poi c’è l’esplosione della spesa assistenziale, ovviamente contabilizzata alla voce pensioni: solo per invalidità civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali, integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, quattordicesima mensilità, social card e così via spendiamo ogni anno oltre 48 miliardi a cui occorre sommare i costi delle varie forme di prepensionamento, a partire dai cosiddetti lavori gravosi voluti dal Partito Democratico ma che, nei fatti, non esistono in letteratura medico scientifica. Se aggiungiamo i 10 miliardi e oltre delle varie decontribuzioni, gli 11,5 del welfare degli enti locali, i 10 miliardi dell’AUUF, il reddito di cittadinanza e di inclusione ci risulterà chiaro perché non troviamo lavoratori e, in futuro, la spesa diverrà insostenibile considerando anche l’immane debito pubblico. Se per i 3 milioni di NEET, record assoluto europeo o per i giovani disoccupati, mille euro di stipendio mensile sono troppo pochi significa che tra evasione fiscale, lavoro nero, NASpI, sussidi statali e famiglia, stanno bene così.

Forse ridurre l’enorme spesa assistenziale (165 miliardi netti l’anno) e progettare il futuro invecchiamento in modo serio è l’unica soluzione: tornare ai proclami alla Mussolini che voleva raggiungere i 60 milioni di italiani già verso la metà del secolo scorso e non esitò a istituire una tassa sul celibato, come ha evocato recentemente un ministro, non è proprio la strada giusta.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

21/08/2023

 
 

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